Articolo sulle kogyaru pubblicato dal sito Nipponico.com.
Kogyaru. Le ragazzine vivaci
Antropologia delle vispe ragazze delle metropoli giapponesi
di Cristiano Martorella
13 settembre 2003. Il termine kogyaru, spesso scritto anche kogal, è un neologismo giapponese nato negli anni ’90, ed è composto da un gairaigo (parola d’origine straniera), gyaru (forma giapponese dello slang americano gal, ragazza) e da un prefisso, ko (bambina). Kogyaru significa piccola ragazza, ragazzina, ed indica le giovani giapponesi fra i quindici e i vent’anni circa alla ricerca di un look particolare e un’esistenza spensierata tipica della loro età. L’etimologia del termine kogyaru è dunque semplice e non deve fornire l’occasione per assurde interpretazioni (1). Ko è un suffisso usato anche nei nomi femminili (per esempio Haruko, Keiko, etc.) ed ha una valenza di vezzeggiativo. D’altronde è noto come per l’estetica giapponese ciò che è piccolo diviene carino e grazioso. Il tentativo della sociologa Sharon Kinsella di interpretare le kogyaru come un fenomeno di contestazione prodotto dalla società consumistica è aberrante e privo di fondamento scientifico. Le kogyaru si pongono obiettivi ben diversi da quelli supposti da Kinsella. Innanzitutto divertirsi, poi divertirsi e ancora divertirsi. Il loro motto è: "Se lo trovi divertente non chiederti perché". Cosa c’è di strano se le ragazzine vogliono trascorrere delle giornate piacevoli?
Fra le attività preferite dalla kogyaru c’è ballare il parapara. Il parapara è una danza già in voga nel 2000 che si balla muovendo le braccia e le gambe in un modo un po’ figurato. Però lo scopo del parapara è soprattutto creare il riconoscimento nel gruppo, identificandovi attraverso l’imitazione dei movimenti del ballo. Dal punto di vista antropologico il gesto permette anche l’integrazione spazio-temporale attraverso la modulazione delle forme e del movimento. Secondo André Leroi-Gourhan l’estetica costituisce l’evoluzione umana insieme alla tecnica e al linguaggio. Questo trittico etnologico composto da tecnica, linguaggio ed estetica ha un carattere differente nell’ultima istanza. Infatti l’estetica non è determinata soltanto dalla società, ma l’individuo è coscientemente libero della scelta e può perfino creare. Le kogyaru rispecchiano quest’analisi etnologica. Esse non cercano esclusivamente l’omologazione, piuttosto ricercano la creazione di uno stile individuale. Perciò definire un abbigliamento tipico delle kogyaru sarebbe improprio. Certamente svolge un ruolo importante la divisa scolastica che ha centinaia di varianti, così quanti gli istituti scolastici. A ciò si aggiunge la facoltà di cambiare alcuni indumenti, come per esempio i calzini. In particolare, i calzini più in voga fra le kogyaru sono i ruuzu sokkusu (calzini larghi e pendenti, dall’inglese loose socks). Questi calzini larghi di colore bianco ricadono sulle scarpe coprendole parzialmente. La gonna, abitualmente una gonna corta blu scuro, si è evoluta in una minigonna a scacchi simile al tartan, di colore consono al resto della divisa. La foggia della divisa scolastica può essere alla marinara (seeraa fuku, dall’inglese sailor), ma anche un tailleur abbinato a una cravatta. Si tratta comunque di elaborazioni sulle divise dei college di tutto il mondo, a cui si aggiunge il gusto estetico delle kogyaru. Però l’abbigliamento delle kogyaru non è ristretto alla divisa scolastica, anche se questa è particolarmente amata perché simbolo dello status di studentessa e dunque icona della gioventù. Per un certo periodo sono stati di moda gli zatteroni, le zeppe alte e gli stivali, ma anche i pantaloni larghi a zampa d’elefante. Insomma, un ripescaggio del vestiario degli anni ’70. Tutto all’insegna del coloratissimo, dei colori pastello, del fluorescente, di qualcosa che sia sempre sgargiante ed evidente. Ciò con lo scopo di distinguersi assolutamente. Il motto delle kogyaru è: "Essere se stesse".
Per chi è esterno e poco confidente con questo mondo, le kogyaru possono apparire tutte uguali. Eppure i gruppi e le varie denominazioni sono estremamente differenti. Una attenta ricognizione rivelerà come realmente ogni kogyaru sia un’individualità con i propri gusti e tendenze. Perciò per quanto riguarda l’abbigliamento non si può fissare uno stile unico.
Il trucco usato adopera spesso fondotinta azzurri o bianchi che ingrandiscono gli occhi. Il rossetto è chiarissimo, rosa pallido oppure azzurro-violetto. Questo trucco a volte risalta sulla pelle abbronzata detta ganguro. Ganguro gyaru è anche il nome delle ragazze che vantano un’abbronzatura eccessiva. Anche le yamanba, altro celebre gruppo di ragazze trasgressive, hanno l’usanza di abbronzarsi artificialmente. I capelli delle kogyaru sono spesso decolorati castano chiaro (chapatsu), oppure il più vistoso biondo platino con riflessi argentei. Per esigenza di chiarezza, bisogna aggiungere che il tingersi i capelli non rappresenta più una stranezza considerando che questa pratica esiste da secoli in Occidente. Tingersi i capelli era una moda già presente fra le matrone dell’Impero Romano.
Molte riviste sono state dedicate alle kogyaru consacrando il loro status di fenomeno sociale, forse calcando un po’ la mano su una realtà giovanile che non ha nulla di eclatante. Fra queste riviste ricordiamo "Egg", "Urecco" e "Cream". Secondo Urasawa Naoki (2) il movimento giovanile giapponese ripeterebbe certi stilemi degli anni ’70, specialmente nell’estetica, privi però della stessa ideologia. Urasawa ritiene che l’epoca attuale è segnata da una bassa crescita demografica, e ciò impedirebbe la formazione di un movimento molto numeroso. Ridimensionare l’impatto della cultura giovanile giapponese non significa ignorarla. Piuttosto bisogna considerare meglio altri elementi della società che rimangono invisibili a causa di tanto clamore. In questo senso vi riesce Morikawa Kaichiro che elabora una teoria complessa sulle metropoli giapponesi. In precedenza avevamo accennato come le kogyaru con le loro attività integrassero le forme e i ritmi della metropoli modulandone lo spazio e il tempo. In parole semplici, una metropoli è ciò che si svolge in essa piuttosto che lo spazio artificiale degli edifici. Dunque le kogyaru sono coloro che creano fisicamente le metropoli giapponesi. Morikawa Kaichiro si spinge molto più in là. Egli ritiene che Tokyo possa essere considerata come un’unica enorme stanza privata. Si tratta di una comunità di interessi e di uno stesso gusto. Nel libro Learning from Akihabara - The birth of Personapolis, Morikawa , docente di architettura all’Università Waseda, descrive esaurientemente la sua teoria. Ciò che è decisamente innovativo in questo studio, che per certi versi riprende le idee di Ueda Atsushi, è l’attenzione all’ambiente rinunciando alle speculazioni della psicologia del profondo. L’analisi delle metropoli e della loro vita permette di elaborare una psicologia sociale e un’antropologia delle kogyaru molto più interessante e autentica. In conclusione, l’importanza che le kogyaru rivestono è dovuta soprattutto all’ambiente metropolitano che hanno creato.
Note
1. Sbagliata è l’etimologia e le deduzioni conseguenti suggerite dalla sociologa Sharon Kinsella nei suoi testi. Kogyaru non deriverebbe dalla contrazione di kokosei (studentessa delle superiori) e gyaru (ragazza). Sbagliato anche il tentativo di spiegare il termine shojo (ragazza) come rappresentativo di una figura di adolescente metà bambina metà donna prodotta dalla società industriale. Si tratta di speculazioni prive di fondamento e riscontro oggettivo.
2. Cfr. Urasawa, Naoki, 20th Century Boys, Vol.1, Panini Comics, Modena, 2002, pp.208-209.
Bibliografia
Fujii, Mihona, Gals!, Shueisha, Tokyo, 1998.
Kinsella, Sharon, Cuties in Japan, in Skov, Lise e Moeran, Brian, Women, Media and Consumption in Japan, University of Hawaii Press, Honolulu, 1995.
Leroi-Gourhan, André, Il gesto e la parola, Einaudi, Torino, 1977.
Martorella, Cristiano, Il Giappone inquieto, in "Sushi", anno III, settembre 1997.
Martorella, Cristiano, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese, in "LG Argomenti", n.1, anno XXXIX, gennaio-marzo 2003.
Morikawa, Kaichiro, Learning from Akihabara. The Birth of Personapolis, Gentosha, Tokyo, 2003.
Murakami, Ryu, Blu quasi trasparente, Rizzoli, Milano, 1993.
Murakami, Ryu, Rabu & poppu, Gentosha, Tokyo, 1996.
Prandoni, Francesco, Il tempo delle yamanba, in "Man-ga!", n.1, maggio 2001.
sabato 17 ottobre 2009
La repressione sociale
Articolo sulla repressione giovanile pubblicato dalla rivista "LG Argomenti".
Cfr. Cristiano Martorella, Yokuatsu. Repressione e giovani, in "LG Argomenti", n.2, anno XL, aprile-giugno 2004, pp.71-75.
Yokuatsu. Repressione e giovani
di Cristiano Martorella
La rivista "LG Argomenti" ha fornito, dal 2000 ad oggi, un quadro ormai completo sulla letteratura per l’infanzia, la fiaba, la pedagogia e la cultura giovanile del Giappone, un paese che non finisce mai di stupire per l’originalità e la ricchezza della propria civiltà. Adesso possiamo dedicarci a sviluppare studi più approfonditi che abbiano anche un aspetto sperimentale ed esplorativo, non soltanto informativo e accademico. La ricerca, come ci insegna Max Weber, non è soltanto un’accumulazione di dati, piuttosto è la capacità di elaborare costrutti intellettuali capaci di orientarci nella complessità empirica. Abbiamo già visto come le questioni inerenti alla società giapponese ci riguardino direttamente. Il metodo comparativo permette non soltanto di cogliere le similitudini e le differenze, ma di concepire i processi dello sviluppo in modo specifico, senza ricorrere a un modello evolutivo astratto considerato unico e valido per tutte le situazioni. Per questo motivo l’indagine che qui presenteremo sarà inusuale, anticonformista e inedita per i consueti canoni della critica letteraria italiana.
Una ricostruzione storica è un preliminare necessario per inquadrare la questione delicata del fenomeno otaku, prima di passare ai giudizi e alle conseguenze. Il fenomeno otaku, apparso in Giappone intorno agli anni ’80, fu inizialmente usato per marchiare negativamente una vasta fascia della gioventù che non voleva farsi inquadrare nel sistema rigido della società meritocratica (gakureki shakai). Con otaku si indicava una tipologia di giovane incapace di comunicare con gli altri, completamente assorbito in una passione o un hobby fino alla fissazione, e rinchiuso in se stesso tanto da identificarsi con l’ambiente della sua camera. Qui il gioco di parole fra otaku, che significa casa, ma usato anche come la seconda persona singolare del pronome personale in forma cortese, è evidente. Otaku è colui che si ripiega sull’ambiente domestico e bada soltanto a se stesso. La mentalità giapponese fortemente intrisa di una morale confuciana non ancora sparita, non riesce ad accettare un simile atteggiamento introverso, e soprattutto asociale. Il fine ultimo dell’individuo deve essere il bene della collettività secondo i princìpi confuciani. Evidentemente i princìpi astratti della morale confuciana si rivelano molto più artificiali e innaturali di quanto un’analisi superficiale possa pensare. Infatti il confucianesimo è soltanto un innesto nella società giapponese che fonda la sua struttura su basi pagane (shintoismo). Autori come Norinaga Motoori hanno espresso un forte dissenso e disprezzo nei confronti del pensiero cinese. Ciò non va dimenticato. Questa reminiscenza è anche importante per evidenziare come l’atteggiamento degli otaku, che recuperano la cultura autoctona, è pienamente coerente e consequenziale.
L’idea e l’immagine negativa degli otaku non è mai sparita, nemmeno quando il fenomeno è diventato una moda, con aspetti fortemente commerciali, e si è espanso all’estero. Gli appassionati di animazione e fumetti presero con slancio e orgoglio quella definizione, facendone una bandiera. Dopotutto i media sono abilissimi a creare mostri, e quest’ultimi sanno ormai come utilizzare la cassa di risonanza provocata dai clamori e dagli scandali. Appunto gli scandali che non sono mai mancati. Gli otaku infatti furono accusati di consumare fumetti e cartoni animati dai contenuti sessuali più perversi. Così il caso di Tsutomu Miyazaki, maniaco sessuale pluriomicida, fu assunto come esempio rappresentativo della minaccia otaku. Invece di porgere attenzione ai contenuti dei prodotti dell’editoria, si cercava il solito capro espiatorio e si fingeva di non vedere il sistema commerciale nato intorno ai presunti maniaci. La questione della sessualità dei giovani era divenuta talmente controversa che vi fu un autentico movimento per depistare e confondere i cittadini. Schiere di psicologi inventarono nuove patologie, e i sociologi nuove devianze. Era così riportato il tutto all’ordine, bastava dividere i giovani in sani e malati. Almeno così si credeva.
Il fenomeno della repressione contro i giovani assumeva aspetti inquietanti in un paese che godeva di un’ampia libertà sessuale e i diritti civili erano anch’essi garantiti. Eppure basta poco per sopprimere le libertà individuali. La stampa indicò nei giovani la causa della crisi economica, della crisi dei valori, e perfino la crisi demografica. Indolenti, viziati, dediti al sesso sfrenato, ecco il quadro dipinto dai giornali. Nessun intellettuale spese una parola in favore dei giovani, nessun politico vide una briciola di bontà nelle future generazioni. Solo la stampa alternativa, riviste specializzate e fumetti, difendevano i giovani. Praticamente erano le riviste scritte dagli stessi otaku. Meglio così. Ci si difendeva da soli, un’altra dimostrazione di autonomia. Ma facciamo un passo indietro. Cosa c’era sotto tanta ostilità, cosa provocava la paura degli otaku? Gli otaku erano un pericolo per l’assetto della società e per l’élite politico-economica. Essi sapevano usare straordinariamente bene le nuove tecnologie (computer, internet, telefonia mobile, immagini digitali, etc.), avevano così un’autonomia produttiva (riviste, gadget, video, etc.) erano radicati nella cultura autoctona (ripresa delle credenze shintoiste), avevano un estremismo estetico che scavalcava i limiti nazionali (l’immagine comunica più rapidamente della parola), e soprattutto rifiutavano la politica. Gli studiosi li definirono come un movimento non ideologico di contestazione. Anche qui l’analisi era superficiale e fuorviante, basata sui modelli del ’68. Gli otaku non erano interessati alla contestazione, essi rifiutavano in assoluto il modello politico della dialettica occidentale. "Basta con le chiacchiere, se qualcosa non la senti col cuore come puoi capirla con le parole?" Ecco un motto che spiega il diverso sentire degli otaku. Sarebbe stato più interessante accostare il movimento otaku all’esistenzialismo per coglierne qualche tratto più saliente. Però a nessuno studioso interessava davvero capire gli otaku. Era importante condannare e fornire il supporto ideologico per giustificare la reclusione di tanti giovani nei riformatori e nelle cliniche psichiatriche.
I punti di attrito col sistema democratico erano troppo forti. I giovani rifiutavano il sistema politico rappresentativo perché costituiva un inganno. Come può essere rappresentativo un sistema politico che seleziona i candidati in base al loro potere economico? I candidati sulla scheda elettorale non li scelgono gli elettori, ma gli apparati dei partiti. Dov’è la scelta dell’elettore? D’altronde l’opinione pubblica viene tranquillamente ignorata. Le guerre si fanno senza il consenso dei cittadini, e così procede anche la distruzione dell’ambiente tramite politiche economiche sempre più aggressive. Forse qualche politico tiene in considerazione la volontà degli elettori? Gli otaku rifiutavano la partecipazione a una società civile fondata sull’ipocrisia e la menzogna che si fa chiamare democratica per avere soltanto un maggiore consenso. Così erano chiare le due condanne della società civile contro il movimento otaku: 1) Il ritiro dalla società civile e la moratoria (sospensione dalla responsabilità della vita adulta); 2) L’abbandono delle ideologie (liberalismo, socialismo, comunismo, nazionalismo, etc.) e rifiuto del sistema politico. Ma chi condanna è spesso più colpevole di chi è puntato dal dito. Infatti tutte le accuse contro gli otaku non intaccarono minimamente lo sfruttamento commerciale del fenomeno. Per le aziende qualcosa è buono se si vende. Quindi le condanne moraliste contro la prostituzione delle liceali (burusera) furono soltanto un lungo spot promozionale di vendita dei prodotti più glamour. Infatti erano i giovani i consumatori più accaniti di certi prodotti. Molti prodotti estetici erano rivolti alle ragazze, perfino i centri estetici d’abbronzatura riguardavano un gruppo di giovanissime (yamanba e kogyaru). La florida industria del divertimento poteva sussistere soltanto grazie al lavoro e ai consumi dei giovani. C’era un gioco perverso fra chi condannava, con una falsa morale, la vita consumistica dei giovani, e gli stessi che gestivano e lucravano sul mercato.
Un esempio letterario di questa tendenza è stato rappresentato dalla scrittrice Banana Yoshimoto. Le sue opere descrivono personaggi sospesi in una vita quotidiana dove lo shopping, la cucina, un hobby, costituiscono il senso della loro vita. Una caratteristica molto simile alla tipologia dell’otaku. In una atmosfera ovattata, dove non c’è cognizione di bene e male, giusto e sbagliato, i personaggi si rivelano soltanto in base alla loro capacità di decifrare e dare senso al flusso di percezioni. Aspetti legati alla sessualità scivolano senza l’emozione di una passione. Nei romanzi di Banana Yoshimoto si accenna alla prostituzione, all’incesto fra fratello e sorella, e altre relazioni sessuali illecite, in modo poco coinvolgente e con indifferenza. Sembra che la sessualità sia concepita come un bene di consumo piuttosto che una passione. La scrittrice Reiko Matsuura utilizza il sesso per creare un effetto di straniamento attraverso l’inusuale. Il corpo diventa una bandiera e una forma d’espressione fino al limite. Nel romanzo Oyayubi P no shugyo jidai (L’apprendistato dell’alluce P) narra le vicende erotico-comiche della ventiduenne Kazumi che scopre la trasformazione del suo alluce destro in un pene. La scrittrice Miri Yu narra le vicende di adolescenti allo sbando come in Oro rapace. Una critica feroce ai media e al loro potere di manipolazione è portata avanti in Scene di famiglia. La star televisiva Ai Iijima, diventata scrittrice di successo con la sua autobiografia, cerca di rendere manifesto come si possa trovare un percorso personale che dia senso alla vita degli adolescenti oppressi in un mondo di adulti cinici e bugiardi. In Platonic Sex riesce perfino a dimostrare la purezza dell’animo che rimane inattaccabile nonostante lo sfruttamento sessuale.
La tendenza della letteratura giovanile giapponese sembra essere rivolta ad una denuncia sociale che usa la sessualità come forma di protesta o almeno come dichiarazione d’autonomia. Ciò corrisponde alla tradizione inaugurata nell’epoca Edo (1600-1867) dagli intellettuali vicini alla chonin bunka (cultura dei mercanti). Fu in quel periodo che il governo shogunale adottò un massiccio impiego della polizia per reprimere i testi, le opere teatrali, i libri di stampe troppo critici, adottando il pretesto della moralità. Oggi questa trasformazione viene condotta dai giovani con le modalità che abbiamo visto in precedenza. Non si tratta né di una rivolta né di una rivoluzione, ma di uno strappo forte con gli stili di vita imposti dal regime democratico. Forse ciò è più duraturo e significativo nei cambiamenti. I punti di attrito con il sistema democratico sono soprattutto: 1) La politica sessuale repressiva nei confronti dei giovani; 2) La mancanza di stabilità sociale intaccata dalla disintegrazione del lavoro stabile e dell’assistenza sociale. L’emergenza del disordine sociale creato dalla politica economica diretta esclusivamente a garantire i profitti delle aziende, porterà inevitabilmente ad acuire la repressione nei confronti dei giovani. Arrivati al punto di rottura il sistema democratico a sostegno della dittatura dell’azienda si sfalderà. Un’importanza enorme avrà la letteratura in tutte le sue forme narrative. Infatti l’unico fattore unificante degli otaku è la letteratura (riviste, fumetti, ipertesti, etc.) con la sua capacità di creare una sensibilità comune. Il Giappone sarà il laboratorio sociale del futuro. I passaggi cruciali saranno costituiti dalla critica al modello familiare troppo oppressivo, all’esaltazione dell’edonismo e all’affermazione della libertà sessuale. Parte di questa ricostruzione sociale avverrà con il recupero delle soluzioni tramandate dalla cultura tradizionale. Infatti la sessualità aveva un ruolo più equilibrato e fondativo nel mondo degli antichi, una concezione distrutta dal moralismo delle religioni monoteiste dove il sesso è il peccato per eccellenza. Lo stesso piacere della vita era esaltato dai pagani, viceversa attualmente l’edonismo è sfruttato a livello commerciale ma negato a chi non può comprarselo. Circa la sessualità dei giovani, essa è negata, occultata e ignorata. A livello scientifico ciò provoca un’acuta forma di schizofrenia fra i risultati oggettivi della ricerca e il moralismo bigotto. La letteratura ha il dovere di raccontare cosa sta accadendo nel nostro mondo. Le opere degli autori giapponesi stanno cogliendo questo risultato.
Bibliografia
Calza, Gian Carlo, Stile Giappone, Torino, Einaudi, 2002.
Ceci, Cristiana, Sex & sushi, in "Gulliver", n.3 anno X, marzo 2002.
Greenfeld, Karl Taro, Deviazioni standard, Torino, Instar, 2004.
Greenfeld, Karl Taro, Baburu. I figli della grande bolla, Torino, Instar, 1995.
Hite, Shere, Il primo rapporto Hite, un’inchiesta sulla sessualità femminile, Milano, Bompiani, 1977.
Iijima, Ai, Platonic Sex, Milano, Rizzoli, 2004.
Martorella, Cristiano, La rivoluzione invisibile, in "Sushi", ottobre 1996.
Martorella, Cristiano, Il Giappone inquieto, in "Sushi", settembre 1997.
Martorella, Cristiano, I fumetti del ciliegio in fiore, in "Il Golfo. Quotidiano dell’area sorrentina e Capri", anno VI, 1 marzo 1996.
Martorella, Cristiano, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese, in "LG Argomenti", n.1 anno XXXIX, gennaio-marzo 2003.
Matsuura, Reiko, L’alluce P, Venezia, Marsilio, 1998.
Matsuura, Reiko, Corpi di donna, Venezia, Marsilio, 1996.
Reich, Wilhelm, La rivoluzione sessuale, Milano, Feltrinelli, 1963.
Ueda, Atsushi, Electric Geisha. Tra cultura pop e tradizione in Giappone, Milano, Feltrinelli, 1996.
Yoshimoto, Banana, N.P., Milano Feltrinelli, 1991.
Yoshimoto, Banana, Sonno profondo, Milano Feltrinelli, 1994.
Yoshimoto, Banana, Tsugumi, Milano Feltrinelli, 1994.
Yoshimoto, Banana, Lucertola, Milano Feltrinelli, 1995.
Yu, Miri, Oro rapace, Milano, Feltrinelli, 2001.
Yu, Miri, Scene di famiglia, Venezia, Marsilio, 2001.
Articolo pubblicato dalla rivista "LG Argomenti". Cfr. Cristiano Martorella, Yokuatsu. Repressione e giovani, in "LG Argomenti", n.2, anno XL, aprile-giugno 2004, pp.71-75.
Cfr. Cristiano Martorella, Yokuatsu. Repressione e giovani, in "LG Argomenti", n.2, anno XL, aprile-giugno 2004, pp.71-75.
Yokuatsu. Repressione e giovani
di Cristiano Martorella
La rivista "LG Argomenti" ha fornito, dal 2000 ad oggi, un quadro ormai completo sulla letteratura per l’infanzia, la fiaba, la pedagogia e la cultura giovanile del Giappone, un paese che non finisce mai di stupire per l’originalità e la ricchezza della propria civiltà. Adesso possiamo dedicarci a sviluppare studi più approfonditi che abbiano anche un aspetto sperimentale ed esplorativo, non soltanto informativo e accademico. La ricerca, come ci insegna Max Weber, non è soltanto un’accumulazione di dati, piuttosto è la capacità di elaborare costrutti intellettuali capaci di orientarci nella complessità empirica. Abbiamo già visto come le questioni inerenti alla società giapponese ci riguardino direttamente. Il metodo comparativo permette non soltanto di cogliere le similitudini e le differenze, ma di concepire i processi dello sviluppo in modo specifico, senza ricorrere a un modello evolutivo astratto considerato unico e valido per tutte le situazioni. Per questo motivo l’indagine che qui presenteremo sarà inusuale, anticonformista e inedita per i consueti canoni della critica letteraria italiana.
Una ricostruzione storica è un preliminare necessario per inquadrare la questione delicata del fenomeno otaku, prima di passare ai giudizi e alle conseguenze. Il fenomeno otaku, apparso in Giappone intorno agli anni ’80, fu inizialmente usato per marchiare negativamente una vasta fascia della gioventù che non voleva farsi inquadrare nel sistema rigido della società meritocratica (gakureki shakai). Con otaku si indicava una tipologia di giovane incapace di comunicare con gli altri, completamente assorbito in una passione o un hobby fino alla fissazione, e rinchiuso in se stesso tanto da identificarsi con l’ambiente della sua camera. Qui il gioco di parole fra otaku, che significa casa, ma usato anche come la seconda persona singolare del pronome personale in forma cortese, è evidente. Otaku è colui che si ripiega sull’ambiente domestico e bada soltanto a se stesso. La mentalità giapponese fortemente intrisa di una morale confuciana non ancora sparita, non riesce ad accettare un simile atteggiamento introverso, e soprattutto asociale. Il fine ultimo dell’individuo deve essere il bene della collettività secondo i princìpi confuciani. Evidentemente i princìpi astratti della morale confuciana si rivelano molto più artificiali e innaturali di quanto un’analisi superficiale possa pensare. Infatti il confucianesimo è soltanto un innesto nella società giapponese che fonda la sua struttura su basi pagane (shintoismo). Autori come Norinaga Motoori hanno espresso un forte dissenso e disprezzo nei confronti del pensiero cinese. Ciò non va dimenticato. Questa reminiscenza è anche importante per evidenziare come l’atteggiamento degli otaku, che recuperano la cultura autoctona, è pienamente coerente e consequenziale.
L’idea e l’immagine negativa degli otaku non è mai sparita, nemmeno quando il fenomeno è diventato una moda, con aspetti fortemente commerciali, e si è espanso all’estero. Gli appassionati di animazione e fumetti presero con slancio e orgoglio quella definizione, facendone una bandiera. Dopotutto i media sono abilissimi a creare mostri, e quest’ultimi sanno ormai come utilizzare la cassa di risonanza provocata dai clamori e dagli scandali. Appunto gli scandali che non sono mai mancati. Gli otaku infatti furono accusati di consumare fumetti e cartoni animati dai contenuti sessuali più perversi. Così il caso di Tsutomu Miyazaki, maniaco sessuale pluriomicida, fu assunto come esempio rappresentativo della minaccia otaku. Invece di porgere attenzione ai contenuti dei prodotti dell’editoria, si cercava il solito capro espiatorio e si fingeva di non vedere il sistema commerciale nato intorno ai presunti maniaci. La questione della sessualità dei giovani era divenuta talmente controversa che vi fu un autentico movimento per depistare e confondere i cittadini. Schiere di psicologi inventarono nuove patologie, e i sociologi nuove devianze. Era così riportato il tutto all’ordine, bastava dividere i giovani in sani e malati. Almeno così si credeva.
Il fenomeno della repressione contro i giovani assumeva aspetti inquietanti in un paese che godeva di un’ampia libertà sessuale e i diritti civili erano anch’essi garantiti. Eppure basta poco per sopprimere le libertà individuali. La stampa indicò nei giovani la causa della crisi economica, della crisi dei valori, e perfino la crisi demografica. Indolenti, viziati, dediti al sesso sfrenato, ecco il quadro dipinto dai giornali. Nessun intellettuale spese una parola in favore dei giovani, nessun politico vide una briciola di bontà nelle future generazioni. Solo la stampa alternativa, riviste specializzate e fumetti, difendevano i giovani. Praticamente erano le riviste scritte dagli stessi otaku. Meglio così. Ci si difendeva da soli, un’altra dimostrazione di autonomia. Ma facciamo un passo indietro. Cosa c’era sotto tanta ostilità, cosa provocava la paura degli otaku? Gli otaku erano un pericolo per l’assetto della società e per l’élite politico-economica. Essi sapevano usare straordinariamente bene le nuove tecnologie (computer, internet, telefonia mobile, immagini digitali, etc.), avevano così un’autonomia produttiva (riviste, gadget, video, etc.) erano radicati nella cultura autoctona (ripresa delle credenze shintoiste), avevano un estremismo estetico che scavalcava i limiti nazionali (l’immagine comunica più rapidamente della parola), e soprattutto rifiutavano la politica. Gli studiosi li definirono come un movimento non ideologico di contestazione. Anche qui l’analisi era superficiale e fuorviante, basata sui modelli del ’68. Gli otaku non erano interessati alla contestazione, essi rifiutavano in assoluto il modello politico della dialettica occidentale. "Basta con le chiacchiere, se qualcosa non la senti col cuore come puoi capirla con le parole?" Ecco un motto che spiega il diverso sentire degli otaku. Sarebbe stato più interessante accostare il movimento otaku all’esistenzialismo per coglierne qualche tratto più saliente. Però a nessuno studioso interessava davvero capire gli otaku. Era importante condannare e fornire il supporto ideologico per giustificare la reclusione di tanti giovani nei riformatori e nelle cliniche psichiatriche.
I punti di attrito col sistema democratico erano troppo forti. I giovani rifiutavano il sistema politico rappresentativo perché costituiva un inganno. Come può essere rappresentativo un sistema politico che seleziona i candidati in base al loro potere economico? I candidati sulla scheda elettorale non li scelgono gli elettori, ma gli apparati dei partiti. Dov’è la scelta dell’elettore? D’altronde l’opinione pubblica viene tranquillamente ignorata. Le guerre si fanno senza il consenso dei cittadini, e così procede anche la distruzione dell’ambiente tramite politiche economiche sempre più aggressive. Forse qualche politico tiene in considerazione la volontà degli elettori? Gli otaku rifiutavano la partecipazione a una società civile fondata sull’ipocrisia e la menzogna che si fa chiamare democratica per avere soltanto un maggiore consenso. Così erano chiare le due condanne della società civile contro il movimento otaku: 1) Il ritiro dalla società civile e la moratoria (sospensione dalla responsabilità della vita adulta); 2) L’abbandono delle ideologie (liberalismo, socialismo, comunismo, nazionalismo, etc.) e rifiuto del sistema politico. Ma chi condanna è spesso più colpevole di chi è puntato dal dito. Infatti tutte le accuse contro gli otaku non intaccarono minimamente lo sfruttamento commerciale del fenomeno. Per le aziende qualcosa è buono se si vende. Quindi le condanne moraliste contro la prostituzione delle liceali (burusera) furono soltanto un lungo spot promozionale di vendita dei prodotti più glamour. Infatti erano i giovani i consumatori più accaniti di certi prodotti. Molti prodotti estetici erano rivolti alle ragazze, perfino i centri estetici d’abbronzatura riguardavano un gruppo di giovanissime (yamanba e kogyaru). La florida industria del divertimento poteva sussistere soltanto grazie al lavoro e ai consumi dei giovani. C’era un gioco perverso fra chi condannava, con una falsa morale, la vita consumistica dei giovani, e gli stessi che gestivano e lucravano sul mercato.
Un esempio letterario di questa tendenza è stato rappresentato dalla scrittrice Banana Yoshimoto. Le sue opere descrivono personaggi sospesi in una vita quotidiana dove lo shopping, la cucina, un hobby, costituiscono il senso della loro vita. Una caratteristica molto simile alla tipologia dell’otaku. In una atmosfera ovattata, dove non c’è cognizione di bene e male, giusto e sbagliato, i personaggi si rivelano soltanto in base alla loro capacità di decifrare e dare senso al flusso di percezioni. Aspetti legati alla sessualità scivolano senza l’emozione di una passione. Nei romanzi di Banana Yoshimoto si accenna alla prostituzione, all’incesto fra fratello e sorella, e altre relazioni sessuali illecite, in modo poco coinvolgente e con indifferenza. Sembra che la sessualità sia concepita come un bene di consumo piuttosto che una passione. La scrittrice Reiko Matsuura utilizza il sesso per creare un effetto di straniamento attraverso l’inusuale. Il corpo diventa una bandiera e una forma d’espressione fino al limite. Nel romanzo Oyayubi P no shugyo jidai (L’apprendistato dell’alluce P) narra le vicende erotico-comiche della ventiduenne Kazumi che scopre la trasformazione del suo alluce destro in un pene. La scrittrice Miri Yu narra le vicende di adolescenti allo sbando come in Oro rapace. Una critica feroce ai media e al loro potere di manipolazione è portata avanti in Scene di famiglia. La star televisiva Ai Iijima, diventata scrittrice di successo con la sua autobiografia, cerca di rendere manifesto come si possa trovare un percorso personale che dia senso alla vita degli adolescenti oppressi in un mondo di adulti cinici e bugiardi. In Platonic Sex riesce perfino a dimostrare la purezza dell’animo che rimane inattaccabile nonostante lo sfruttamento sessuale.
La tendenza della letteratura giovanile giapponese sembra essere rivolta ad una denuncia sociale che usa la sessualità come forma di protesta o almeno come dichiarazione d’autonomia. Ciò corrisponde alla tradizione inaugurata nell’epoca Edo (1600-1867) dagli intellettuali vicini alla chonin bunka (cultura dei mercanti). Fu in quel periodo che il governo shogunale adottò un massiccio impiego della polizia per reprimere i testi, le opere teatrali, i libri di stampe troppo critici, adottando il pretesto della moralità. Oggi questa trasformazione viene condotta dai giovani con le modalità che abbiamo visto in precedenza. Non si tratta né di una rivolta né di una rivoluzione, ma di uno strappo forte con gli stili di vita imposti dal regime democratico. Forse ciò è più duraturo e significativo nei cambiamenti. I punti di attrito con il sistema democratico sono soprattutto: 1) La politica sessuale repressiva nei confronti dei giovani; 2) La mancanza di stabilità sociale intaccata dalla disintegrazione del lavoro stabile e dell’assistenza sociale. L’emergenza del disordine sociale creato dalla politica economica diretta esclusivamente a garantire i profitti delle aziende, porterà inevitabilmente ad acuire la repressione nei confronti dei giovani. Arrivati al punto di rottura il sistema democratico a sostegno della dittatura dell’azienda si sfalderà. Un’importanza enorme avrà la letteratura in tutte le sue forme narrative. Infatti l’unico fattore unificante degli otaku è la letteratura (riviste, fumetti, ipertesti, etc.) con la sua capacità di creare una sensibilità comune. Il Giappone sarà il laboratorio sociale del futuro. I passaggi cruciali saranno costituiti dalla critica al modello familiare troppo oppressivo, all’esaltazione dell’edonismo e all’affermazione della libertà sessuale. Parte di questa ricostruzione sociale avverrà con il recupero delle soluzioni tramandate dalla cultura tradizionale. Infatti la sessualità aveva un ruolo più equilibrato e fondativo nel mondo degli antichi, una concezione distrutta dal moralismo delle religioni monoteiste dove il sesso è il peccato per eccellenza. Lo stesso piacere della vita era esaltato dai pagani, viceversa attualmente l’edonismo è sfruttato a livello commerciale ma negato a chi non può comprarselo. Circa la sessualità dei giovani, essa è negata, occultata e ignorata. A livello scientifico ciò provoca un’acuta forma di schizofrenia fra i risultati oggettivi della ricerca e il moralismo bigotto. La letteratura ha il dovere di raccontare cosa sta accadendo nel nostro mondo. Le opere degli autori giapponesi stanno cogliendo questo risultato.
Bibliografia
Calza, Gian Carlo, Stile Giappone, Torino, Einaudi, 2002.
Ceci, Cristiana, Sex & sushi, in "Gulliver", n.3 anno X, marzo 2002.
Greenfeld, Karl Taro, Deviazioni standard, Torino, Instar, 2004.
Greenfeld, Karl Taro, Baburu. I figli della grande bolla, Torino, Instar, 1995.
Hite, Shere, Il primo rapporto Hite, un’inchiesta sulla sessualità femminile, Milano, Bompiani, 1977.
Iijima, Ai, Platonic Sex, Milano, Rizzoli, 2004.
Martorella, Cristiano, La rivoluzione invisibile, in "Sushi", ottobre 1996.
Martorella, Cristiano, Il Giappone inquieto, in "Sushi", settembre 1997.
Martorella, Cristiano, I fumetti del ciliegio in fiore, in "Il Golfo. Quotidiano dell’area sorrentina e Capri", anno VI, 1 marzo 1996.
Martorella, Cristiano, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese, in "LG Argomenti", n.1 anno XXXIX, gennaio-marzo 2003.
Matsuura, Reiko, L’alluce P, Venezia, Marsilio, 1998.
Matsuura, Reiko, Corpi di donna, Venezia, Marsilio, 1996.
Reich, Wilhelm, La rivoluzione sessuale, Milano, Feltrinelli, 1963.
Ueda, Atsushi, Electric Geisha. Tra cultura pop e tradizione in Giappone, Milano, Feltrinelli, 1996.
Yoshimoto, Banana, N.P., Milano Feltrinelli, 1991.
Yoshimoto, Banana, Sonno profondo, Milano Feltrinelli, 1994.
Yoshimoto, Banana, Tsugumi, Milano Feltrinelli, 1994.
Yoshimoto, Banana, Lucertola, Milano Feltrinelli, 1995.
Yu, Miri, Oro rapace, Milano, Feltrinelli, 2001.
Yu, Miri, Scene di famiglia, Venezia, Marsilio, 2001.
Articolo pubblicato dalla rivista "LG Argomenti". Cfr. Cristiano Martorella, Yokuatsu. Repressione e giovani, in "LG Argomenti", n.2, anno XL, aprile-giugno 2004, pp.71-75.
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giovedì 15 ottobre 2009
Economia e metodo
Relazione pubblicata dal sito Nipponico.com.
Dal 4 al 6 ottobre 2001 si è svolto il convegno dell'Associazione Italiana per gli Studi Giapponesi (AISTUGIA), presso la Domus Ciliota a Venezia. Anche Nipponico.com è stato presente per mezzo di un suo collaboratore, lo studioso Cristiano Martorella, che ha tenuto una relazione sulle implicazioni sociologiche dell'economia giapponese, che qui vi presentiamo in riassunto per chi non avesse avuto la possibilità di assistere.
Hohoron. Le implicazioni sociologiche dell'economia giapponese
di Cristiano Martorella
6 ottobre 2001. Lo scopo di questa relazione è riportare nell'alveo della sociologia una serie di studi che hanno impegnato i nipponisti. Per motivi storici, l'economia giapponese ha attirato l'attenzione di molti studiosi che hanno prodotto lavori con impostazioni diversissime e conclusioni opposte. Così il criterio di scienza viene gravemente minato nel momento stesso in cui la ricerca porta a risultati opposti e contraddittori. Ancora non si è concordi sulla definizione di economia giapponese, essendo addirittura contestata una specificità del sistema nipponico. A favore dell'esistenza di un modello giapponese, ad esempio, sono Ezra Vogel, Ronald Dore, Morita Akio, Nakane Chie, Claudio Zanier; contrari invece Paul Krugman e Karel van Wolferen. Quindi bisogna impostare una questione metodologica (hohoron) che permetta di discernere e comprendere tali difficoltà, nella speranza di risolverle.
La società giapponese
Alcuni studiosi giapponesi hanno sollevato obiezioni sui modelli sociali utilizzati per spiegare la realtà giapponese. Il caso più noto è quello rappresentato da Nakane Chie che già nel 1970 contestava alla sociologia occidentale di non considerare seriamente la specificità giapponese.Nel far ciò Nakane recupera alcune tematiche già affrontate in passato da importanti studiosi evidenziando che non è possibile prescindere dall'analisi metodologica (hohoron).L'idea che gli occidentali avrebbero dello sviluppo influenza il loro modo di vedere. Essi credono che il Giappone conservi delle sopravvivenze della tradizione feudale e che esse spariranno soltanto quando il Giappone sarà identico ai paesi occidentali. Nakane Chie respinge questo quadro teorico distinguendo struttura sociale e organizzazione sociale. Utilizzando un modello tripartito (cultura, struttura sociale, economia) possiamo accorgerci che esistono interazioni che permettono il rapporto ma non la dipendenza fra le tre istanze (già individuate in modi differenti nelle opere di Marx, Weber e Durkheim). Come insegna Anthony Giddens, si può avere un'identica economia con strutture sociali diverse. Questo mette in crisi il modello di sviluppo unidirezionale sostenuto da molti studiosi occidentali. La formazione dei modelli è molto più libera ed è determinata da un complesso di variabili amplissimo.
Il metodo di Weber
Se la sociologia rivela una incapacità nel descrivere compiutamente l'economia giapponese, bisogna mettere sotto indagine la scienza stessa che la presiede. L'autore fondamentale che già aveva incominciato questo lavoro fu Max Weber. Nessuno più di lui si spinse tanto in là nell'analisi dei principi su cui si basano le scienze sociali. Ritornare a Max Weber e rifondare le scienze sociali permette finalmente un approccio diverso all'economia e alla società giapponese. Innanzitutto Weber ha risolto brillantemente il problema dell'oggettività degli studi sociali. La questione risiede in una corretta definizione e comprensione dell'oggettività. Per Max Weber l'oggettività è una relazione fra soggetto e oggetto e come tale va trattata. La falsa e fuorviante concezione dell'oggettività è quella ipostatizzazione e neutralizzazione del rapporto soggetto/oggetto.Costruita artificialmente, la falsa oggettività nasconde il soggetto conoscente. Una corretta oggettività scientifica è quella che esplicita il soggetto, in termini pratici rende evidente lo studioso e il suo metodo (hohoron). Nishida Kitaro, il principale filosofo giapponese, considera nello stesso modo il rapporto soggetto/oggetto. Questa relazione è paritetica: il soggetto conosce se stesso tramite l'oggetto e apprende dell'oggetto tramite il sé.
Agire razionale
L'ulteriore passo che ci consente Max Weber è fondamentale per spiegare i comportamenti economici giapponesi. Weber distingue diverse tipologie dell'agire sociale:
1) Agire conforme allo scopo
2) Agire conforme al valore
3) Atteggiamento affettivo
4) Atteggiamento tradizionale
Per avere una comprensione dei comportamenti economici giapponesi è necessario avere una conoscenza delle variabili che determinano l'agire razionale (conforme allo scopo oppure al valore). Infatti è l'esistenza di valori diversi nella civiltà giapponese che conduce alle particolari azioni. L'errore metodologico di molti studiosi risiede nell'ignorare i valori giapponesi per riportare l'agire razionale giapponese ad un atteggiamento irrazionale (tradizionale o affettivo).
Cultura, società, economia
La filosofia giapponese ci ha insegnato che la logica orientale differisce da quella occidentale. Nishida Kitaro, Tanabe Hajime, Mutai Risaku e Takahashi Satomi elaborarono logiche alternative alla logica formale occidentale. Watsuji Tetsuro e Miki Kiyoshi misero in luce come le leggi del pensiero, ovvero la logica (ronri) fossero prodotti ambientali, storici e sociali. Studiare l'economia giapponese significa riconoscere questa specificità. L'agire economico, così come lo definiva Adam Smith, dipende anche dalla logica applicata, dalla scelta razionale. Una ignoranza della logica giapponese comporta come errore l'incapacità di riconoscere l'agire razionale confuso come irrazionale (tradizione ed emozione).Quali sono le conclusioni concrete circa l'economia giapponese? Se per Weber lo spirito del capitalismo era nato dall'etica protestante, per noi il buddhismo zen ha forgiato il sistema economico giapponese. Concetti come la qualità totale (kaizen) devono la loro origine all'insegnamento zen del miglioramento del sé. L'economia giapponese ha come finalità la produttività e i servizi piuttosto che una accumulazione di capitali.
Bibliografia
Nakane, Chie, La società giapponese, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992.
Weber, Max, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 1974.
Giddens, Anthony, Capitalismo e teoria sociale, Il Saggiatore, Milano, 1975.
Wolferen, Karel, Nelle mani del Giappone, Sperling & Kupfer, Milano, 1990.
Nishida, Kitaro, Nishida Kitaro zenshu, Iwanami shoten, Tokyo, 1965-1966.
Dal 4 al 6 ottobre 2001 si è svolto il convegno dell'Associazione Italiana per gli Studi Giapponesi (AISTUGIA), presso la Domus Ciliota a Venezia. Anche Nipponico.com è stato presente per mezzo di un suo collaboratore, lo studioso Cristiano Martorella, che ha tenuto una relazione sulle implicazioni sociologiche dell'economia giapponese, che qui vi presentiamo in riassunto per chi non avesse avuto la possibilità di assistere.
Hohoron. Le implicazioni sociologiche dell'economia giapponese
di Cristiano Martorella
6 ottobre 2001. Lo scopo di questa relazione è riportare nell'alveo della sociologia una serie di studi che hanno impegnato i nipponisti. Per motivi storici, l'economia giapponese ha attirato l'attenzione di molti studiosi che hanno prodotto lavori con impostazioni diversissime e conclusioni opposte. Così il criterio di scienza viene gravemente minato nel momento stesso in cui la ricerca porta a risultati opposti e contraddittori. Ancora non si è concordi sulla definizione di economia giapponese, essendo addirittura contestata una specificità del sistema nipponico. A favore dell'esistenza di un modello giapponese, ad esempio, sono Ezra Vogel, Ronald Dore, Morita Akio, Nakane Chie, Claudio Zanier; contrari invece Paul Krugman e Karel van Wolferen. Quindi bisogna impostare una questione metodologica (hohoron) che permetta di discernere e comprendere tali difficoltà, nella speranza di risolverle.
La società giapponese
Alcuni studiosi giapponesi hanno sollevato obiezioni sui modelli sociali utilizzati per spiegare la realtà giapponese. Il caso più noto è quello rappresentato da Nakane Chie che già nel 1970 contestava alla sociologia occidentale di non considerare seriamente la specificità giapponese.Nel far ciò Nakane recupera alcune tematiche già affrontate in passato da importanti studiosi evidenziando che non è possibile prescindere dall'analisi metodologica (hohoron).L'idea che gli occidentali avrebbero dello sviluppo influenza il loro modo di vedere. Essi credono che il Giappone conservi delle sopravvivenze della tradizione feudale e che esse spariranno soltanto quando il Giappone sarà identico ai paesi occidentali. Nakane Chie respinge questo quadro teorico distinguendo struttura sociale e organizzazione sociale. Utilizzando un modello tripartito (cultura, struttura sociale, economia) possiamo accorgerci che esistono interazioni che permettono il rapporto ma non la dipendenza fra le tre istanze (già individuate in modi differenti nelle opere di Marx, Weber e Durkheim). Come insegna Anthony Giddens, si può avere un'identica economia con strutture sociali diverse. Questo mette in crisi il modello di sviluppo unidirezionale sostenuto da molti studiosi occidentali. La formazione dei modelli è molto più libera ed è determinata da un complesso di variabili amplissimo.
Il metodo di Weber
Se la sociologia rivela una incapacità nel descrivere compiutamente l'economia giapponese, bisogna mettere sotto indagine la scienza stessa che la presiede. L'autore fondamentale che già aveva incominciato questo lavoro fu Max Weber. Nessuno più di lui si spinse tanto in là nell'analisi dei principi su cui si basano le scienze sociali. Ritornare a Max Weber e rifondare le scienze sociali permette finalmente un approccio diverso all'economia e alla società giapponese. Innanzitutto Weber ha risolto brillantemente il problema dell'oggettività degli studi sociali. La questione risiede in una corretta definizione e comprensione dell'oggettività. Per Max Weber l'oggettività è una relazione fra soggetto e oggetto e come tale va trattata. La falsa e fuorviante concezione dell'oggettività è quella ipostatizzazione e neutralizzazione del rapporto soggetto/oggetto.Costruita artificialmente, la falsa oggettività nasconde il soggetto conoscente. Una corretta oggettività scientifica è quella che esplicita il soggetto, in termini pratici rende evidente lo studioso e il suo metodo (hohoron). Nishida Kitaro, il principale filosofo giapponese, considera nello stesso modo il rapporto soggetto/oggetto. Questa relazione è paritetica: il soggetto conosce se stesso tramite l'oggetto e apprende dell'oggetto tramite il sé.
Agire razionale
L'ulteriore passo che ci consente Max Weber è fondamentale per spiegare i comportamenti economici giapponesi. Weber distingue diverse tipologie dell'agire sociale:
1) Agire conforme allo scopo
2) Agire conforme al valore
3) Atteggiamento affettivo
4) Atteggiamento tradizionale
Per avere una comprensione dei comportamenti economici giapponesi è necessario avere una conoscenza delle variabili che determinano l'agire razionale (conforme allo scopo oppure al valore). Infatti è l'esistenza di valori diversi nella civiltà giapponese che conduce alle particolari azioni. L'errore metodologico di molti studiosi risiede nell'ignorare i valori giapponesi per riportare l'agire razionale giapponese ad un atteggiamento irrazionale (tradizionale o affettivo).
Cultura, società, economia
La filosofia giapponese ci ha insegnato che la logica orientale differisce da quella occidentale. Nishida Kitaro, Tanabe Hajime, Mutai Risaku e Takahashi Satomi elaborarono logiche alternative alla logica formale occidentale. Watsuji Tetsuro e Miki Kiyoshi misero in luce come le leggi del pensiero, ovvero la logica (ronri) fossero prodotti ambientali, storici e sociali. Studiare l'economia giapponese significa riconoscere questa specificità. L'agire economico, così come lo definiva Adam Smith, dipende anche dalla logica applicata, dalla scelta razionale. Una ignoranza della logica giapponese comporta come errore l'incapacità di riconoscere l'agire razionale confuso come irrazionale (tradizione ed emozione).Quali sono le conclusioni concrete circa l'economia giapponese? Se per Weber lo spirito del capitalismo era nato dall'etica protestante, per noi il buddhismo zen ha forgiato il sistema economico giapponese. Concetti come la qualità totale (kaizen) devono la loro origine all'insegnamento zen del miglioramento del sé. L'economia giapponese ha come finalità la produttività e i servizi piuttosto che una accumulazione di capitali.
Bibliografia
Nakane, Chie, La società giapponese, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992.
Weber, Max, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 1974.
Giddens, Anthony, Capitalismo e teoria sociale, Il Saggiatore, Milano, 1975.
Wolferen, Karel, Nelle mani del Giappone, Sperling & Kupfer, Milano, 1990.
Nishida, Kitaro, Nishida Kitaro zenshu, Iwanami shoten, Tokyo, 1965-1966.
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domenica 11 ottobre 2009
Eclissi del capitalismo
Articolo sul capitalismo pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Botsuraku.
Botsuraku. L’eclissi del capitalismo
di Cristiano Martorella
1 dicembre 2002. Botsuraku in giapponese significa caduta, rovina, declino, eclissi. Però l’eclissi di cui parliamo qui non è l’eclissi del sole, ma l’eclissi metaforica di una stella altrettanto importante per lo sviluppo umano: il capitalismo (shihonshugi). L’espressione che abbiamo coniato, "eclissi del capitalismo", può apparire esagerata eppure si considererà alla fine quanto sia opportuna.
La crisi economica che attanaglia il Giappone, la seconda potenza economica, da un decennio a partire dal 1993, non è stata mai considerata con la dovuta serietà. I detrattori del modello nipponico hanno sempre esultato indicando questa crisi come la conferma delle loro teorie sull’arretratezza strutturale della società giapponese. Mentre questi analisti si compiacevano delle sventure altrui, sono stati inaspettatamente colpiti da sciagura, morte e terrore. Il simbolo dell’orgoglio economico americano veniva sbriciolato dall’atto orribile del fondamentalismo islamico. I soliti opinionisti dediti al riciclaggio delle idee altrui hanno rispolverato le tesi di Samuel Huntington sullo scontro delle civiltà (1). E così ci siamo ritrovati in un gioco delle parti che divideva il mondo in buoni e cattivi. Ciò ha surrettiziamente nascosto le cause degli eventi e trasformato i discorsi in esercizi di retorica e ideologia (2). I movimenti no global (o secondo altra definizione new global) hanno sposato la bandiera degli oppressi e puntato il dito contro le disuguaglianze cercando di sostenere la necessità di un cambiamento dell’ordine mondiale. La produzione intellettuale di questi movimenti è sorprendente per quantità (3), e sicuramente più convincente dei sostenitori del liberismo economico (ciò è facilitato dal contesto sociale estremamente degradato). Eppure la qualità di questi lavori non è così elevata come si crede. Una mente acuta come quella di Alessandro Baricco si è subito accorta delle debolezze intellettuali dei no global, nonostante non si presenti come un oppositore del movimento (4). La teoria dei no global si fonda sul riconoscimento della sperequazione. I ricchi diventano sempre più ricchi a scapito dei poveri. Perciò propongono un’economia etica che tenga in considerazione i princìpi di equità sociale. Purtroppo i no global non hanno nessuna ricetta per il capitalismo e le loro proposte mancano di una solida comprensione della realtà economica. Molte delle analisi dei no global sono pregiudiziali e non considerano importanti aspetti dell’economia. Essi pensano di eliminare le storture del capitalismo che considerano come la causa del disagio sociale. Ciò che indicano come il colpevole, ossia il capitalismo, è in verità la vittima della storia economica. Il capitalismo non potrebbe essere il nemico perché il capitalismo è un soggetto attualmente in agonia. Quello che stiamo vivendo è il periodo più duro per le aziende che devono sostenere la concorrenza internazionale, la crisi demografica e la diminuzione dei consumi, l’innovazione tecnologica, la scarsità di finanziamenti, e tutto ciò in un contesto di continua instabilità interna ed esterna. La causa autentica di questi eventi è da imputare all’eclissi del capitalismo, alla sua incapacità di creare benessere. Ma per capire l’eclissi del capitalismo e le sue conseguenze bisogna accettare innanzitutto quest’idea. L’eclissi del capitalismo esiste ed è reale. Bisogna abbandonare l’idea che il male sia il capitalismo e che esso sia forte e in salute. Al contrario, le distorsioni del capitalismo sono l’indizio della sua agonia.
Ritorniamo dunque alla crisi economica giapponese e vediamo che cosa rappresenti per noi. L’aspetto più interessante che riguarda l’economia giapponese è quello esoterico. Infatti difficilmente troverete degli economisti che siano d’accordo e presentino uno stesso quadro dello sviluppo economico del Giappone, specialmente se recente (5). In Giappone hanno proliferato numerosissime sette buddhiste, altrettanto vale per le scuole economiche. E il paragone con la religione non finisce qui. Alcuni presupposti degli economisti si basano su autentici atti di fede, e il loro linguaggio esoterico è compreso soltanto dagli adepti. L’affermazione, ad esempio, che la ripresa economica è dietro l’angolo è soltanto un atto di fede che presume la visione salvifica del libero mercato. La scienza del concreto, l’economia (letteralmente amministrazione della casa, dal greco oikonomía), è divenuta l’ultima e più seguita setta religiosa. Però il Giappone non ci interessa come caso strampalato, piuttosto come la punta di diamante del capitalismo internazionale. Il Giappone non va deriso o commiserato, poiché il Giappone è il nostro futuro. La crisi che si è presentata nel 1993 non era un fenomeno singolare, piuttosto l’inizio di un evento mondiale: l’eclissi del capitalismo.
Negli anni Ottanta il Giappone aveva portato a maturazione il capitalismo fino a raggiungere livelli ineguagliati di ricchezza. Lo sviluppo industriale nipponico aveva oscurato la potenza statunitense. Al massimo della sua fortuna il Giappone conosceva negli anni Novanta una dura recessione. Perché? Molte motivazioni sono state avanzate, la prima e più accreditata è la bolla speculativa. Oggi, comunque, possiamo meglio capire questi fenomeni e afferrare il senso storico degli eventi. Lo sviluppo economico del Giappone era fondato su basi solide: un apparato industriale avanzato, tecnologicamente concorrenziale (se non addirittura senza concorrenti) e una forza lavoro ordinata, organizzata e disciplinata. Che cos’è che non funziona? La risposta può essere fornita soltanto se sappiamo che cos’è il capitalismo (6).
Il capitalismo è quel sistema che ha come obiettivo la valorizzazione del capitale tramite un’attività produttiva o commerciale che crei profitto. In questo sistema ha un ruolo fondamentale e cruciale la moneta che permette la rotazione del capitale, ovvero il passaggio dall’investimento di denaro in un bene che produca altro denaro (secondo lo schema D-M-D’). Pertanto il processo di produzione deve essere organizzato in modo da rendere massimo il profitto e minimo il costo. Se non si realizzasse un profitto l’investimento di capitale non avrebbe senso. Ma come ha origine questo aumento di valore del capitale investito? Esso avviene tramite il lavoro, come intuito da David Ricardo. Secondo Ricardo il lavoro crea un valore aggiunto. Dunque la merce incorpora il lavoro e il valore del lavoro. David Ricardo addirittura pone il lavoro come punto di partenza: la misura del valore non può che essere il lavoro contenuto nelle merci. La moneta d’altronde nasce dalla divisione sociale del lavoro (specializzazione delle attività produttive) e con la nascita dello scambio (libero mercato). La teoria della moneta di David Ricardo ci permette di capire che cosa si nasconda dietro il velo della moneta. La moneta non è altro che una convenzione sostenuta dal sistema sociale del lavoro. Ciò ci permette di sbarazzarci delle suggestioni che suggeriscono una visione della finanza come astrazione. La superficie convenzionale della moneta non deve far dimenticare che il suo valore è fornito dal lavoro. L’altro aspetto essenziale è costituito dal mercato che rende possibile il sistema economico e finanziario. Però il mercato è una funzione dell’organizzazione sociale ed è garantito soltanto dall’esistenza di una complessa e articolata società. L’antropologia ha sviluppato molte intuizioni degli economisti per considerare le differenti relazioni umane: reciprocità, redistribuzione e scambio. Marshall Sahlins, partendo dalla teoria di Karl Polanyi, sostenne tre tipi di reciprocità (generalizzata, bilanciata e negativa). La reciprocità generalizzata nasce da un rapporto istituzionale (per esempio i doveri familiari, il dono, l’ospitalità). La reciprocità bilanciata riguarda scambi simultanei di beni della stessa categoria. La reciprocità negativa è costituita da uno scambio finalizzato ad ottenere un utile (per esempio un baratto vantaggioso). La reciprocità avviene fra istituzioni simmetriche. La redistribuzione è invece un movimento di beni in condizione di dissimmetria istituzionale. Il flusso avviene verso oppure da un centro. La redistribuzione è per esempio il sistema di tassazione (con un ministero delle finanze posto al centro). Lo scambio è invece un movimento di beni all’interno di un mercato autoregolato fra soggetti diversi. Se nella reciprocità c’è una simmetria, e nella redistribuzione una centralità, invece nello scambio i soggetti sono liberi. Lo scambio di mercato tende a massimizzare i vantaggi secondo un’ipotesi avanzata da Adam Smith (teoria della propensione allo scambio utilitario) e ripresa con forza dalla scuola dei marginalisti. Karl Polanyi descrisse e sottopose a critica l’area istituzionale che comprende gli scambi collegati al commercio, il mercato e la moneta, ritenuto un sistema composto da una terna di parti connesse e inscindibili. Essa viene definita "triade catallattica" riprendendo una definizione dell’economista Richard Wathely. Ciò ci deve far considerare l’importanza delle istituzioni che sottendono il mercato, il quale non è affatto qualcosa di spontaneo. Il mercato, infatti, solo a partire dal XIX secolo e grazie alla rivoluzione industriale viene scorporato (disembedded) dalla società e diviene autoregolato. Questa è l’epoca della nascita del capitalismo (in precedenza si poteva osservare un capitalismo mercantilista, una forma primordiale del capitalismo). Negli anni Ottanta del XX secolo si afferma la dottrina iper-liberista che pone dei limiti al controllo degli stati che perdono definitivamente ogni dominio della vita sociale ormai sottoposta alle esigenze dell’economia (7). Anche l’economia giapponese, sull’onda della competizione con gli Stati Uniti, si converte al liberismo. L’idea di una società giapponese unita e compatta è in realtà un mito che non tiene presente l’evoluzione storica del paese. Si tratta di una visione sostenuta dall’astrazione di un presunto spirito neoconfuciano. Eppure le altre influenze culturali (shintoismo e buddhismo in primo luogo) ebbero una prevalenza ben maggiore del confucianesimo spesso osteggiato da pensatori come Motoori Norinaga (sua è l’espressione spregiativa karagokoro, ossia mentalità cinese). La tendenza giapponese degli anni Novanta a sposare le tesi dell’economia liberista è segnalata, a volte denunciata, dai due fronti opposti della sinistra socialdemocratica e della destra liberaldemocratica. In particolare il premier Koizumi Jun’ichiro si è distinto per la sua convinzione nella necessità di varare riforme liberiste. Però sono soprattutto gli economisti giapponesi a indicare questa svolta del Giappone. Ohmae Kenichi [Omae Ken’ichi], convinto assertore del liberismo ha spronato il suo paese ad adottare cambiamenti a favore del libero mercato. Autore di numerosi testi sulla ristrutturazione dell’economia giapponese è Noguchi Yukio, attento osservatore delle prospettive delle nuove tecnologie. Opposta la posizione di Ito Makoto che denuncia i mali comportati dall’adesione del Giappone alla politica economica liberista (8). Constata l’autentica condizione dell’economia giapponese (si considerino anche le privatizzazioni e l’eliminazione delle barriere protezionistiche) si può riconoscere che la crisi giapponese non è imputabile ai difetti del modello giapponese, piuttosto è l’eclissi del capitalismo che è stato portato in Giappone nella fase più avanzata. In conclusione il Giappone è l’orizzonte dell’eclissi del capitalismo, un fenomeno che coinvolgerà l’intero mondo.
Che cos’è che rende possibile l’eclissi del capitalismo? La questione merita un approccio tecnico che è possibile grazie all’imponente quantità di studi di economisti, storici e sociologi. Perché tale risposta non è stata fornita finora? La divisione, spesso politica, delle differenti scuole economiche ha impedito di mettere insieme i pezzi di questo puzzle.
Cerchiamo di presentare un quadro sintetico, ma completo, delle ragioni dell’eclissi del capitalismo. Due sono le motivazioni fondamentali della svolta storica dell’economia mondiale:
- l’esaurimento dei fattori antagonisti al calo del saggio di profitto;
- il prezzo non più collegato al valore.
Il calo del saggio di profitto è una scoperta di Karl Marx rifiutata dalle altre scuole. Qui la presentiamo in una formulazione che prescinde dalla teoria del plusvalore e utilizza la terminologia dell’economia classica.
s = Gt / (Cc + Cv)
s saggio di profitto
Gt profitto totale
Cc capitale costante
Cv capitale variabile
Il saggio di profitto s esprime il rendimento dell’investimento ed è definito nell’economia classica dal rapporto tra il profitto totale e il costo totale (Gt / Ct). Il capitale costante Cc è la spesa in investimenti costanti come macchinari, materiali, energia, etc. Il capitale variabile Cv è il salario per i lavoratori. La scomposizione del costo totale Ct in capitale costante Cc e capitale variabile Cv permette di desumere che il saggio di profitto è inversamente proporzionale alla composizione organica del capitale (q = Cc / Cv). Eseguiamo i passaggi:
s = Gt / (Cc + Cv)
s = (Gt / Cv) / ((Cc + Cv) / Cv)
s = (Gt / Cv) / (1 + q)
Dunque il saggio di profitto diminuisce all’aumentare della composizione organica del capitale. La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto è la condanna per esaurimento del capitalismo. Infatti l’espansione e l’aumento del capitale comporta la diminuzione del rendimento di un investimento. Poiché il capitalismo ricerca un investimento che crei profitto, questa tendenza si rivela fatale. L’investimento non è possibile se non è vantaggioso. Il capitalismo crea le condizioni perché ciò, paradossalmente, non avvenga. Gli investimenti sono sempre meno redditizi. Ovviamente il capitalismo non è entrato in crisi grazie ai fattori antagonisti alla caduta del saggio di profitto:
1) Ritmi di lavoro più veloci e maggiore efficienza ;
2) Diminuzione dei costi del lavoro;
3) Diminuzione dei costi dei macchinari e delle materie prime;
4) Utilizzo della manodopera in modo massiccio;
5) Commercio vantaggioso con l’estero.
Come indica anche Joseph Schumpeter è soprattutto la tecnologia a fornire un eccezionale mezzo per attuare i punti 1, 2 e 3. Lo sviluppo industriale è infatti la storia del progresso tecnologico che ha permesso di superare le fasi di stasi del capitalismo.
Grazie alla globalizzazione e alla tecnologia sono diminuiti i costi di produzione e i costi delle materie prime. Eppure è stata la stessa globalizzazione ad esaurire gli effetti positivi dei fattori antagonisti al calo del saggio di profitto. La globalizzazione ha eliminato la diversità e ciò ha comportato il crollo dei meccanismi alla base dello scambio utilitario (il fondamento del libero mercato). La disposizione a vedere il mondo in un’unica maniera ha inaridito le capacità intellettuali e l’indagine scientifica. Gli scienziati sono stati asserviti alle esigenze aziendali e hanno abbandonato la ricerca pura e le invenzioni alternative. I fattori antagonisti al calo del saggio di profitto sono drasticamente indeboliti. Dunque trarre profitto tramite il lavoro e la produzione è nell’economia contemporanea più difficile.
Tuttavia è la seconda motivazione dell’eclissi del capitalismo a spiegarci come sia possibile ancora il profitto. Il prezzo non è collegato più al valore. Questa scoperta è merito dell’economista Oomae Ken’ichi (9). Ed è abbastanza facile constatarlo. Il prezzo di un software non dipende dal lavoro occorso per produrlo. Ciò contraddice la teoria di David Ricardo e Karl Marx sul lavoro e la moneta. Semplicemente si è passati da una società industriale fondata sul lavoro a una società dei servizi fondata sull’informazione. Però la scoperta di Oomae costituisce anche una condanna definitiva del capitalismo. Ora la formula D-M-D’ non è valida perché il prezzo non è più stabilito da meccanismi automatici dettati dall’organizzazione del lavoro. Così la rotazione del capitale non è più la forza propulsiva del capitalismo.
L’eclissi del capitalismo non significa la fine dell’economia, piuttosto una diversa e nuova economia. Questa economia sfrutterà le conoscenze per l’acquisizione di vantaggi commerciali e finanziari. L’informazione diverrà merce e il prodotto più prezioso e ricercato.
I no global hanno in parte ragione e in parte torto. Sono nel giusto nel denunciare le storture del capitalismo che sono sintomi evidenti del suo declino. Ed è sensato ammettere che il mondo che conosciamo debba essere cambiato per rispondere alle esigenze dell’umanità. Sbagliano quando pretendono di trovare soluzioni politiche ai problemi economici scavalcando gli studi scientifici. Sbagliano ponendo la volontà al di sopra della conoscenza e ritenendo che il capitalismo sarà sconfitto dalla moltitudine ribelle. Il capitalismo è una forma economica e sarà abbattuto soltanto da un’altra forma economica. E in verità questo sta già accadendo.
Note
1. Cfr. Huntington, Samuel, Lo scontro di civiltà e la ricostruzione dell’ordine mondiale, Garzanti, Milano, 1997.
2. Eugenio Scalfari dalle pagine de "La Repubblica" ha definito gli articoli di Oriana Fallaci come un esercizio di retorica. Per l’opera della scrittrice si consulti il celebre pamphlet: Fallaci, Oriana, La rabbia e l’orgoglio, Rizzoli, Milano, 2001.
3. Ricordiamo alcuni libri: Hardt, Michael e Negri, Antonio, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2002; Klein, Naomi, No Logo, Baldini & Castoldi, Milano, 2001.
4. Cfr. Baricco, Alessandro, Next. Piccolo libro sulla globalizzazione e sul mondo che verrà, Feltrinelli, Milano, 2002, p.50 e p.59.
5. Per fortuna c’è qualcuno che ha il coraggio di riconoscere questa condizione: Cfr. Glosserman, Brad, Il fattore Koizumi non basta più, in "Limes", n.3 / 2002, pp.115-122. "[…] sulle cause che hanno condotto a questa situazione c’è disaccordo" (p.121).
6. Molti analisti hanno sostenuto che l’economia giapponese peccasse di rigidità e hanno suggerito una forte iniezione di liberismo. In realtà fin dagli anni Ottanta si era applicata in Giappone la ricetta liberista, peggiorando soltanto le condizioni sociali. Cfr. Ito, Makoto, La crisi giapponese, in "La rivista del manifesto", n.19 luglio-agosto 2001.
7. Cfr. Ohmae, Kenichi [Omae Ken'ichi], La fine dello stato-nazione. L’emergere delle economie regionali, Baldini & Castoldi, Milano, 1996.
8. Ito Makoto fornisce un’ampia e attendibile documentazione per sostenere le sue tesi. Cfr. Ito, Makoto, The World Economic Crisis and Japanese Capitalism, Macmillan, London, 2000.
9. Cfr. Ohmae, Kenichi, Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001, p.330.
Bibliografia
Galbraith, John Kenneth, La società opulenta, Edizioni di Comunità, Milano, 1959.
Giddens, Anthony, Sociologia. Un’introduzione critica, Il Mulino, Bologna, 1983.
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Noguchi, Yukio, Senkyuhyakuyonjunen taisei, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1995.
Ohmae, Kenichi [Omae Ken'ichi], Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001.
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Polanyi, Karl, Economie primitive arcaiche e moderne, Einaudi, Torino, 1980.
Ricardo, David, Princìpi dell’economia politica e delle imposte, UTET, Torino, 1954.
Rifkin, Jeremy, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Baldini & Castoldi, Milano, 1997.
Sahlins, Marshall, L’economia dell’età della pietra, Bompiani, Milano, 1980.
Sakakibara, Eisuke, Japan Beyond Capitalism, Keizai Inc., Tokyo, 1990.
Schumpeter, Joseph, Il processo capitalistico, Bollati Boringhieri, Torino, 1977.
Schumpeter, Joseph, Storia dell’analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1990.
Sibilla, Paolo, Introduzione all’antropologia economica, UTET, Torino, 1996.
Tachibanaki, Toshiaki, Nihon no keizai kakusa, Iwanami shoten, Tokyo, 1998.
Botsuraku. L’eclissi del capitalismo
di Cristiano Martorella
1 dicembre 2002. Botsuraku in giapponese significa caduta, rovina, declino, eclissi. Però l’eclissi di cui parliamo qui non è l’eclissi del sole, ma l’eclissi metaforica di una stella altrettanto importante per lo sviluppo umano: il capitalismo (shihonshugi). L’espressione che abbiamo coniato, "eclissi del capitalismo", può apparire esagerata eppure si considererà alla fine quanto sia opportuna.
La crisi economica che attanaglia il Giappone, la seconda potenza economica, da un decennio a partire dal 1993, non è stata mai considerata con la dovuta serietà. I detrattori del modello nipponico hanno sempre esultato indicando questa crisi come la conferma delle loro teorie sull’arretratezza strutturale della società giapponese. Mentre questi analisti si compiacevano delle sventure altrui, sono stati inaspettatamente colpiti da sciagura, morte e terrore. Il simbolo dell’orgoglio economico americano veniva sbriciolato dall’atto orribile del fondamentalismo islamico. I soliti opinionisti dediti al riciclaggio delle idee altrui hanno rispolverato le tesi di Samuel Huntington sullo scontro delle civiltà (1). E così ci siamo ritrovati in un gioco delle parti che divideva il mondo in buoni e cattivi. Ciò ha surrettiziamente nascosto le cause degli eventi e trasformato i discorsi in esercizi di retorica e ideologia (2). I movimenti no global (o secondo altra definizione new global) hanno sposato la bandiera degli oppressi e puntato il dito contro le disuguaglianze cercando di sostenere la necessità di un cambiamento dell’ordine mondiale. La produzione intellettuale di questi movimenti è sorprendente per quantità (3), e sicuramente più convincente dei sostenitori del liberismo economico (ciò è facilitato dal contesto sociale estremamente degradato). Eppure la qualità di questi lavori non è così elevata come si crede. Una mente acuta come quella di Alessandro Baricco si è subito accorta delle debolezze intellettuali dei no global, nonostante non si presenti come un oppositore del movimento (4). La teoria dei no global si fonda sul riconoscimento della sperequazione. I ricchi diventano sempre più ricchi a scapito dei poveri. Perciò propongono un’economia etica che tenga in considerazione i princìpi di equità sociale. Purtroppo i no global non hanno nessuna ricetta per il capitalismo e le loro proposte mancano di una solida comprensione della realtà economica. Molte delle analisi dei no global sono pregiudiziali e non considerano importanti aspetti dell’economia. Essi pensano di eliminare le storture del capitalismo che considerano come la causa del disagio sociale. Ciò che indicano come il colpevole, ossia il capitalismo, è in verità la vittima della storia economica. Il capitalismo non potrebbe essere il nemico perché il capitalismo è un soggetto attualmente in agonia. Quello che stiamo vivendo è il periodo più duro per le aziende che devono sostenere la concorrenza internazionale, la crisi demografica e la diminuzione dei consumi, l’innovazione tecnologica, la scarsità di finanziamenti, e tutto ciò in un contesto di continua instabilità interna ed esterna. La causa autentica di questi eventi è da imputare all’eclissi del capitalismo, alla sua incapacità di creare benessere. Ma per capire l’eclissi del capitalismo e le sue conseguenze bisogna accettare innanzitutto quest’idea. L’eclissi del capitalismo esiste ed è reale. Bisogna abbandonare l’idea che il male sia il capitalismo e che esso sia forte e in salute. Al contrario, le distorsioni del capitalismo sono l’indizio della sua agonia.
Ritorniamo dunque alla crisi economica giapponese e vediamo che cosa rappresenti per noi. L’aspetto più interessante che riguarda l’economia giapponese è quello esoterico. Infatti difficilmente troverete degli economisti che siano d’accordo e presentino uno stesso quadro dello sviluppo economico del Giappone, specialmente se recente (5). In Giappone hanno proliferato numerosissime sette buddhiste, altrettanto vale per le scuole economiche. E il paragone con la religione non finisce qui. Alcuni presupposti degli economisti si basano su autentici atti di fede, e il loro linguaggio esoterico è compreso soltanto dagli adepti. L’affermazione, ad esempio, che la ripresa economica è dietro l’angolo è soltanto un atto di fede che presume la visione salvifica del libero mercato. La scienza del concreto, l’economia (letteralmente amministrazione della casa, dal greco oikonomía), è divenuta l’ultima e più seguita setta religiosa. Però il Giappone non ci interessa come caso strampalato, piuttosto come la punta di diamante del capitalismo internazionale. Il Giappone non va deriso o commiserato, poiché il Giappone è il nostro futuro. La crisi che si è presentata nel 1993 non era un fenomeno singolare, piuttosto l’inizio di un evento mondiale: l’eclissi del capitalismo.
Negli anni Ottanta il Giappone aveva portato a maturazione il capitalismo fino a raggiungere livelli ineguagliati di ricchezza. Lo sviluppo industriale nipponico aveva oscurato la potenza statunitense. Al massimo della sua fortuna il Giappone conosceva negli anni Novanta una dura recessione. Perché? Molte motivazioni sono state avanzate, la prima e più accreditata è la bolla speculativa. Oggi, comunque, possiamo meglio capire questi fenomeni e afferrare il senso storico degli eventi. Lo sviluppo economico del Giappone era fondato su basi solide: un apparato industriale avanzato, tecnologicamente concorrenziale (se non addirittura senza concorrenti) e una forza lavoro ordinata, organizzata e disciplinata. Che cos’è che non funziona? La risposta può essere fornita soltanto se sappiamo che cos’è il capitalismo (6).
Il capitalismo è quel sistema che ha come obiettivo la valorizzazione del capitale tramite un’attività produttiva o commerciale che crei profitto. In questo sistema ha un ruolo fondamentale e cruciale la moneta che permette la rotazione del capitale, ovvero il passaggio dall’investimento di denaro in un bene che produca altro denaro (secondo lo schema D-M-D’). Pertanto il processo di produzione deve essere organizzato in modo da rendere massimo il profitto e minimo il costo. Se non si realizzasse un profitto l’investimento di capitale non avrebbe senso. Ma come ha origine questo aumento di valore del capitale investito? Esso avviene tramite il lavoro, come intuito da David Ricardo. Secondo Ricardo il lavoro crea un valore aggiunto. Dunque la merce incorpora il lavoro e il valore del lavoro. David Ricardo addirittura pone il lavoro come punto di partenza: la misura del valore non può che essere il lavoro contenuto nelle merci. La moneta d’altronde nasce dalla divisione sociale del lavoro (specializzazione delle attività produttive) e con la nascita dello scambio (libero mercato). La teoria della moneta di David Ricardo ci permette di capire che cosa si nasconda dietro il velo della moneta. La moneta non è altro che una convenzione sostenuta dal sistema sociale del lavoro. Ciò ci permette di sbarazzarci delle suggestioni che suggeriscono una visione della finanza come astrazione. La superficie convenzionale della moneta non deve far dimenticare che il suo valore è fornito dal lavoro. L’altro aspetto essenziale è costituito dal mercato che rende possibile il sistema economico e finanziario. Però il mercato è una funzione dell’organizzazione sociale ed è garantito soltanto dall’esistenza di una complessa e articolata società. L’antropologia ha sviluppato molte intuizioni degli economisti per considerare le differenti relazioni umane: reciprocità, redistribuzione e scambio. Marshall Sahlins, partendo dalla teoria di Karl Polanyi, sostenne tre tipi di reciprocità (generalizzata, bilanciata e negativa). La reciprocità generalizzata nasce da un rapporto istituzionale (per esempio i doveri familiari, il dono, l’ospitalità). La reciprocità bilanciata riguarda scambi simultanei di beni della stessa categoria. La reciprocità negativa è costituita da uno scambio finalizzato ad ottenere un utile (per esempio un baratto vantaggioso). La reciprocità avviene fra istituzioni simmetriche. La redistribuzione è invece un movimento di beni in condizione di dissimmetria istituzionale. Il flusso avviene verso oppure da un centro. La redistribuzione è per esempio il sistema di tassazione (con un ministero delle finanze posto al centro). Lo scambio è invece un movimento di beni all’interno di un mercato autoregolato fra soggetti diversi. Se nella reciprocità c’è una simmetria, e nella redistribuzione una centralità, invece nello scambio i soggetti sono liberi. Lo scambio di mercato tende a massimizzare i vantaggi secondo un’ipotesi avanzata da Adam Smith (teoria della propensione allo scambio utilitario) e ripresa con forza dalla scuola dei marginalisti. Karl Polanyi descrisse e sottopose a critica l’area istituzionale che comprende gli scambi collegati al commercio, il mercato e la moneta, ritenuto un sistema composto da una terna di parti connesse e inscindibili. Essa viene definita "triade catallattica" riprendendo una definizione dell’economista Richard Wathely. Ciò ci deve far considerare l’importanza delle istituzioni che sottendono il mercato, il quale non è affatto qualcosa di spontaneo. Il mercato, infatti, solo a partire dal XIX secolo e grazie alla rivoluzione industriale viene scorporato (disembedded) dalla società e diviene autoregolato. Questa è l’epoca della nascita del capitalismo (in precedenza si poteva osservare un capitalismo mercantilista, una forma primordiale del capitalismo). Negli anni Ottanta del XX secolo si afferma la dottrina iper-liberista che pone dei limiti al controllo degli stati che perdono definitivamente ogni dominio della vita sociale ormai sottoposta alle esigenze dell’economia (7). Anche l’economia giapponese, sull’onda della competizione con gli Stati Uniti, si converte al liberismo. L’idea di una società giapponese unita e compatta è in realtà un mito che non tiene presente l’evoluzione storica del paese. Si tratta di una visione sostenuta dall’astrazione di un presunto spirito neoconfuciano. Eppure le altre influenze culturali (shintoismo e buddhismo in primo luogo) ebbero una prevalenza ben maggiore del confucianesimo spesso osteggiato da pensatori come Motoori Norinaga (sua è l’espressione spregiativa karagokoro, ossia mentalità cinese). La tendenza giapponese degli anni Novanta a sposare le tesi dell’economia liberista è segnalata, a volte denunciata, dai due fronti opposti della sinistra socialdemocratica e della destra liberaldemocratica. In particolare il premier Koizumi Jun’ichiro si è distinto per la sua convinzione nella necessità di varare riforme liberiste. Però sono soprattutto gli economisti giapponesi a indicare questa svolta del Giappone. Ohmae Kenichi [Omae Ken’ichi], convinto assertore del liberismo ha spronato il suo paese ad adottare cambiamenti a favore del libero mercato. Autore di numerosi testi sulla ristrutturazione dell’economia giapponese è Noguchi Yukio, attento osservatore delle prospettive delle nuove tecnologie. Opposta la posizione di Ito Makoto che denuncia i mali comportati dall’adesione del Giappone alla politica economica liberista (8). Constata l’autentica condizione dell’economia giapponese (si considerino anche le privatizzazioni e l’eliminazione delle barriere protezionistiche) si può riconoscere che la crisi giapponese non è imputabile ai difetti del modello giapponese, piuttosto è l’eclissi del capitalismo che è stato portato in Giappone nella fase più avanzata. In conclusione il Giappone è l’orizzonte dell’eclissi del capitalismo, un fenomeno che coinvolgerà l’intero mondo.
Che cos’è che rende possibile l’eclissi del capitalismo? La questione merita un approccio tecnico che è possibile grazie all’imponente quantità di studi di economisti, storici e sociologi. Perché tale risposta non è stata fornita finora? La divisione, spesso politica, delle differenti scuole economiche ha impedito di mettere insieme i pezzi di questo puzzle.
Cerchiamo di presentare un quadro sintetico, ma completo, delle ragioni dell’eclissi del capitalismo. Due sono le motivazioni fondamentali della svolta storica dell’economia mondiale:
- l’esaurimento dei fattori antagonisti al calo del saggio di profitto;
- il prezzo non più collegato al valore.
Il calo del saggio di profitto è una scoperta di Karl Marx rifiutata dalle altre scuole. Qui la presentiamo in una formulazione che prescinde dalla teoria del plusvalore e utilizza la terminologia dell’economia classica.
s = Gt / (Cc + Cv)
s saggio di profitto
Gt profitto totale
Cc capitale costante
Cv capitale variabile
Il saggio di profitto s esprime il rendimento dell’investimento ed è definito nell’economia classica dal rapporto tra il profitto totale e il costo totale (Gt / Ct). Il capitale costante Cc è la spesa in investimenti costanti come macchinari, materiali, energia, etc. Il capitale variabile Cv è il salario per i lavoratori. La scomposizione del costo totale Ct in capitale costante Cc e capitale variabile Cv permette di desumere che il saggio di profitto è inversamente proporzionale alla composizione organica del capitale (q = Cc / Cv). Eseguiamo i passaggi:
s = Gt / (Cc + Cv)
s = (Gt / Cv) / ((Cc + Cv) / Cv)
s = (Gt / Cv) / (1 + q)
Dunque il saggio di profitto diminuisce all’aumentare della composizione organica del capitale. La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto è la condanna per esaurimento del capitalismo. Infatti l’espansione e l’aumento del capitale comporta la diminuzione del rendimento di un investimento. Poiché il capitalismo ricerca un investimento che crei profitto, questa tendenza si rivela fatale. L’investimento non è possibile se non è vantaggioso. Il capitalismo crea le condizioni perché ciò, paradossalmente, non avvenga. Gli investimenti sono sempre meno redditizi. Ovviamente il capitalismo non è entrato in crisi grazie ai fattori antagonisti alla caduta del saggio di profitto:
1) Ritmi di lavoro più veloci e maggiore efficienza ;
2) Diminuzione dei costi del lavoro;
3) Diminuzione dei costi dei macchinari e delle materie prime;
4) Utilizzo della manodopera in modo massiccio;
5) Commercio vantaggioso con l’estero.
Come indica anche Joseph Schumpeter è soprattutto la tecnologia a fornire un eccezionale mezzo per attuare i punti 1, 2 e 3. Lo sviluppo industriale è infatti la storia del progresso tecnologico che ha permesso di superare le fasi di stasi del capitalismo.
Grazie alla globalizzazione e alla tecnologia sono diminuiti i costi di produzione e i costi delle materie prime. Eppure è stata la stessa globalizzazione ad esaurire gli effetti positivi dei fattori antagonisti al calo del saggio di profitto. La globalizzazione ha eliminato la diversità e ciò ha comportato il crollo dei meccanismi alla base dello scambio utilitario (il fondamento del libero mercato). La disposizione a vedere il mondo in un’unica maniera ha inaridito le capacità intellettuali e l’indagine scientifica. Gli scienziati sono stati asserviti alle esigenze aziendali e hanno abbandonato la ricerca pura e le invenzioni alternative. I fattori antagonisti al calo del saggio di profitto sono drasticamente indeboliti. Dunque trarre profitto tramite il lavoro e la produzione è nell’economia contemporanea più difficile.
Tuttavia è la seconda motivazione dell’eclissi del capitalismo a spiegarci come sia possibile ancora il profitto. Il prezzo non è collegato più al valore. Questa scoperta è merito dell’economista Oomae Ken’ichi (9). Ed è abbastanza facile constatarlo. Il prezzo di un software non dipende dal lavoro occorso per produrlo. Ciò contraddice la teoria di David Ricardo e Karl Marx sul lavoro e la moneta. Semplicemente si è passati da una società industriale fondata sul lavoro a una società dei servizi fondata sull’informazione. Però la scoperta di Oomae costituisce anche una condanna definitiva del capitalismo. Ora la formula D-M-D’ non è valida perché il prezzo non è più stabilito da meccanismi automatici dettati dall’organizzazione del lavoro. Così la rotazione del capitale non è più la forza propulsiva del capitalismo.
L’eclissi del capitalismo non significa la fine dell’economia, piuttosto una diversa e nuova economia. Questa economia sfrutterà le conoscenze per l’acquisizione di vantaggi commerciali e finanziari. L’informazione diverrà merce e il prodotto più prezioso e ricercato.
I no global hanno in parte ragione e in parte torto. Sono nel giusto nel denunciare le storture del capitalismo che sono sintomi evidenti del suo declino. Ed è sensato ammettere che il mondo che conosciamo debba essere cambiato per rispondere alle esigenze dell’umanità. Sbagliano quando pretendono di trovare soluzioni politiche ai problemi economici scavalcando gli studi scientifici. Sbagliano ponendo la volontà al di sopra della conoscenza e ritenendo che il capitalismo sarà sconfitto dalla moltitudine ribelle. Il capitalismo è una forma economica e sarà abbattuto soltanto da un’altra forma economica. E in verità questo sta già accadendo.
Note
1. Cfr. Huntington, Samuel, Lo scontro di civiltà e la ricostruzione dell’ordine mondiale, Garzanti, Milano, 1997.
2. Eugenio Scalfari dalle pagine de "La Repubblica" ha definito gli articoli di Oriana Fallaci come un esercizio di retorica. Per l’opera della scrittrice si consulti il celebre pamphlet: Fallaci, Oriana, La rabbia e l’orgoglio, Rizzoli, Milano, 2001.
3. Ricordiamo alcuni libri: Hardt, Michael e Negri, Antonio, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2002; Klein, Naomi, No Logo, Baldini & Castoldi, Milano, 2001.
4. Cfr. Baricco, Alessandro, Next. Piccolo libro sulla globalizzazione e sul mondo che verrà, Feltrinelli, Milano, 2002, p.50 e p.59.
5. Per fortuna c’è qualcuno che ha il coraggio di riconoscere questa condizione: Cfr. Glosserman, Brad, Il fattore Koizumi non basta più, in "Limes", n.3 / 2002, pp.115-122. "[…] sulle cause che hanno condotto a questa situazione c’è disaccordo" (p.121).
6. Molti analisti hanno sostenuto che l’economia giapponese peccasse di rigidità e hanno suggerito una forte iniezione di liberismo. In realtà fin dagli anni Ottanta si era applicata in Giappone la ricetta liberista, peggiorando soltanto le condizioni sociali. Cfr. Ito, Makoto, La crisi giapponese, in "La rivista del manifesto", n.19 luglio-agosto 2001.
7. Cfr. Ohmae, Kenichi [Omae Ken'ichi], La fine dello stato-nazione. L’emergere delle economie regionali, Baldini & Castoldi, Milano, 1996.
8. Ito Makoto fornisce un’ampia e attendibile documentazione per sostenere le sue tesi. Cfr. Ito, Makoto, The World Economic Crisis and Japanese Capitalism, Macmillan, London, 2000.
9. Cfr. Ohmae, Kenichi, Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001, p.330.
Bibliografia
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Ohmae, Kenichi [Omae Ken'ichi], Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001.
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Polanyi, Karl, Economie primitive arcaiche e moderne, Einaudi, Torino, 1980.
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Sakakibara, Eisuke, Japan Beyond Capitalism, Keizai Inc., Tokyo, 1990.
Schumpeter, Joseph, Il processo capitalistico, Bollati Boringhieri, Torino, 1977.
Schumpeter, Joseph, Storia dell’analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1990.
Sibilla, Paolo, Introduzione all’antropologia economica, UTET, Torino, 1996.
Tachibanaki, Toshiaki, Nihon no keizai kakusa, Iwanami shoten, Tokyo, 1998.
Capitalismo e democrazia
Articolo sul capitalismo e la politica giapponese pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Shihonshugi.
Shihonshugi
Capitalismo e democrazia giapponese
di Cristiano Martorella
22 gennaio 2002. L'economia giapponese e la politica hanno costituito un binomio osservato con estremo sospetto e diffidenza. Fra gli autori che hanno ritenuto di individuare delle anomalie nei rapporti fra politica ed economia ricordiamo Yanaga Chitoshi(1). Secondo Yanaga gli accordi commerciali sarebbero stati orchestrati dallo establishment. Estremamente polemico, spesso fazioso, Karel van Wolferen che accusa il Giappone di aver costituito un'economia di guerra tramite l'alleanza perversa fra politica e business(2). Da un altro punto di vista, Noguchi Yukio aveva individuato la tipicità del sistema economico giapponese con le sue debolezze e virtù: una politica economica che aveva trasformato il libero mercato in un sistema di mobilitazione nazionale con la priorità della produzione rispetto alla competizione interna(3).Sulla base di questi presupposti, vale la pena indagare sulla vera natura della politica e dell'economia giapponese, prima considerate singolarmente (per evitare ogni pregiudizio) e poi nelle loro relazioni.
Incominciamo dall'economia. La parola giapponese shihonshugi traduce il termine capitalismo senza sostanziali differenze. Shihon è il capitale, mentre shihonka sono i capitalisti o borghesi. La parola shihon è composta da due kanji: shi (risorse) e hon (origine, fondamento). Shugi è il suffisso traducibile come -ismo, il quale indica una dottrina o un principio. Non c'è quindi ragione di dubitare cosa intendano i giapponesi per capitalismo. Piuttosto è utile ricordare l'analisi del capitalismo e la sua definizione secondo gli studi classici di economia.
Il capitalismo è un principio di organizzazione economica caratterizzato dall'applicazione di capitali in investimenti produttivi, ed esso distingue e separa il lavoro e la proprietà. L'obiettivo del capitalismo è la valorizzazione del capitale (ossia la realizzazione del profitto). Il capitale appare nel processo economico come capitale monetario o sotto forma di mezzi di produzione. Nel sistema capitalistico i mezzi di produzione e i beni prodotti appartengono al capitalista e non spettano ai lavoratori che vendono semplicemente il loro lavoro. Chiariti questi punti, già noti a tutti a larghe linee, si può fare un confronto fra capitalismo occidentale e capitalismo giapponese.
Nel 1979 il libro di Ezra Vogel, intitolato Japan as Number One, pose la questione della diversità del sistema economico giapponese. Al testo di Vogel seguirono altre pubblicazioni sul tema con impostazioni diverse, ma tutte riconoscevano le differenze dell'economia giapponese(4). La diversità fu percepita come un pericolo ed ebbe una trasposizione in fiction grazie alla fantasia di Michael Crichton, autore del thriller Rising Sun, condensato di tutti i timori americani. La crisi economica degli Stati Uniti culminata con il crollo delle azioni a Wall Street nel 1987, ebbe l'effetto di enfatizzare i successi economici giapponesi guardati con sempre maggiore sospetto. Iniziò a circolare l'idea che il sistema economico giapponese non fosse di tipo capitalistico, ma se ne distinguesse. Alcune caratteristiche permettevano di avvicinare il modello giapponese a forme di collettivismo. Si poteva pensare che l'economia nipponica come una terza via fra capitalismo e comunismo. Si riteneva che queste caratteristiche fossero la mancanza di individualismo, la partecipazione dei lavoratori alla vita dell'azienda considerata come una famiglia e la cooperazione fra governo e imprese.
In particolare, la collaborazione fra politici e uomini d'affari era considerata antitetica al libero mercato e a un sistema di libera concorrenza. Inoltre si riteneva che il mercato del Giappone, nel periodo preso in considerazione, fosse anomalo a causa di barriere protezionistiche. Questa partecipazione attiva del governo alla vita economica del paese era vista come qualcosa di economicamente e politicamente illiberale che avvicinava il Giappone ai sistemi comunisti. In realtà il Giappone era ben lontano dall'economia comunista, al massimo si trattava di una politica economica keynesiana, così come osservato dagli economisti giapponesi. La divisione non omogenea della proprietà privata, l'esistenza di una classe imprenditoriale e la tendenza al profitto erano tutti fattori tipici del capitalismo. Tuttavia il capitalismo giapponese ha delle caratteristiche che lo definiscono piuttosto come una variante del capitalismo. L'enfasi assunta dal concetto di Qualità Totale (TQC), che ha determinato uno sviluppo industriale atipico e specifico, delinea un'economia particolare.
Nel capitalismo occidentale la finalità della produzione è il profitto, e l'innovazione tecnologica è concepita come abbassamento dei costi (grazie a una razionalizzazione del processo di produzione). L'influsso del buddhismo zen che condanna la ricerca del profitto ed esalta l'attività umana, la disciplina e l'autocontrollo, ha avuto un effetto inaspettato. Nel capitalismo giapponese la produzione è posta come obiettivo e la qualità è considerata una variabile interna al processo di fabbricazione. In conclusione, il capitalismo giapponese è una variante del capitalismo che valorizza il capitale nei suoi aspetti produttivi piuttosto che monetari. Ricordiamo che il capitale è per definizione l'insieme di risorse monetarie e materiali.
Questo aspetto del capitalismo giapponese si è rivelato nelle sue debolezze a partire dal 1991, con l'inizio della grave recessione. Infatti la crisi fu innescata proprio dalle debolezze del sistema finanziario e dal tracollo delle banche. Non è un caso. Si è detto che il capitalismo giapponese valorizza il capitale nei suoi aspetti produttivi, ma trascura l'aspetto monetario.
Passiamo adesso alla politica. Si può affermare che la politica giapponese dell'ultimo decennio sia stata ambigua e altalenante. Mentre in passato erano chiare le direttive del paese, la recente instabilità politica ha impedito qualsiasi tipo di programmazione. Cerchiamo di ricapitolare alcuni eventi dell'ultimo decennio. Nel 1992 esplose il caso di corruzione del leader liberaldemocratico Kanemaru Shin. Si trattava di un finanziamento illegale di 500 milioni di yen del presidente della Sagawa Kyubin che fece avviare le indagini rivelando un immenso sistema nazionale di corruzione. Lo scandalo condusse Kanemaru a ritirarsi dalla Dieta. Ma il successivo arresto e processo segnò un durissimo colpo per il Partito Liberaldemocratico (LDP o Jiyuminshuto). La crisi economica e il nuovo contesto internazionale (fine della guerra fredda, crollo dell'Unione Sovietica) fecero emergere nuove esigenze a cui i politici si dimostrarono incapaci di rispondere. Miyazawa Kiichi si dimise dalla carica di premier il 9 agosto 1993, e le elezioni furono indette per il 18 luglio 1993. Esse furono vinte dagli avversari del Partito Liberaldemocratico. Si formò così una coalizione di sette partiti con a capo Hosokawa Morihiro. Si spezzò infine il dominio incontrastato del Jiyuminshuto, partito fondato nel 1955 dall'unificazione delle forze conservatrici (democratici e liberali). La coalizione di Hosokawa, anti-liberaldemocratica e non comunista, raccoglieva fra le sue file il Nihon shakaito (Partito Socialista), il Komeito, il Nihon shinto (Nuovo Partito del Giappone), il Shinseito e lo Shinto Sakigake. Purtroppo Hosokawa fu costretto a dimettersi l'8 aprile 1994 a causa di un'accusa di presunta corruzione. Hata Tsutomu, leader dello Shinseito, fu nominato capo del governo. I socialisti lasciarono però la coalizione. Ma il debole governo di Hata ebbe vita breve e si concluse nel giugno 1994. Gli successe una coalizione inaudita composta da socialisti, liberaldemocratrici e Shinto Sakigake. Il leader socialista Murayama Tomiichi fu eletto premier. La politica di Murayama fu caratterizzata dal pacifismo e dalla riduzione dei prezzi e delle tasse. Importante il riconoscimento dei crimini di guerra nel secondo conflitto mondiale e la presentazione di scuse ufficiali. Posizioni non sempre condivise dai conservatori e causa di tensioni. Nel 1996 Murayama si dimise e fu eletto premier il leader dei liberaldemocratici Hashimoto Ryutaro. Così il Jiyuminshuto riprendeva le redini del potere grazie all'abilità di Hashimoto che aveva saputo recuperare alleanze e dare credibilità al partito. Il governo Hashimoto riprendeva una linea conservatrice contraria alle riforme e favorevole al nazionalismo. Era previsto il risanamento economico e la riforma fiscale. Quest'ultima vedeva l'innalzamento della tassa sui consumi dal 3% al 5%, una tassa molto impopolare simile all'IVA. Però Hashimoto non fu capace di porre rimedio ai gravi problemi dell'economia, e la sua grande abilità di politico non servì a risolvere le difficoltà concrete, ma a conservare la stabilità politica. Piuttosto che a riforme si assistette a restaurazioni come il ripristino dell'Inno Nazionale (Kimigayo) nelle cerimonie scolastiche (normativa annunciata dal Ministero dell'Istruzione nel maggio 1998).
Insomma, una tendenza a rispondere alla crisi politica ed economica con una riscoperta dei sentimenti nazionali. Dopo la sconfitta elettorale del 12 luglio 1998, ad Hashimoto successe un altro leader liberldemocratico, Obuchi Keizo, che formò una maggioranza rabberciata. Obuchi non soltanto non ebbe incisività, ma mancò anche dell'abilità di Hashimoto che era un brillante statista. Al governo Obuchi sucesse quello di Mori Yoshiro che non fu particolarmente significativo. Dobbiamo attendere l'elezione a premier di Koizumi Jun'ichiro il 26 aprile 2001 per assistere a cambiamenti significativi.
Anche se leader del Jiyuminshuto, Koizumi era ritenuto un deciso riformatore. Qualche segnale era dato anche dalla formazione del governo. Il Ministro degli Esteri era una donna, Tanaka Makiko, così il Ministro della Giustizia, Moriyama Mayumi. Le donne nel governo erano ben cinque, aspetto non trascurabile se si considerano le polemiche italiana sulla partecipazione femminile nelle istituzioni.La politica economica di Koizumi è liberale e riformista. Egli intende eliminare i vecchi clientelismi, abbattere i privilegi e favorire il libero mercato. Ma alla politica economica riformatrice corrisponde una politica estera conservatrice e nazionalista. Fra i consiglieri di Koizumi figurano Okamoto Yukio, favorevole a una maggiore partecipazione delle forze armate in missione di peacekeeping, e Kitaoka Shin'ichi, esponente della corrente neoconservatrice che si ispira alla linea di Kishi Nobusuke.
Dal 1957 al 1960 Kishi Nobusuke fu premier e cercò di attuare un ambizioso programma di politica estera che riassunse in tre principi: centralità dell'ONU, rapporti armoniosi con il mondo, importanza delle relazioni con l'Asia (panasianismo). Kitaoka ritiene che questi principi debbano essere ripresi e aggiornati. Egli suggerisce una più intensa collaborazione economica fra il Giappone e i paesi asiatici, e una maggiore partecipazione a garanzia della sicurezza asiatica. Quest'ultimo punto significa un riarmo del Giappone, ma anche una maggiore influenza nella politica internazionale. Dopo queste analisi condotte separatamente su politica ed economia, possiamo ricomporre il quadro. Il Giappone è un paese pienamente democratico nonostante quello che possano dire i suoi detrattori. I partiti e le istituzioni sono determinati dalla volontà dei cittadini tramite le elezioni. I diversi fronti politici (liberaldemocratico, socialdemocratico, comunista, etc.) sono rappresentati nella Dieta. La credenza che l'economia giapponese sia prosperata grazie a un sistema autoritario non corrisponde a un'analisi più profonda dei fatti. Sono state le riforme in senso democratico a favorire l'economia giapponese, a partire dalla Meiji ishin (Riforma Meiji, 1868) fino allo smembramento dei gruppi zaibatsu avvenuto nel dopoguerra. Gli studiosi più attenti hanno riconosciuto questa tendenza del Giappone che lo distingueva da paesi realmente autoritari come la Repubblica Popolare Cinese (stato illiberale e antidemocratico lodato e corteggiato da più parti esclusivamente per i suoi risultati economici e l'apertura del mercato). E non sono caduti nell'errore di confondere facilmente l'individualismo con la democrazia. La posizione più autorevole in tal senso è quella di Ralf Dahrendorf, politologo, economista e sociologo di fama internazionale, che non ritiene corretto inserire il Giappone nel modello autoritario asiatico seguito da nazioni come la Cina, la Malesia, Singapore, etc.(5)
Il Giappone sta pagando a caro prezzo il suo assetto democratico. Il protrarsi della crisi economica è dovuta anche alla difesa delle conquiste democratiche e dall'accettazione di un sistema capitalistico. Le crisi cicliche (ciclo di Kitchin, ciclo di Juglar, ciclo di Kondratiev) fanno parte dell'economia capitalista. Soltanto sistemi autoritari e illiberali possono garantire una crescita forzata e costante senza oscillazioni. Non dimentichiamo come Adolf Hitler nel 1936 si vantasse di aver risanato l'economia tedesca. Ma a quale prezzo? Eppure sembra che molti abbiano dimenticato le lezioni del passato. Il capitalismo e la democrazia non sono necessariamente antitetici, ma misurare la democrazia con i valori economici è un errore madornale.
Note
1. Yanaga, Chitoshi, Big Business in Japanese Politics, Yale University Press, New Haven and London, 1969.
2. Van Wolferen, Karel, The Enigma of Japanese Power, Macmillan, London, 1989 (trad. it. Van Wolferen, Karel, Nelle mani del Giappone, Sperling & Kupfer, Milano, 1990).
3. Noguchi, Yukio, Senkyuhyakuyonjunen taisei, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1995.
4. Ricordiamo alcuni testi del periodo: Vogel, Ezra, Japan as Number One: Lessons for America, Harvard University Press, Cambrige, 1979; Dore, Ronald, Taking Japan Seriously: A Confucian Perspective on Leading Economic Issues, Stanford University Press, Stanford, 1987 (trad. it. Dore, Ronald, Bisogna prendere il Giappone sul serio. Saggio sulla varietà dei capitalismi, Bologna, il Mulino, 1990); Tatsuno, Sheridan, Created in Japan: From Imitators to World-Class Innovators, Harper & Row, New York, 1990.
5. Cfr. Dahrendorf, Ralf, Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica, Laterza, Bari-Roma, 2000, pp. 80-81.
Bibliografia
Collotti Pischel, Enrica (a cura di), Capire il Giappone, Franco Angeli, Milano, 1999.
Ito, Takatoshi, L'economia giapponese, Egea, Milano, 1995.
Beonio Brocchieri, Paolo, Storia del Giappone, Mondadori, Milano, 1996.
Beasley, William Gerald, Storia del Giappone moderno, Einaudi, Torino, 1975.
Caliccia, Sandra, Economia politica, Edisu, Napoli, 1992.
Sakakibara, Eisuke, Bunmei to shite no Nihongata shihonshugi, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1993.
Weber, Max, Storia economica, Donzelli, Roma, 1997.
Shihonshugi
Capitalismo e democrazia giapponese
di Cristiano Martorella
22 gennaio 2002. L'economia giapponese e la politica hanno costituito un binomio osservato con estremo sospetto e diffidenza. Fra gli autori che hanno ritenuto di individuare delle anomalie nei rapporti fra politica ed economia ricordiamo Yanaga Chitoshi(1). Secondo Yanaga gli accordi commerciali sarebbero stati orchestrati dallo establishment. Estremamente polemico, spesso fazioso, Karel van Wolferen che accusa il Giappone di aver costituito un'economia di guerra tramite l'alleanza perversa fra politica e business(2). Da un altro punto di vista, Noguchi Yukio aveva individuato la tipicità del sistema economico giapponese con le sue debolezze e virtù: una politica economica che aveva trasformato il libero mercato in un sistema di mobilitazione nazionale con la priorità della produzione rispetto alla competizione interna(3).Sulla base di questi presupposti, vale la pena indagare sulla vera natura della politica e dell'economia giapponese, prima considerate singolarmente (per evitare ogni pregiudizio) e poi nelle loro relazioni.
Incominciamo dall'economia. La parola giapponese shihonshugi traduce il termine capitalismo senza sostanziali differenze. Shihon è il capitale, mentre shihonka sono i capitalisti o borghesi. La parola shihon è composta da due kanji: shi (risorse) e hon (origine, fondamento). Shugi è il suffisso traducibile come -ismo, il quale indica una dottrina o un principio. Non c'è quindi ragione di dubitare cosa intendano i giapponesi per capitalismo. Piuttosto è utile ricordare l'analisi del capitalismo e la sua definizione secondo gli studi classici di economia.
Il capitalismo è un principio di organizzazione economica caratterizzato dall'applicazione di capitali in investimenti produttivi, ed esso distingue e separa il lavoro e la proprietà. L'obiettivo del capitalismo è la valorizzazione del capitale (ossia la realizzazione del profitto). Il capitale appare nel processo economico come capitale monetario o sotto forma di mezzi di produzione. Nel sistema capitalistico i mezzi di produzione e i beni prodotti appartengono al capitalista e non spettano ai lavoratori che vendono semplicemente il loro lavoro. Chiariti questi punti, già noti a tutti a larghe linee, si può fare un confronto fra capitalismo occidentale e capitalismo giapponese.
Nel 1979 il libro di Ezra Vogel, intitolato Japan as Number One, pose la questione della diversità del sistema economico giapponese. Al testo di Vogel seguirono altre pubblicazioni sul tema con impostazioni diverse, ma tutte riconoscevano le differenze dell'economia giapponese(4). La diversità fu percepita come un pericolo ed ebbe una trasposizione in fiction grazie alla fantasia di Michael Crichton, autore del thriller Rising Sun, condensato di tutti i timori americani. La crisi economica degli Stati Uniti culminata con il crollo delle azioni a Wall Street nel 1987, ebbe l'effetto di enfatizzare i successi economici giapponesi guardati con sempre maggiore sospetto. Iniziò a circolare l'idea che il sistema economico giapponese non fosse di tipo capitalistico, ma se ne distinguesse. Alcune caratteristiche permettevano di avvicinare il modello giapponese a forme di collettivismo. Si poteva pensare che l'economia nipponica come una terza via fra capitalismo e comunismo. Si riteneva che queste caratteristiche fossero la mancanza di individualismo, la partecipazione dei lavoratori alla vita dell'azienda considerata come una famiglia e la cooperazione fra governo e imprese.
In particolare, la collaborazione fra politici e uomini d'affari era considerata antitetica al libero mercato e a un sistema di libera concorrenza. Inoltre si riteneva che il mercato del Giappone, nel periodo preso in considerazione, fosse anomalo a causa di barriere protezionistiche. Questa partecipazione attiva del governo alla vita economica del paese era vista come qualcosa di economicamente e politicamente illiberale che avvicinava il Giappone ai sistemi comunisti. In realtà il Giappone era ben lontano dall'economia comunista, al massimo si trattava di una politica economica keynesiana, così come osservato dagli economisti giapponesi. La divisione non omogenea della proprietà privata, l'esistenza di una classe imprenditoriale e la tendenza al profitto erano tutti fattori tipici del capitalismo. Tuttavia il capitalismo giapponese ha delle caratteristiche che lo definiscono piuttosto come una variante del capitalismo. L'enfasi assunta dal concetto di Qualità Totale (TQC), che ha determinato uno sviluppo industriale atipico e specifico, delinea un'economia particolare.
Nel capitalismo occidentale la finalità della produzione è il profitto, e l'innovazione tecnologica è concepita come abbassamento dei costi (grazie a una razionalizzazione del processo di produzione). L'influsso del buddhismo zen che condanna la ricerca del profitto ed esalta l'attività umana, la disciplina e l'autocontrollo, ha avuto un effetto inaspettato. Nel capitalismo giapponese la produzione è posta come obiettivo e la qualità è considerata una variabile interna al processo di fabbricazione. In conclusione, il capitalismo giapponese è una variante del capitalismo che valorizza il capitale nei suoi aspetti produttivi piuttosto che monetari. Ricordiamo che il capitale è per definizione l'insieme di risorse monetarie e materiali.
Questo aspetto del capitalismo giapponese si è rivelato nelle sue debolezze a partire dal 1991, con l'inizio della grave recessione. Infatti la crisi fu innescata proprio dalle debolezze del sistema finanziario e dal tracollo delle banche. Non è un caso. Si è detto che il capitalismo giapponese valorizza il capitale nei suoi aspetti produttivi, ma trascura l'aspetto monetario.
Passiamo adesso alla politica. Si può affermare che la politica giapponese dell'ultimo decennio sia stata ambigua e altalenante. Mentre in passato erano chiare le direttive del paese, la recente instabilità politica ha impedito qualsiasi tipo di programmazione. Cerchiamo di ricapitolare alcuni eventi dell'ultimo decennio. Nel 1992 esplose il caso di corruzione del leader liberaldemocratico Kanemaru Shin. Si trattava di un finanziamento illegale di 500 milioni di yen del presidente della Sagawa Kyubin che fece avviare le indagini rivelando un immenso sistema nazionale di corruzione. Lo scandalo condusse Kanemaru a ritirarsi dalla Dieta. Ma il successivo arresto e processo segnò un durissimo colpo per il Partito Liberaldemocratico (LDP o Jiyuminshuto). La crisi economica e il nuovo contesto internazionale (fine della guerra fredda, crollo dell'Unione Sovietica) fecero emergere nuove esigenze a cui i politici si dimostrarono incapaci di rispondere. Miyazawa Kiichi si dimise dalla carica di premier il 9 agosto 1993, e le elezioni furono indette per il 18 luglio 1993. Esse furono vinte dagli avversari del Partito Liberaldemocratico. Si formò così una coalizione di sette partiti con a capo Hosokawa Morihiro. Si spezzò infine il dominio incontrastato del Jiyuminshuto, partito fondato nel 1955 dall'unificazione delle forze conservatrici (democratici e liberali). La coalizione di Hosokawa, anti-liberaldemocratica e non comunista, raccoglieva fra le sue file il Nihon shakaito (Partito Socialista), il Komeito, il Nihon shinto (Nuovo Partito del Giappone), il Shinseito e lo Shinto Sakigake. Purtroppo Hosokawa fu costretto a dimettersi l'8 aprile 1994 a causa di un'accusa di presunta corruzione. Hata Tsutomu, leader dello Shinseito, fu nominato capo del governo. I socialisti lasciarono però la coalizione. Ma il debole governo di Hata ebbe vita breve e si concluse nel giugno 1994. Gli successe una coalizione inaudita composta da socialisti, liberaldemocratrici e Shinto Sakigake. Il leader socialista Murayama Tomiichi fu eletto premier. La politica di Murayama fu caratterizzata dal pacifismo e dalla riduzione dei prezzi e delle tasse. Importante il riconoscimento dei crimini di guerra nel secondo conflitto mondiale e la presentazione di scuse ufficiali. Posizioni non sempre condivise dai conservatori e causa di tensioni. Nel 1996 Murayama si dimise e fu eletto premier il leader dei liberaldemocratici Hashimoto Ryutaro. Così il Jiyuminshuto riprendeva le redini del potere grazie all'abilità di Hashimoto che aveva saputo recuperare alleanze e dare credibilità al partito. Il governo Hashimoto riprendeva una linea conservatrice contraria alle riforme e favorevole al nazionalismo. Era previsto il risanamento economico e la riforma fiscale. Quest'ultima vedeva l'innalzamento della tassa sui consumi dal 3% al 5%, una tassa molto impopolare simile all'IVA. Però Hashimoto non fu capace di porre rimedio ai gravi problemi dell'economia, e la sua grande abilità di politico non servì a risolvere le difficoltà concrete, ma a conservare la stabilità politica. Piuttosto che a riforme si assistette a restaurazioni come il ripristino dell'Inno Nazionale (Kimigayo) nelle cerimonie scolastiche (normativa annunciata dal Ministero dell'Istruzione nel maggio 1998).
Insomma, una tendenza a rispondere alla crisi politica ed economica con una riscoperta dei sentimenti nazionali. Dopo la sconfitta elettorale del 12 luglio 1998, ad Hashimoto successe un altro leader liberldemocratico, Obuchi Keizo, che formò una maggioranza rabberciata. Obuchi non soltanto non ebbe incisività, ma mancò anche dell'abilità di Hashimoto che era un brillante statista. Al governo Obuchi sucesse quello di Mori Yoshiro che non fu particolarmente significativo. Dobbiamo attendere l'elezione a premier di Koizumi Jun'ichiro il 26 aprile 2001 per assistere a cambiamenti significativi.
Anche se leader del Jiyuminshuto, Koizumi era ritenuto un deciso riformatore. Qualche segnale era dato anche dalla formazione del governo. Il Ministro degli Esteri era una donna, Tanaka Makiko, così il Ministro della Giustizia, Moriyama Mayumi. Le donne nel governo erano ben cinque, aspetto non trascurabile se si considerano le polemiche italiana sulla partecipazione femminile nelle istituzioni.La politica economica di Koizumi è liberale e riformista. Egli intende eliminare i vecchi clientelismi, abbattere i privilegi e favorire il libero mercato. Ma alla politica economica riformatrice corrisponde una politica estera conservatrice e nazionalista. Fra i consiglieri di Koizumi figurano Okamoto Yukio, favorevole a una maggiore partecipazione delle forze armate in missione di peacekeeping, e Kitaoka Shin'ichi, esponente della corrente neoconservatrice che si ispira alla linea di Kishi Nobusuke.
Dal 1957 al 1960 Kishi Nobusuke fu premier e cercò di attuare un ambizioso programma di politica estera che riassunse in tre principi: centralità dell'ONU, rapporti armoniosi con il mondo, importanza delle relazioni con l'Asia (panasianismo). Kitaoka ritiene che questi principi debbano essere ripresi e aggiornati. Egli suggerisce una più intensa collaborazione economica fra il Giappone e i paesi asiatici, e una maggiore partecipazione a garanzia della sicurezza asiatica. Quest'ultimo punto significa un riarmo del Giappone, ma anche una maggiore influenza nella politica internazionale. Dopo queste analisi condotte separatamente su politica ed economia, possiamo ricomporre il quadro. Il Giappone è un paese pienamente democratico nonostante quello che possano dire i suoi detrattori. I partiti e le istituzioni sono determinati dalla volontà dei cittadini tramite le elezioni. I diversi fronti politici (liberaldemocratico, socialdemocratico, comunista, etc.) sono rappresentati nella Dieta. La credenza che l'economia giapponese sia prosperata grazie a un sistema autoritario non corrisponde a un'analisi più profonda dei fatti. Sono state le riforme in senso democratico a favorire l'economia giapponese, a partire dalla Meiji ishin (Riforma Meiji, 1868) fino allo smembramento dei gruppi zaibatsu avvenuto nel dopoguerra. Gli studiosi più attenti hanno riconosciuto questa tendenza del Giappone che lo distingueva da paesi realmente autoritari come la Repubblica Popolare Cinese (stato illiberale e antidemocratico lodato e corteggiato da più parti esclusivamente per i suoi risultati economici e l'apertura del mercato). E non sono caduti nell'errore di confondere facilmente l'individualismo con la democrazia. La posizione più autorevole in tal senso è quella di Ralf Dahrendorf, politologo, economista e sociologo di fama internazionale, che non ritiene corretto inserire il Giappone nel modello autoritario asiatico seguito da nazioni come la Cina, la Malesia, Singapore, etc.(5)
Il Giappone sta pagando a caro prezzo il suo assetto democratico. Il protrarsi della crisi economica è dovuta anche alla difesa delle conquiste democratiche e dall'accettazione di un sistema capitalistico. Le crisi cicliche (ciclo di Kitchin, ciclo di Juglar, ciclo di Kondratiev) fanno parte dell'economia capitalista. Soltanto sistemi autoritari e illiberali possono garantire una crescita forzata e costante senza oscillazioni. Non dimentichiamo come Adolf Hitler nel 1936 si vantasse di aver risanato l'economia tedesca. Ma a quale prezzo? Eppure sembra che molti abbiano dimenticato le lezioni del passato. Il capitalismo e la democrazia non sono necessariamente antitetici, ma misurare la democrazia con i valori economici è un errore madornale.
Note
1. Yanaga, Chitoshi, Big Business in Japanese Politics, Yale University Press, New Haven and London, 1969.
2. Van Wolferen, Karel, The Enigma of Japanese Power, Macmillan, London, 1989 (trad. it. Van Wolferen, Karel, Nelle mani del Giappone, Sperling & Kupfer, Milano, 1990).
3. Noguchi, Yukio, Senkyuhyakuyonjunen taisei, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1995.
4. Ricordiamo alcuni testi del periodo: Vogel, Ezra, Japan as Number One: Lessons for America, Harvard University Press, Cambrige, 1979; Dore, Ronald, Taking Japan Seriously: A Confucian Perspective on Leading Economic Issues, Stanford University Press, Stanford, 1987 (trad. it. Dore, Ronald, Bisogna prendere il Giappone sul serio. Saggio sulla varietà dei capitalismi, Bologna, il Mulino, 1990); Tatsuno, Sheridan, Created in Japan: From Imitators to World-Class Innovators, Harper & Row, New York, 1990.
5. Cfr. Dahrendorf, Ralf, Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica, Laterza, Bari-Roma, 2000, pp. 80-81.
Bibliografia
Collotti Pischel, Enrica (a cura di), Capire il Giappone, Franco Angeli, Milano, 1999.
Ito, Takatoshi, L'economia giapponese, Egea, Milano, 1995.
Beonio Brocchieri, Paolo, Storia del Giappone, Mondadori, Milano, 1996.
Beasley, William Gerald, Storia del Giappone moderno, Einaudi, Torino, 1975.
Caliccia, Sandra, Economia politica, Edisu, Napoli, 1992.
Sakakibara, Eisuke, Bunmei to shite no Nihongata shihonshugi, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1993.
Weber, Max, Storia economica, Donzelli, Roma, 1997.
Il comunismo giapponese
Articolo sul comunismo giapponese pubblicato dal sito Nipponico.com.
Kyosanshugi. Il comunismo intellettuale giapponese
di Cristiano Martorella
9 giugno 2002. Kyosanshugi ovvero comunismo in giapponese. Ma cominciamo dalle origini mondiali del comunismo. La nascita dei partiti comunisti avvenne tramite l’impulso della III Internazionale fondata a Mosca nel 1919, la quale riprendeva l’esperienza della Rivoluzione russa del 1917. Ciò provocò la scissione dei partiti socialisti preesistenti, come quella del Partito Socialista Italiano che diede vita al Partito Comunista Italiano a Livorno nel 1921. Nel 1922, appena l’anno successivo, veniva fondato clandestinamente in Giappone il Nihon Kyosanto (Partito Comunista Giapponese). Nato dai contatti con il Comintern a Shanghai, ebbe durata breve a causa delle polemiche e della repressione della polizia. Esso si sciolse nel marzo del 1924, ma nel dicembre del 1926 fu ricostituito. Comunque il suo disaccordo con gli altri partiti della sinistra fu tale da impedire qualsiasi azione politica.
Se il comunismo non ebbe una grande presa sulle masse popolari giapponesi, al contrario del socialismo che poteva vantare maggiori consensi, ebbe però un’importanza particolare su alcuni intellettuali. Le idee comuniste, e in particolare il metodo marxista, diedero l’impulso a un tipo di studi inusuali in Giappone e nel mondo asiatico. Tuttavia fu proprio questa caratteristica del comunismo giapponese degli anni Venti e Trenta a costituirne la debolezza. Gli intellettuali marxisti giapponesi erano scettici sulle possibilità di una rivoluzione nell’arcipelago nipponico ed erano orientati a forme di lotta pacifiche come la propaganda e la diffusione degli studi. Ciò impediva la formazione di una base popolare a sostegno del partito. Kawai Eijiro espresse questa situazione della sinistra giapponese e le sue idee con chiarezza.
"Quantunque io parli di socialismo, rifiuto i metodi illegali e approvo quelli legali, aborro la rivoluzione violenta e preferisco gli strumenti parlamentari. Di conseguenza, non mi rivolgo alla plebe infima. Non ho mai discusso di socialismo in un comizio di operai." (Dichiarazione al processo del 1939)
Pure nella loro debolezza, questi intellettuali espressero idee brillanti e critiche pungenti. Kawakami Hajime (1879-1946), poeta, professore e giornalista, era un comunista profondamente influenzato dalla religione, in particolare dal cristianesimo e dal buddhismo. Egli poneva l’attenzione sui valori di umiltà e carità e intendeva il comunismo con un senso pacifista, come la via per eliminare le ingiustizie economiche e sociali. Kawakami era professore di economia e i suoi studi aprirono prospettive nuove e inedite. Nel 1917 pubblicò Binbo monogatari (Racconto di povertà) in cui esaminava la povertà da un punto di vista della scienza economica. Notevole fu Shihonshugi keizaigaku no shiteki hatten (Lo sviluppo storico delle teorie economiche del capitalismo, 1923) e Keizaigaku taiko (Le basi dell’economia, 1928). Nel 1932 si iscrisse al Partito Comunista e partecipò ad attività clandestine. Kawakami Hajime espresse le critiche più profonde e severe allo stato giapponese. Nel 1911 pubblicò Nihon dokutoku no kokkashugi (Il nazionalismo peculiare del Giappone) sulla rivista "Chuokoron". Egli affermò che la condanna degli anarchici, avvenuta nello stesso anno, era intrisa di motivazioni. Il Giappone non poteva permettere che gli anarchici vivessero. Il motivo non era il pericolo costituito dai loro atti violenti, ma la devozione che essi avevano all’ideale e alla causa. Per i giapponesi, secondo Kawakami, il valore più grande e più alto era lo stato e la paura maggiore era la distruzione di questa adorazione.
"I giapponesi, pur disposti ad annullare se stessi nello stato, sono incapaci di farlo per qualcosa di più alto dello stato. Come risultato, gli studiosi sacrificano i loro princìpi allo stato e i monaci la loro fede. Questa è la ragione per cui noi giapponesi manchiamo di grandi pensatori e di grandi religiosi. Lo stato è il nostro Dio, e l’Imperatore rappresenta il divino kokutai. Il nostro sovrano incarna ciò che denominiamo la divinità astratta dello stato." (Nihon dokutoku no kokkashugi, 1911)
Altri intellettuali si avvicinarono alle dottrine marxiste come Miki Kiyoshi, Nakano Shigeharu, Kurahara Korehito e Kobayashi Takiji. Il filosofo Miki Kiyoshi (1897-1947) spiccò per la novità dei suoi studi. Dopo aver studiato con Nishida Kitaro si orientò alla filosofia della storia introducendo il metodo d’analisi marxista. Nel 1928 diede vita insieme ad Hani Goro alla rivista "Shinko kagaku no hata no moto ni" (Sotto la bandiera della nuova scienza) dove scrisse saggi sul marxismo. Nel 1931 pubblicò Rekishi tetsugaku (Filosofia della storia). Nonostante fosse cacciato dall’università per aver diffuso le idee marxiste, Miki Kiyoshi non era un comunista integrale, e il suo stesso metodo di studio era debitore a pensatori come Blaise Pascal, Martin Heidegger e il maestro Nishida Kitaro. Miki usò il marxismo, come altri intellettuali giapponesi, per il suo alto valore scientifico.
Agli occhi del comunismo occidentale Miki Kiyoshi può apparire più un avversario che un compagno. Infatti egli fu involontariamente fra i sostenitori del nihonjinron (specificità culturale giapponese) utilizzando gli stessi metodi del marxismo. In Kosoryoku no ronri (La logica del concepimento del pensiero, 1939) egli sostenne la formazione e la forza delle idee generate dalla storia e dai processi materiali. Così Miki Kiyoshi trovava una spiegazione della specificità giapponese conforme al materialismo storico. La diversa storia del Giappone avrebbe costituito da sola sia la causa sia l’effetto dell’originalità culturale nipponica. Sappiamo che la sinistra occidentale ha sempre etichettato come ideologica questa presunta specificità giapponese. Eppure Miki, coerente con il suo metodo d’indagine e fedele al materialismo storico, giungeva a un’analisi che partiva da presupposti materiali. Inoltre egli riusciva a spiegare l’ideologia, o sovrastruttura, in un contesto unitario e non fazioso, così come doveva essere per l’indagine storica.
Paradossale che i filosofi giapponesi dell’inizio del XX secolo avessero una conoscenza più perspicua della storia? Non è affatto casuale. I comunisti Michael Hardt e Antonio Negri stanno rimproverando ai loro compagni l’errore di non aver condotto analisi sulla produzione e riproduzione sociale fermandosi soltanto agli aspetti intellettuali e metafisici. La stessa osservazione può essere rivolta ai critici marxisti del sistema giapponese, ma perfino agli stessi Hardt e Negri che nelle loro indagini ignorano la differenza giapponese. Se il postmoderno è caratterizzato da una mancanza di senso, non è casuale che anche gli attuali studi sociologici abbiano perso l’interesse a fornire spiegazioni sensate.
L’influenza del marxismo sugli intellettuali giapponesi degli anni Venti e Trenta fu davvero forte. Noro Eitaro (1900-1934) pubblicò Nihon shihonshugi hattatsushi (Storia dello sviluppo del capitalismo giapponese) in cui conduce una descrizione diacronica dei cambiamenti sociali coordinata dall’utilizzo sincronico dei concetti sociologici. Ciò gli consentì d’applicare uno studio comparativo e di trattare fenomeni prettamente giapponesi facendo uso di un linguaggio universale. Noro Eitaro aderì al Partito Comunista nel 1930, ma fu arrestato e torturato a morte dalla polizia soltanto quattro anni più tardi.
Altri storici giapponesi furono influenzati dal marxismo. Nel 1928 Hattori Shiso (1901-1956) pubblicò Meiji ishinshi (Storia della Restaurazione Meiji) e Hani Goro (1901-1983), nello stesso anno, Seisan ishinshi kenkyu (Studio sulla storia della Restaurazione). Insieme scrissero Nihon shihonshugi hattatsushi koza (Studi sulla storia dello sviluppo del capitalismo giapponese), opera in sette volumi editi fra il 1932 e il 1933.
Fortissima fu l’influenza anche sui letterati. Dazai Osamu (1909-1948) si iscrisse al Partito Comunista ma lo abbandonò nel 1932, pentendosi in seguito di questa scelta e avvertendo il senso di colpa d’aver lasciato i compagni di lotta. Anche Akutagawa Ryunosuke scrisse un saggio intitolato Puroretaria bungei to wa nan de aro (Che cos’è la letteratura proletaria?, 1927). Il comunista Kobayashi Takiji (1903-1933) scrisse il romanzo Kani kosen (La nave dei granchi, 1929) in cui descriveva le condizioni dei lavoratori su una nave da pesca e denunciava gli abusi del potere. Nel 1933 pubblicò Tenkan jidai (Età di cambiamenti) in cui racconta la storia di un iscritto al partito.
Altri scrittori marxisti furono Miyamoto Yuriko (1899-1951) e Nakano Shigeharu (1902-1979). Miyamoto Yuriko visse due anni e mezzo (1928-1930) in Unione Sovietica insieme a Yuasa Yoshiko, una studiosa di letteratura russa. Tornata in Giappone si iscrisse nel 1931 al Partito Comunista e sposò Miyamoto Kenji. Nonostante i numerosi arresti scrisse parecchi racconti e saggi. Il marito fu detenuto per dodici anni, e in questo periodo scrisse migliaia di lettere pubblicate nel 1950 col titolo Juninen no tegami (Dodici anni di lettere).
Un’altra scrittrice proletaria fu Hayashi Fumiko (1904-1951) che lavorò come venditrice ambulante, cameriera e inserviente nei caffè. Ella scrisse Horoki (Storia del vagabondaggio, 1928), un’opera che commosse molti lettori. Hayashi Fumiko ebbe una popolarità straordinaria nel Giappone del dopoguerra e la sua vita fu rappresentata al teatro, al cinema e alla televisione. La sua città, Onomichi, la ricorda con affetto e con una presenza costante (musei, statue, mostre, musei, celebrazioni, etc.).
La controversa storia del comunismo giapponese si costella così di eventi drammatici e popolari, che se da un lato gli rendono fama, dall’altro non gli consentono di ottenere quel consenso elettorale necessario per influire nella vita politica giapponese. Dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, gli americani abolirono la terribile legge sull’ordine pubblico del 1900 e il 4 ottobre 1945 furono liberati i comunisti ancora detenuti. Ma l’essersi opposti al regime non facilitò la vita dei comunisti giapponesi.
Il Kyosanto (Partito Comunista), fuori legge dal 1924, tornò alla ribalta e riorganizzato dai vecchi dirigenti usciti dalla prigione e dal ritorno di quelli che si erano rifugiati dai comunisti cinesi (come Nonaka Sanzo). Rinasceva così nella piena legalità (1 dicembre 1945). Purtroppo le elezioni del 10 aprile 1946 furono estremamente deludenti. I socialisti ebbero il 17,8 per cento dei voti, mentre i comunisti appena il 3,8 per cento. Liberali e progressisti raggiunsero invece il 43 per cento. Le elezioni del 23 gennaio 1949 segnarono un successo per i comunisti ottenendo il 9,7 per cento dei voti, circa tre milioni di elettori. Il merito fu di Nonaka Sanzo che attraverso gli slogan "rivoluzione pacifica" e "comunismo simpatico" volle dare un’impronta tranquillizzante e umana al comunismo. Gli anni Sessanta e Settanta furono un periodo di duri scontri sociali che videro l’occupazione delle università e i tafferugli degli studenti con la polizia. La sinistra comunista contestava l’alleanza con gli Stati Uniti che erano considerati gli artefici di un nuovo imperialismo. Le vicende della guerra del Vietnam sembravano legittimare queste critiche. Negli anni Ottanta il benessere sembrava far dimenticare le diatribe della politica. Ma gli scandali della corruzione avrebbero colpito la classe dirigente, e l’opposizione comunista non avrebbe mancato l’occasione di condannare e mostrare le deformazioni del potere. Ma il comunismo doveva fare i conti con la storia, e il crollo dell’Unione Sovietica sembrava intonare il requiem per i seguaci di Marx. Questo scossone politico non sembrava però colpire le fondamenta del Partito Comunista in Giappone che veniva criticato per la sua arretratezza sulle posizioni marxiste di fine Ottocento. Ma era questa genuinità e arcaismo del comunismo giapponese che lo preservava dalle crisi ideologiche che colpirono gli altri partiti della sinistra. Essersi radicati ai valori della III Internazionale aveva significato non essere scesi a compromessi con i regimi sovietici, cubani e cinesi. Quest’ultimo recentemente convertitosi al capitalismo più bieco sostenuto dalla dittatura del partito unico.
Cosa rimane del comunismo giapponese? In Europa si parla di comunismo come di un fantasma del passato. E in effetti così comparve sulla scena mondiale secondo le stesse parole di Marx ed Engels. Però il Giappone è un paese dove si è abituati a convivere con i fantasmi, così come piaceva a Lafcadio Hearn, e si può esser certi che il comunismo non solo non apporterà danni, ma come in passato solleciterà il paese con nuove idee. E se ne avrà la forza, tirerà i fagioli ai nuovi e vecchi orchi come nella tradizione giapponese.
Bibliografia
AA.VV., Nihon no rekishi. Yomiuri shinbunsha, Tokyo, 1960.
Beasley, William Gerald, Storia del Giappone moderno, Einaudi, Torino, 1975.
Bravo, Gian Mario, Il Manifesto del Partito Comunista e i suoi interpreti, Editori Riuniti, Roma, 1978.
Engels, Friedrich e Marx, Karl, Manifesto del Partito Comunista. Edizioni Lotta Comunista, Milano, 1998.
Hardt, Michael e Negri, Antonio, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2001.
Kato, Shuichi, Storia della letteratura giapponese, vol.3, Marsilio, Venezia, 1996.
Sato, Yoshimaru, Meiji nashonarizumu no kenkyu, Fuyo shobo, Tokyo, 1998.
Shiba, Ryotaro, Shiba Ryotaro ga kataru zasshi genron hyakunen, Chuo Koron sha, Tokyo, 1998.
Kyosanshugi. Il comunismo intellettuale giapponese
di Cristiano Martorella
9 giugno 2002. Kyosanshugi ovvero comunismo in giapponese. Ma cominciamo dalle origini mondiali del comunismo. La nascita dei partiti comunisti avvenne tramite l’impulso della III Internazionale fondata a Mosca nel 1919, la quale riprendeva l’esperienza della Rivoluzione russa del 1917. Ciò provocò la scissione dei partiti socialisti preesistenti, come quella del Partito Socialista Italiano che diede vita al Partito Comunista Italiano a Livorno nel 1921. Nel 1922, appena l’anno successivo, veniva fondato clandestinamente in Giappone il Nihon Kyosanto (Partito Comunista Giapponese). Nato dai contatti con il Comintern a Shanghai, ebbe durata breve a causa delle polemiche e della repressione della polizia. Esso si sciolse nel marzo del 1924, ma nel dicembre del 1926 fu ricostituito. Comunque il suo disaccordo con gli altri partiti della sinistra fu tale da impedire qualsiasi azione politica.
Se il comunismo non ebbe una grande presa sulle masse popolari giapponesi, al contrario del socialismo che poteva vantare maggiori consensi, ebbe però un’importanza particolare su alcuni intellettuali. Le idee comuniste, e in particolare il metodo marxista, diedero l’impulso a un tipo di studi inusuali in Giappone e nel mondo asiatico. Tuttavia fu proprio questa caratteristica del comunismo giapponese degli anni Venti e Trenta a costituirne la debolezza. Gli intellettuali marxisti giapponesi erano scettici sulle possibilità di una rivoluzione nell’arcipelago nipponico ed erano orientati a forme di lotta pacifiche come la propaganda e la diffusione degli studi. Ciò impediva la formazione di una base popolare a sostegno del partito. Kawai Eijiro espresse questa situazione della sinistra giapponese e le sue idee con chiarezza.
"Quantunque io parli di socialismo, rifiuto i metodi illegali e approvo quelli legali, aborro la rivoluzione violenta e preferisco gli strumenti parlamentari. Di conseguenza, non mi rivolgo alla plebe infima. Non ho mai discusso di socialismo in un comizio di operai." (Dichiarazione al processo del 1939)
Pure nella loro debolezza, questi intellettuali espressero idee brillanti e critiche pungenti. Kawakami Hajime (1879-1946), poeta, professore e giornalista, era un comunista profondamente influenzato dalla religione, in particolare dal cristianesimo e dal buddhismo. Egli poneva l’attenzione sui valori di umiltà e carità e intendeva il comunismo con un senso pacifista, come la via per eliminare le ingiustizie economiche e sociali. Kawakami era professore di economia e i suoi studi aprirono prospettive nuove e inedite. Nel 1917 pubblicò Binbo monogatari (Racconto di povertà) in cui esaminava la povertà da un punto di vista della scienza economica. Notevole fu Shihonshugi keizaigaku no shiteki hatten (Lo sviluppo storico delle teorie economiche del capitalismo, 1923) e Keizaigaku taiko (Le basi dell’economia, 1928). Nel 1932 si iscrisse al Partito Comunista e partecipò ad attività clandestine. Kawakami Hajime espresse le critiche più profonde e severe allo stato giapponese. Nel 1911 pubblicò Nihon dokutoku no kokkashugi (Il nazionalismo peculiare del Giappone) sulla rivista "Chuokoron". Egli affermò che la condanna degli anarchici, avvenuta nello stesso anno, era intrisa di motivazioni. Il Giappone non poteva permettere che gli anarchici vivessero. Il motivo non era il pericolo costituito dai loro atti violenti, ma la devozione che essi avevano all’ideale e alla causa. Per i giapponesi, secondo Kawakami, il valore più grande e più alto era lo stato e la paura maggiore era la distruzione di questa adorazione.
"I giapponesi, pur disposti ad annullare se stessi nello stato, sono incapaci di farlo per qualcosa di più alto dello stato. Come risultato, gli studiosi sacrificano i loro princìpi allo stato e i monaci la loro fede. Questa è la ragione per cui noi giapponesi manchiamo di grandi pensatori e di grandi religiosi. Lo stato è il nostro Dio, e l’Imperatore rappresenta il divino kokutai. Il nostro sovrano incarna ciò che denominiamo la divinità astratta dello stato." (Nihon dokutoku no kokkashugi, 1911)
Altri intellettuali si avvicinarono alle dottrine marxiste come Miki Kiyoshi, Nakano Shigeharu, Kurahara Korehito e Kobayashi Takiji. Il filosofo Miki Kiyoshi (1897-1947) spiccò per la novità dei suoi studi. Dopo aver studiato con Nishida Kitaro si orientò alla filosofia della storia introducendo il metodo d’analisi marxista. Nel 1928 diede vita insieme ad Hani Goro alla rivista "Shinko kagaku no hata no moto ni" (Sotto la bandiera della nuova scienza) dove scrisse saggi sul marxismo. Nel 1931 pubblicò Rekishi tetsugaku (Filosofia della storia). Nonostante fosse cacciato dall’università per aver diffuso le idee marxiste, Miki Kiyoshi non era un comunista integrale, e il suo stesso metodo di studio era debitore a pensatori come Blaise Pascal, Martin Heidegger e il maestro Nishida Kitaro. Miki usò il marxismo, come altri intellettuali giapponesi, per il suo alto valore scientifico.
Agli occhi del comunismo occidentale Miki Kiyoshi può apparire più un avversario che un compagno. Infatti egli fu involontariamente fra i sostenitori del nihonjinron (specificità culturale giapponese) utilizzando gli stessi metodi del marxismo. In Kosoryoku no ronri (La logica del concepimento del pensiero, 1939) egli sostenne la formazione e la forza delle idee generate dalla storia e dai processi materiali. Così Miki Kiyoshi trovava una spiegazione della specificità giapponese conforme al materialismo storico. La diversa storia del Giappone avrebbe costituito da sola sia la causa sia l’effetto dell’originalità culturale nipponica. Sappiamo che la sinistra occidentale ha sempre etichettato come ideologica questa presunta specificità giapponese. Eppure Miki, coerente con il suo metodo d’indagine e fedele al materialismo storico, giungeva a un’analisi che partiva da presupposti materiali. Inoltre egli riusciva a spiegare l’ideologia, o sovrastruttura, in un contesto unitario e non fazioso, così come doveva essere per l’indagine storica.
Paradossale che i filosofi giapponesi dell’inizio del XX secolo avessero una conoscenza più perspicua della storia? Non è affatto casuale. I comunisti Michael Hardt e Antonio Negri stanno rimproverando ai loro compagni l’errore di non aver condotto analisi sulla produzione e riproduzione sociale fermandosi soltanto agli aspetti intellettuali e metafisici. La stessa osservazione può essere rivolta ai critici marxisti del sistema giapponese, ma perfino agli stessi Hardt e Negri che nelle loro indagini ignorano la differenza giapponese. Se il postmoderno è caratterizzato da una mancanza di senso, non è casuale che anche gli attuali studi sociologici abbiano perso l’interesse a fornire spiegazioni sensate.
L’influenza del marxismo sugli intellettuali giapponesi degli anni Venti e Trenta fu davvero forte. Noro Eitaro (1900-1934) pubblicò Nihon shihonshugi hattatsushi (Storia dello sviluppo del capitalismo giapponese) in cui conduce una descrizione diacronica dei cambiamenti sociali coordinata dall’utilizzo sincronico dei concetti sociologici. Ciò gli consentì d’applicare uno studio comparativo e di trattare fenomeni prettamente giapponesi facendo uso di un linguaggio universale. Noro Eitaro aderì al Partito Comunista nel 1930, ma fu arrestato e torturato a morte dalla polizia soltanto quattro anni più tardi.
Altri storici giapponesi furono influenzati dal marxismo. Nel 1928 Hattori Shiso (1901-1956) pubblicò Meiji ishinshi (Storia della Restaurazione Meiji) e Hani Goro (1901-1983), nello stesso anno, Seisan ishinshi kenkyu (Studio sulla storia della Restaurazione). Insieme scrissero Nihon shihonshugi hattatsushi koza (Studi sulla storia dello sviluppo del capitalismo giapponese), opera in sette volumi editi fra il 1932 e il 1933.
Fortissima fu l’influenza anche sui letterati. Dazai Osamu (1909-1948) si iscrisse al Partito Comunista ma lo abbandonò nel 1932, pentendosi in seguito di questa scelta e avvertendo il senso di colpa d’aver lasciato i compagni di lotta. Anche Akutagawa Ryunosuke scrisse un saggio intitolato Puroretaria bungei to wa nan de aro (Che cos’è la letteratura proletaria?, 1927). Il comunista Kobayashi Takiji (1903-1933) scrisse il romanzo Kani kosen (La nave dei granchi, 1929) in cui descriveva le condizioni dei lavoratori su una nave da pesca e denunciava gli abusi del potere. Nel 1933 pubblicò Tenkan jidai (Età di cambiamenti) in cui racconta la storia di un iscritto al partito.
Altri scrittori marxisti furono Miyamoto Yuriko (1899-1951) e Nakano Shigeharu (1902-1979). Miyamoto Yuriko visse due anni e mezzo (1928-1930) in Unione Sovietica insieme a Yuasa Yoshiko, una studiosa di letteratura russa. Tornata in Giappone si iscrisse nel 1931 al Partito Comunista e sposò Miyamoto Kenji. Nonostante i numerosi arresti scrisse parecchi racconti e saggi. Il marito fu detenuto per dodici anni, e in questo periodo scrisse migliaia di lettere pubblicate nel 1950 col titolo Juninen no tegami (Dodici anni di lettere).
Un’altra scrittrice proletaria fu Hayashi Fumiko (1904-1951) che lavorò come venditrice ambulante, cameriera e inserviente nei caffè. Ella scrisse Horoki (Storia del vagabondaggio, 1928), un’opera che commosse molti lettori. Hayashi Fumiko ebbe una popolarità straordinaria nel Giappone del dopoguerra e la sua vita fu rappresentata al teatro, al cinema e alla televisione. La sua città, Onomichi, la ricorda con affetto e con una presenza costante (musei, statue, mostre, musei, celebrazioni, etc.).
La controversa storia del comunismo giapponese si costella così di eventi drammatici e popolari, che se da un lato gli rendono fama, dall’altro non gli consentono di ottenere quel consenso elettorale necessario per influire nella vita politica giapponese. Dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, gli americani abolirono la terribile legge sull’ordine pubblico del 1900 e il 4 ottobre 1945 furono liberati i comunisti ancora detenuti. Ma l’essersi opposti al regime non facilitò la vita dei comunisti giapponesi.
Il Kyosanto (Partito Comunista), fuori legge dal 1924, tornò alla ribalta e riorganizzato dai vecchi dirigenti usciti dalla prigione e dal ritorno di quelli che si erano rifugiati dai comunisti cinesi (come Nonaka Sanzo). Rinasceva così nella piena legalità (1 dicembre 1945). Purtroppo le elezioni del 10 aprile 1946 furono estremamente deludenti. I socialisti ebbero il 17,8 per cento dei voti, mentre i comunisti appena il 3,8 per cento. Liberali e progressisti raggiunsero invece il 43 per cento. Le elezioni del 23 gennaio 1949 segnarono un successo per i comunisti ottenendo il 9,7 per cento dei voti, circa tre milioni di elettori. Il merito fu di Nonaka Sanzo che attraverso gli slogan "rivoluzione pacifica" e "comunismo simpatico" volle dare un’impronta tranquillizzante e umana al comunismo. Gli anni Sessanta e Settanta furono un periodo di duri scontri sociali che videro l’occupazione delle università e i tafferugli degli studenti con la polizia. La sinistra comunista contestava l’alleanza con gli Stati Uniti che erano considerati gli artefici di un nuovo imperialismo. Le vicende della guerra del Vietnam sembravano legittimare queste critiche. Negli anni Ottanta il benessere sembrava far dimenticare le diatribe della politica. Ma gli scandali della corruzione avrebbero colpito la classe dirigente, e l’opposizione comunista non avrebbe mancato l’occasione di condannare e mostrare le deformazioni del potere. Ma il comunismo doveva fare i conti con la storia, e il crollo dell’Unione Sovietica sembrava intonare il requiem per i seguaci di Marx. Questo scossone politico non sembrava però colpire le fondamenta del Partito Comunista in Giappone che veniva criticato per la sua arretratezza sulle posizioni marxiste di fine Ottocento. Ma era questa genuinità e arcaismo del comunismo giapponese che lo preservava dalle crisi ideologiche che colpirono gli altri partiti della sinistra. Essersi radicati ai valori della III Internazionale aveva significato non essere scesi a compromessi con i regimi sovietici, cubani e cinesi. Quest’ultimo recentemente convertitosi al capitalismo più bieco sostenuto dalla dittatura del partito unico.
Cosa rimane del comunismo giapponese? In Europa si parla di comunismo come di un fantasma del passato. E in effetti così comparve sulla scena mondiale secondo le stesse parole di Marx ed Engels. Però il Giappone è un paese dove si è abituati a convivere con i fantasmi, così come piaceva a Lafcadio Hearn, e si può esser certi che il comunismo non solo non apporterà danni, ma come in passato solleciterà il paese con nuove idee. E se ne avrà la forza, tirerà i fagioli ai nuovi e vecchi orchi come nella tradizione giapponese.
Bibliografia
AA.VV., Nihon no rekishi. Yomiuri shinbunsha, Tokyo, 1960.
Beasley, William Gerald, Storia del Giappone moderno, Einaudi, Torino, 1975.
Bravo, Gian Mario, Il Manifesto del Partito Comunista e i suoi interpreti, Editori Riuniti, Roma, 1978.
Engels, Friedrich e Marx, Karl, Manifesto del Partito Comunista. Edizioni Lotta Comunista, Milano, 1998.
Hardt, Michael e Negri, Antonio, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2001.
Kato, Shuichi, Storia della letteratura giapponese, vol.3, Marsilio, Venezia, 1996.
Sato, Yoshimaru, Meiji nashonarizumu no kenkyu, Fuyo shobo, Tokyo, 1998.
Shiba, Ryotaro, Shiba Ryotaro ga kataru zasshi genron hyakunen, Chuo Koron sha, Tokyo, 1998.
La deflazione
Articolo pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Defure.
Defure: la spirale deflazionistica
di Cristiano Martorella
22 febbraio 2002. La parola giapponese "defure" è una abbreviazione di defureeshon (adattamento dall’inglese deflation). Purtroppo è divenuta di uso abituale per l’economia giapponese a partire dall’ultimo decennio del XX secolo. In particolare, è stata usata l’espressione "shinkosei defureeshon" (spirale deflazionistica) per descrivere la gravità della situazione nipponica.
Il premier Koizumi Jun’ichiro dichiarò, dopo un incontro a Tokyo con il presidente statunitense George Walker Bush (18 febbraio 2002), che avrebbe varato una manovra per opporsi alla deflazione che affliggeva il Giappone. Il grido d’allarme di Koizumi era soltanto l’apice di una situazione che si protraeva da tempo. La recessione economica che si era manifestata a partire dal 1991, portava con sé anche questo fenomeno deflazionistico.
Prima di saltare a facili conclusioni partendo da considerazioni astratte e generiche, cerchiamo di definire meglio il problema che stiamo analizzando. Iniziamo, quindi, da una considerazione tecnica del fenomeno deflazionistico. La deflazione è il fenomeno opposto all’inflazione. Mentre l’inflazione è un aumento costante dei prezzi, la deflazione è una diminuzione del tasso di inflazione in negativo, e una costante diminuzione dei prezzi (ossia un indice negativo d’inflazione). Il fenomeno deflazionistico è piuttosto raro. Al contrario è stato un tasso d’inflazione troppo elevato a preoccupare i governi occidentali, in particolare nel 1973 a causa della crisi petrolifera. Fra il 1973 e il 1980, la crisi dell’economia occidentale è stata caratterizzata da un doppio fenomeno: forte inflazione e grave disoccupazione. Le politiche economiche per combattere l’inflazione ebbero degli interpreti particolari in Ronald Reagan e Margaret Thatcher. La politica economica statunitense degli anni ’80 (chiamata reaganomics) era fondata sulla diminuzione della pressione fiscale sulle imprese e i ricchi contribuenti. In modo simile, Margaret Thatcher risanava l’economia inglese smantellando il welfare state e diminuendo la spesa pubblica. In effetti il pericolo inflazionistico era già scongiurato all’inizio dell’ultimo decennio del XX secolo.
In Giappone la situazione ebbe dei bruschi capovolgimenti. Nel 1969 l’inflazione era intorno al 5,5. Nel 1970 raggiunse il 7,7. Nel 1972 il governo pianificò un incremento dell’inflazione per impedire l’apprezzamento dello yen. Così nel 1973 vi fu un deciso aumento dei prezzi, dal 7,5 al 10,5 fino a giungere al 12,5 nei primi tre trimestri. La crisi petrolifera degli anni 1973-1974 portò a un’inversione delle politiche monetarie, preferendo sopravvalutare lo yen mantenendo alta l’inflazione. Dopo il 1986 la crescita fu spinta dalla "bubble economy" (baburu keizai) attraverso una politica speculativa sui prezzi degli immobili e del mercato azionario. Il meccanismo si inceppò e nel 1991 il Giappone si ritrovò in una grave fase recessiva caratterizzata da un elevato debito pubblico e una contrazione della produzione. A causa di un inasprimento delle imposte (in particolare la tassa sui consumi, shohizei) e una diminuzione della spesa pubblica, si erano create le condizioni per una forte deflazione.
Purtroppo questo fenomeno era involontario, e si trattava di una conseguenza della singolare recessione economica del Giappone. La forte contrazione della domanda interna e il ribasso della produzione erano fattori concomitanti (e già presenti) che si accoppiarono all’aumento delle imposte e alla diminuzione della spesa pubblica creando la spirale deflazionistica. Si deve considerare che la "bolla speculativa" degli anni ’80 aveva creato una grave anomalia, gonfiando a cifre astronomiche i prezzi degli immobili e creando, di conseguenza, un irrealistico mercato interno. A ciò si aggiunge la difficoltà a far crescere la domanda di importazioni. Quest’ultimo punto si ripercuote come problema poiché crea un’immobilità e una situazione stagnante del mercato.
C’è una questione delicata e importante che si è tralasciata: la funzione dell’inflazione nella produzione di profitto. Come è stato evidenziato da John Maynard Keynes, l’inflazione determina effetti redistributivi che si ripercuotono sul risparmio, gli investimenti, la produzione e l’occupazione. Se si tengono presenti queste relazioni, si può constatare un fenomeno osservato da alcuni economisti. Una moderata inflazione è benefica e fruttuosa per l’impresa. Infatti, le merci acquistate per la fabbricazione del prodotto, avranno un valore maggiore alla fine del processo di produzione. Ciò provoca un surplus di profitto sul prezzo del prodotto finale che subirà un aumento di prezzo immediato anche se le materie di fabbricazione erano in stoccaggio e pagate a un prezzo molto inferiore. Ciò significa che la deflazione giapponese si ripercuote negativamente sui profitti delle imprese in modo gravoso. In parte il danno viene ammortizzato dal fatto che da parecchi decenni molte imprese giapponesi adottano un sistema di produzione just in time che permette di affrontare crisi di questo tipo.
L’anomalia del fenomeno deflazionistico richiede una risposta radicale applicabile però in un periodo di lunga durata. Le condizioni economiche del Giappone non permettono nessun singolo rimedio. L’intera struttura economica, scossa dalla crisi, si sta muovendo in direzione di una riforma strutturale complessa. Come è stato osservato anche da numerosi analisti occidentali, non è sufficiente un unico intervento. Si dovrà intervenire su molti punti: svalutazione dello yen, politica monetaria della Banca del Giappone, riforme fiscali, nazionalizzazione delle banche, deregulation, privatizzazione delle imprese, fallimento delle imprese in passivo.
Ma il maggior sforzo da compiere sarà trovare soluzioni adatte al contesto giapponese, senza affidarsi a soluzioni prefabbricate occidentali, le quali si sono dimostrate inaffidabili come ha osservato l’economista Omae Ken’ichi. In conclusione, l’anomalia del fenomeno deflazionistico nipponico è un ulteriore indizio della particolarità dell’economia giapponese.
Bibliografia
Ikeya, Akira, Koizumi Calls Deflation Top Priority, in "The Nikkei Weekly", 18 febbraio 2002, p.1.
Ito, Makoto, The World Crisis and Japanese Capitalism, Macmillan, New York, 2000.
Ito, Takatoshi, The Japanese Economy, Massachusetts Institute of Technology, Cambridge (Mass.), 1992.
Okamura, Masahiro, Gendai Nihon keizai shisutemu no genryu, Nihonkeizai Shinbunsha, Tokyo, 1993.
Okabe, Naoaki, Policy-makers Should Aim to End Deflationary Spiral, in "The Nikkei Weekly", 18 febbraio 2002, p.7.
Omae, Ken’ichi [Ohmae Kenichi], Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001.
Defure: la spirale deflazionistica
di Cristiano Martorella
22 febbraio 2002. La parola giapponese "defure" è una abbreviazione di defureeshon (adattamento dall’inglese deflation). Purtroppo è divenuta di uso abituale per l’economia giapponese a partire dall’ultimo decennio del XX secolo. In particolare, è stata usata l’espressione "shinkosei defureeshon" (spirale deflazionistica) per descrivere la gravità della situazione nipponica.
Il premier Koizumi Jun’ichiro dichiarò, dopo un incontro a Tokyo con il presidente statunitense George Walker Bush (18 febbraio 2002), che avrebbe varato una manovra per opporsi alla deflazione che affliggeva il Giappone. Il grido d’allarme di Koizumi era soltanto l’apice di una situazione che si protraeva da tempo. La recessione economica che si era manifestata a partire dal 1991, portava con sé anche questo fenomeno deflazionistico.
Prima di saltare a facili conclusioni partendo da considerazioni astratte e generiche, cerchiamo di definire meglio il problema che stiamo analizzando. Iniziamo, quindi, da una considerazione tecnica del fenomeno deflazionistico. La deflazione è il fenomeno opposto all’inflazione. Mentre l’inflazione è un aumento costante dei prezzi, la deflazione è una diminuzione del tasso di inflazione in negativo, e una costante diminuzione dei prezzi (ossia un indice negativo d’inflazione). Il fenomeno deflazionistico è piuttosto raro. Al contrario è stato un tasso d’inflazione troppo elevato a preoccupare i governi occidentali, in particolare nel 1973 a causa della crisi petrolifera. Fra il 1973 e il 1980, la crisi dell’economia occidentale è stata caratterizzata da un doppio fenomeno: forte inflazione e grave disoccupazione. Le politiche economiche per combattere l’inflazione ebbero degli interpreti particolari in Ronald Reagan e Margaret Thatcher. La politica economica statunitense degli anni ’80 (chiamata reaganomics) era fondata sulla diminuzione della pressione fiscale sulle imprese e i ricchi contribuenti. In modo simile, Margaret Thatcher risanava l’economia inglese smantellando il welfare state e diminuendo la spesa pubblica. In effetti il pericolo inflazionistico era già scongiurato all’inizio dell’ultimo decennio del XX secolo.
In Giappone la situazione ebbe dei bruschi capovolgimenti. Nel 1969 l’inflazione era intorno al 5,5. Nel 1970 raggiunse il 7,7. Nel 1972 il governo pianificò un incremento dell’inflazione per impedire l’apprezzamento dello yen. Così nel 1973 vi fu un deciso aumento dei prezzi, dal 7,5 al 10,5 fino a giungere al 12,5 nei primi tre trimestri. La crisi petrolifera degli anni 1973-1974 portò a un’inversione delle politiche monetarie, preferendo sopravvalutare lo yen mantenendo alta l’inflazione. Dopo il 1986 la crescita fu spinta dalla "bubble economy" (baburu keizai) attraverso una politica speculativa sui prezzi degli immobili e del mercato azionario. Il meccanismo si inceppò e nel 1991 il Giappone si ritrovò in una grave fase recessiva caratterizzata da un elevato debito pubblico e una contrazione della produzione. A causa di un inasprimento delle imposte (in particolare la tassa sui consumi, shohizei) e una diminuzione della spesa pubblica, si erano create le condizioni per una forte deflazione.
Purtroppo questo fenomeno era involontario, e si trattava di una conseguenza della singolare recessione economica del Giappone. La forte contrazione della domanda interna e il ribasso della produzione erano fattori concomitanti (e già presenti) che si accoppiarono all’aumento delle imposte e alla diminuzione della spesa pubblica creando la spirale deflazionistica. Si deve considerare che la "bolla speculativa" degli anni ’80 aveva creato una grave anomalia, gonfiando a cifre astronomiche i prezzi degli immobili e creando, di conseguenza, un irrealistico mercato interno. A ciò si aggiunge la difficoltà a far crescere la domanda di importazioni. Quest’ultimo punto si ripercuote come problema poiché crea un’immobilità e una situazione stagnante del mercato.
C’è una questione delicata e importante che si è tralasciata: la funzione dell’inflazione nella produzione di profitto. Come è stato evidenziato da John Maynard Keynes, l’inflazione determina effetti redistributivi che si ripercuotono sul risparmio, gli investimenti, la produzione e l’occupazione. Se si tengono presenti queste relazioni, si può constatare un fenomeno osservato da alcuni economisti. Una moderata inflazione è benefica e fruttuosa per l’impresa. Infatti, le merci acquistate per la fabbricazione del prodotto, avranno un valore maggiore alla fine del processo di produzione. Ciò provoca un surplus di profitto sul prezzo del prodotto finale che subirà un aumento di prezzo immediato anche se le materie di fabbricazione erano in stoccaggio e pagate a un prezzo molto inferiore. Ciò significa che la deflazione giapponese si ripercuote negativamente sui profitti delle imprese in modo gravoso. In parte il danno viene ammortizzato dal fatto che da parecchi decenni molte imprese giapponesi adottano un sistema di produzione just in time che permette di affrontare crisi di questo tipo.
L’anomalia del fenomeno deflazionistico richiede una risposta radicale applicabile però in un periodo di lunga durata. Le condizioni economiche del Giappone non permettono nessun singolo rimedio. L’intera struttura economica, scossa dalla crisi, si sta muovendo in direzione di una riforma strutturale complessa. Come è stato osservato anche da numerosi analisti occidentali, non è sufficiente un unico intervento. Si dovrà intervenire su molti punti: svalutazione dello yen, politica monetaria della Banca del Giappone, riforme fiscali, nazionalizzazione delle banche, deregulation, privatizzazione delle imprese, fallimento delle imprese in passivo.
Ma il maggior sforzo da compiere sarà trovare soluzioni adatte al contesto giapponese, senza affidarsi a soluzioni prefabbricate occidentali, le quali si sono dimostrate inaffidabili come ha osservato l’economista Omae Ken’ichi. In conclusione, l’anomalia del fenomeno deflazionistico nipponico è un ulteriore indizio della particolarità dell’economia giapponese.
Bibliografia
Ikeya, Akira, Koizumi Calls Deflation Top Priority, in "The Nikkei Weekly", 18 febbraio 2002, p.1.
Ito, Makoto, The World Crisis and Japanese Capitalism, Macmillan, New York, 2000.
Ito, Takatoshi, The Japanese Economy, Massachusetts Institute of Technology, Cambridge (Mass.), 1992.
Okamura, Masahiro, Gendai Nihon keizai shisutemu no genryu, Nihonkeizai Shinbunsha, Tokyo, 1993.
Okabe, Naoaki, Policy-makers Should Aim to End Deflationary Spiral, in "The Nikkei Weekly", 18 febbraio 2002, p.7.
Omae, Ken’ichi [Ohmae Kenichi], Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001.
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