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domenica 11 ottobre 2009

Eclissi del capitalismo

Articolo sul capitalismo pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Botsuraku.

Botsuraku. L’eclissi del capitalismo
di Cristiano Martorella

1 dicembre 2002. Botsuraku in giapponese significa caduta, rovina, declino, eclissi. Però l’eclissi di cui parliamo qui non è l’eclissi del sole, ma l’eclissi metaforica di una stella altrettanto importante per lo sviluppo umano: il capitalismo (shihonshugi). L’espressione che abbiamo coniato, "eclissi del capitalismo", può apparire esagerata eppure si considererà alla fine quanto sia opportuna.
La crisi economica che attanaglia il Giappone, la seconda potenza economica, da un decennio a partire dal 1993, non è stata mai considerata con la dovuta serietà. I detrattori del modello nipponico hanno sempre esultato indicando questa crisi come la conferma delle loro teorie sull’arretratezza strutturale della società giapponese. Mentre questi analisti si compiacevano delle sventure altrui, sono stati inaspettatamente colpiti da sciagura, morte e terrore. Il simbolo dell’orgoglio economico americano veniva sbriciolato dall’atto orribile del fondamentalismo islamico. I soliti opinionisti dediti al riciclaggio delle idee altrui hanno rispolverato le tesi di Samuel Huntington sullo scontro delle civiltà (1). E così ci siamo ritrovati in un gioco delle parti che divideva il mondo in buoni e cattivi. Ciò ha surrettiziamente nascosto le cause degli eventi e trasformato i discorsi in esercizi di retorica e ideologia (2). I movimenti no global (o secondo altra definizione new global) hanno sposato la bandiera degli oppressi e puntato il dito contro le disuguaglianze cercando di sostenere la necessità di un cambiamento dell’ordine mondiale. La produzione intellettuale di questi movimenti è sorprendente per quantità (3), e sicuramente più convincente dei sostenitori del liberismo economico (ciò è facilitato dal contesto sociale estremamente degradato). Eppure la qualità di questi lavori non è così elevata come si crede. Una mente acuta come quella di Alessandro Baricco si è subito accorta delle debolezze intellettuali dei no global, nonostante non si presenti come un oppositore del movimento (4). La teoria dei no global si fonda sul riconoscimento della sperequazione. I ricchi diventano sempre più ricchi a scapito dei poveri. Perciò propongono un’economia etica che tenga in considerazione i princìpi di equità sociale. Purtroppo i no global non hanno nessuna ricetta per il capitalismo e le loro proposte mancano di una solida comprensione della realtà economica. Molte delle analisi dei no global sono pregiudiziali e non considerano importanti aspetti dell’economia. Essi pensano di eliminare le storture del capitalismo che considerano come la causa del disagio sociale. Ciò che indicano come il colpevole, ossia il capitalismo, è in verità la vittima della storia economica. Il capitalismo non potrebbe essere il nemico perché il capitalismo è un soggetto attualmente in agonia. Quello che stiamo vivendo è il periodo più duro per le aziende che devono sostenere la concorrenza internazionale, la crisi demografica e la diminuzione dei consumi, l’innovazione tecnologica, la scarsità di finanziamenti, e tutto ciò in un contesto di continua instabilità interna ed esterna. La causa autentica di questi eventi è da imputare all’eclissi del capitalismo, alla sua incapacità di creare benessere. Ma per capire l’eclissi del capitalismo e le sue conseguenze bisogna accettare innanzitutto quest’idea. L’eclissi del capitalismo esiste ed è reale. Bisogna abbandonare l’idea che il male sia il capitalismo e che esso sia forte e in salute. Al contrario, le distorsioni del capitalismo sono l’indizio della sua agonia.
Ritorniamo dunque alla crisi economica giapponese e vediamo che cosa rappresenti per noi. L’aspetto più interessante che riguarda l’economia giapponese è quello esoterico. Infatti difficilmente troverete degli economisti che siano d’accordo e presentino uno stesso quadro dello sviluppo economico del Giappone, specialmente se recente (5). In Giappone hanno proliferato numerosissime sette buddhiste, altrettanto vale per le scuole economiche. E il paragone con la religione non finisce qui. Alcuni presupposti degli economisti si basano su autentici atti di fede, e il loro linguaggio esoterico è compreso soltanto dagli adepti. L’affermazione, ad esempio, che la ripresa economica è dietro l’angolo è soltanto un atto di fede che presume la visione salvifica del libero mercato. La scienza del concreto, l’economia (letteralmente amministrazione della casa, dal greco oikonomía), è divenuta l’ultima e più seguita setta religiosa. Però il Giappone non ci interessa come caso strampalato, piuttosto come la punta di diamante del capitalismo internazionale. Il Giappone non va deriso o commiserato, poiché il Giappone è il nostro futuro. La crisi che si è presentata nel 1993 non era un fenomeno singolare, piuttosto l’inizio di un evento mondiale: l’eclissi del capitalismo.
Negli anni Ottanta il Giappone aveva portato a maturazione il capitalismo fino a raggiungere livelli ineguagliati di ricchezza. Lo sviluppo industriale nipponico aveva oscurato la potenza statunitense. Al massimo della sua fortuna il Giappone conosceva negli anni Novanta una dura recessione. Perché? Molte motivazioni sono state avanzate, la prima e più accreditata è la bolla speculativa. Oggi, comunque, possiamo meglio capire questi fenomeni e afferrare il senso storico degli eventi. Lo sviluppo economico del Giappone era fondato su basi solide: un apparato industriale avanzato, tecnologicamente concorrenziale (se non addirittura senza concorrenti) e una forza lavoro ordinata, organizzata e disciplinata. Che cos’è che non funziona? La risposta può essere fornita soltanto se sappiamo che cos’è il capitalismo (6).
Il capitalismo è quel sistema che ha come obiettivo la valorizzazione del capitale tramite un’attività produttiva o commerciale che crei profitto. In questo sistema ha un ruolo fondamentale e cruciale la moneta che permette la rotazione del capitale, ovvero il passaggio dall’investimento di denaro in un bene che produca altro denaro (secondo lo schema D-M-D’). Pertanto il processo di produzione deve essere organizzato in modo da rendere massimo il profitto e minimo il costo. Se non si realizzasse un profitto l’investimento di capitale non avrebbe senso. Ma come ha origine questo aumento di valore del capitale investito? Esso avviene tramite il lavoro, come intuito da David Ricardo. Secondo Ricardo il lavoro crea un valore aggiunto. Dunque la merce incorpora il lavoro e il valore del lavoro. David Ricardo addirittura pone il lavoro come punto di partenza: la misura del valore non può che essere il lavoro contenuto nelle merci. La moneta d’altronde nasce dalla divisione sociale del lavoro (specializzazione delle attività produttive) e con la nascita dello scambio (libero mercato). La teoria della moneta di David Ricardo ci permette di capire che cosa si nasconda dietro il velo della moneta. La moneta non è altro che una convenzione sostenuta dal sistema sociale del lavoro. Ciò ci permette di sbarazzarci delle suggestioni che suggeriscono una visione della finanza come astrazione. La superficie convenzionale della moneta non deve far dimenticare che il suo valore è fornito dal lavoro. L’altro aspetto essenziale è costituito dal mercato che rende possibile il sistema economico e finanziario. Però il mercato è una funzione dell’organizzazione sociale ed è garantito soltanto dall’esistenza di una complessa e articolata società. L’antropologia ha sviluppato molte intuizioni degli economisti per considerare le differenti relazioni umane: reciprocità, redistribuzione e scambio. Marshall Sahlins, partendo dalla teoria di Karl Polanyi, sostenne tre tipi di reciprocità (generalizzata, bilanciata e negativa). La reciprocità generalizzata nasce da un rapporto istituzionale (per esempio i doveri familiari, il dono, l’ospitalità). La reciprocità bilanciata riguarda scambi simultanei di beni della stessa categoria. La reciprocità negativa è costituita da uno scambio finalizzato ad ottenere un utile (per esempio un baratto vantaggioso). La reciprocità avviene fra istituzioni simmetriche. La redistribuzione è invece un movimento di beni in condizione di dissimmetria istituzionale. Il flusso avviene verso oppure da un centro. La redistribuzione è per esempio il sistema di tassazione (con un ministero delle finanze posto al centro). Lo scambio è invece un movimento di beni all’interno di un mercato autoregolato fra soggetti diversi. Se nella reciprocità c’è una simmetria, e nella redistribuzione una centralità, invece nello scambio i soggetti sono liberi. Lo scambio di mercato tende a massimizzare i vantaggi secondo un’ipotesi avanzata da Adam Smith (teoria della propensione allo scambio utilitario) e ripresa con forza dalla scuola dei marginalisti. Karl Polanyi descrisse e sottopose a critica l’area istituzionale che comprende gli scambi collegati al commercio, il mercato e la moneta, ritenuto un sistema composto da una terna di parti connesse e inscindibili. Essa viene definita "triade catallattica" riprendendo una definizione dell’economista Richard Wathely. Ciò ci deve far considerare l’importanza delle istituzioni che sottendono il mercato, il quale non è affatto qualcosa di spontaneo. Il mercato, infatti, solo a partire dal XIX secolo e grazie alla rivoluzione industriale viene scorporato (disembedded) dalla società e diviene autoregolato. Questa è l’epoca della nascita del capitalismo (in precedenza si poteva osservare un capitalismo mercantilista, una forma primordiale del capitalismo). Negli anni Ottanta del XX secolo si afferma la dottrina iper-liberista che pone dei limiti al controllo degli stati che perdono definitivamente ogni dominio della vita sociale ormai sottoposta alle esigenze dell’economia (7). Anche l’economia giapponese, sull’onda della competizione con gli Stati Uniti, si converte al liberismo. L’idea di una società giapponese unita e compatta è in realtà un mito che non tiene presente l’evoluzione storica del paese. Si tratta di una visione sostenuta dall’astrazione di un presunto spirito neoconfuciano. Eppure le altre influenze culturali (shintoismo e buddhismo in primo luogo) ebbero una prevalenza ben maggiore del confucianesimo spesso osteggiato da pensatori come Motoori Norinaga (sua è l’espressione spregiativa karagokoro, ossia mentalità cinese). La tendenza giapponese degli anni Novanta a sposare le tesi dell’economia liberista è segnalata, a volte denunciata, dai due fronti opposti della sinistra socialdemocratica e della destra liberaldemocratica. In particolare il premier Koizumi Jun’ichiro si è distinto per la sua convinzione nella necessità di varare riforme liberiste. Però sono soprattutto gli economisti giapponesi a indicare questa svolta del Giappone. Ohmae Kenichi [Omae Ken’ichi], convinto assertore del liberismo ha spronato il suo paese ad adottare cambiamenti a favore del libero mercato. Autore di numerosi testi sulla ristrutturazione dell’economia giapponese è Noguchi Yukio, attento osservatore delle prospettive delle nuove tecnologie. Opposta la posizione di Ito Makoto che denuncia i mali comportati dall’adesione del Giappone alla politica economica liberista (8). Constata l’autentica condizione dell’economia giapponese (si considerino anche le privatizzazioni e l’eliminazione delle barriere protezionistiche) si può riconoscere che la crisi giapponese non è imputabile ai difetti del modello giapponese, piuttosto è l’eclissi del capitalismo che è stato portato in Giappone nella fase più avanzata. In conclusione il Giappone è l’orizzonte dell’eclissi del capitalismo, un fenomeno che coinvolgerà l’intero mondo.
Che cos’è che rende possibile l’eclissi del capitalismo? La questione merita un approccio tecnico che è possibile grazie all’imponente quantità di studi di economisti, storici e sociologi. Perché tale risposta non è stata fornita finora? La divisione, spesso politica, delle differenti scuole economiche ha impedito di mettere insieme i pezzi di questo puzzle.
Cerchiamo di presentare un quadro sintetico, ma completo, delle ragioni dell’eclissi del capitalismo. Due sono le motivazioni fondamentali della svolta storica dell’economia mondiale:

- l’esaurimento dei fattori antagonisti al calo del saggio di profitto;
- il prezzo non più collegato al valore.

Il calo del saggio di profitto è una scoperta di Karl Marx rifiutata dalle altre scuole. Qui la presentiamo in una formulazione che prescinde dalla teoria del plusvalore e utilizza la terminologia dell’economia classica.

s = Gt / (Cc + Cv)
s saggio di profitto
Gt profitto totale
Cc capitale costante
Cv capitale variabile

Il saggio di profitto s esprime il rendimento dell’investimento ed è definito nell’economia classica dal rapporto tra il profitto totale e il costo totale (Gt / Ct). Il capitale costante Cc è la spesa in investimenti costanti come macchinari, materiali, energia, etc. Il capitale variabile Cv è il salario per i lavoratori. La scomposizione del costo totale Ct in capitale costante Cc e capitale variabile Cv permette di desumere che il saggio di profitto è inversamente proporzionale alla composizione organica del capitale (q = Cc / Cv). Eseguiamo i passaggi:

s = Gt / (Cc + Cv)
s = (Gt / Cv) / ((Cc + Cv) / Cv)
s = (Gt / Cv) / (1 + q)

Dunque il saggio di profitto diminuisce all’aumentare della composizione organica del capitale. La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto è la condanna per esaurimento del capitalismo. Infatti l’espansione e l’aumento del capitale comporta la diminuzione del rendimento di un investimento. Poiché il capitalismo ricerca un investimento che crei profitto, questa tendenza si rivela fatale. L’investimento non è possibile se non è vantaggioso. Il capitalismo crea le condizioni perché ciò, paradossalmente, non avvenga. Gli investimenti sono sempre meno redditizi. Ovviamente il capitalismo non è entrato in crisi grazie ai fattori antagonisti alla caduta del saggio di profitto:

1) Ritmi di lavoro più veloci e maggiore efficienza ;
2) Diminuzione dei costi del lavoro;
3) Diminuzione dei costi dei macchinari e delle materie prime;
4) Utilizzo della manodopera in modo massiccio;
5) Commercio vantaggioso con l’estero.

Come indica anche Joseph Schumpeter è soprattutto la tecnologia a fornire un eccezionale mezzo per attuare i punti 1, 2 e 3. Lo sviluppo industriale è infatti la storia del progresso tecnologico che ha permesso di superare le fasi di stasi del capitalismo.
Grazie alla globalizzazione e alla tecnologia sono diminuiti i costi di produzione e i costi delle materie prime. Eppure è stata la stessa globalizzazione ad esaurire gli effetti positivi dei fattori antagonisti al calo del saggio di profitto. La globalizzazione ha eliminato la diversità e ciò ha comportato il crollo dei meccanismi alla base dello scambio utilitario (il fondamento del libero mercato). La disposizione a vedere il mondo in un’unica maniera ha inaridito le capacità intellettuali e l’indagine scientifica. Gli scienziati sono stati asserviti alle esigenze aziendali e hanno abbandonato la ricerca pura e le invenzioni alternative. I fattori antagonisti al calo del saggio di profitto sono drasticamente indeboliti. Dunque trarre profitto tramite il lavoro e la produzione è nell’economia contemporanea più difficile.
Tuttavia è la seconda motivazione dell’eclissi del capitalismo a spiegarci come sia possibile ancora il profitto. Il prezzo non è collegato più al valore. Questa scoperta è merito dell’economista Oomae Ken’ichi (9). Ed è abbastanza facile constatarlo. Il prezzo di un software non dipende dal lavoro occorso per produrlo. Ciò contraddice la teoria di David Ricardo e Karl Marx sul lavoro e la moneta. Semplicemente si è passati da una società industriale fondata sul lavoro a una società dei servizi fondata sull’informazione. Però la scoperta di Oomae costituisce anche una condanna definitiva del capitalismo. Ora la formula D-M-D’ non è valida perché il prezzo non è più stabilito da meccanismi automatici dettati dall’organizzazione del lavoro. Così la rotazione del capitale non è più la forza propulsiva del capitalismo.
L’eclissi del capitalismo non significa la fine dell’economia, piuttosto una diversa e nuova economia. Questa economia sfrutterà le conoscenze per l’acquisizione di vantaggi commerciali e finanziari. L’informazione diverrà merce e il prodotto più prezioso e ricercato.
I no global hanno in parte ragione e in parte torto. Sono nel giusto nel denunciare le storture del capitalismo che sono sintomi evidenti del suo declino. Ed è sensato ammettere che il mondo che conosciamo debba essere cambiato per rispondere alle esigenze dell’umanità. Sbagliano quando pretendono di trovare soluzioni politiche ai problemi economici scavalcando gli studi scientifici. Sbagliano ponendo la volontà al di sopra della conoscenza e ritenendo che il capitalismo sarà sconfitto dalla moltitudine ribelle. Il capitalismo è una forma economica e sarà abbattuto soltanto da un’altra forma economica. E in verità questo sta già accadendo.


Note

1. Cfr. Huntington, Samuel, Lo scontro di civiltà e la ricostruzione dell’ordine mondiale, Garzanti, Milano, 1997.
2. Eugenio Scalfari dalle pagine de "La Repubblica" ha definito gli articoli di Oriana Fallaci come un esercizio di retorica. Per l’opera della scrittrice si consulti il celebre pamphlet: Fallaci, Oriana, La rabbia e l’orgoglio, Rizzoli, Milano, 2001.
3. Ricordiamo alcuni libri: Hardt, Michael e Negri, Antonio, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2002; Klein, Naomi, No Logo, Baldini & Castoldi, Milano, 2001.
4. Cfr. Baricco, Alessandro, Next. Piccolo libro sulla globalizzazione e sul mondo che verrà, Feltrinelli, Milano, 2002, p.50 e p.59.
5. Per fortuna c’è qualcuno che ha il coraggio di riconoscere questa condizione: Cfr. Glosserman, Brad, Il fattore Koizumi non basta più, in "Limes", n.3 / 2002, pp.115-122. "[…] sulle cause che hanno condotto a questa situazione c’è disaccordo" (p.121).
6. Molti analisti hanno sostenuto che l’economia giapponese peccasse di rigidità e hanno suggerito una forte iniezione di liberismo. In realtà fin dagli anni Ottanta si era applicata in Giappone la ricetta liberista, peggiorando soltanto le condizioni sociali. Cfr. Ito, Makoto, La crisi giapponese, in "La rivista del manifesto", n.19 luglio-agosto 2001.
7. Cfr. Ohmae, Kenichi [Omae Ken'ichi], La fine dello stato-nazione. L’emergere delle economie regionali, Baldini & Castoldi, Milano, 1996.
8. Ito Makoto fornisce un’ampia e attendibile documentazione per sostenere le sue tesi. Cfr. Ito, Makoto, The World Economic Crisis and Japanese Capitalism, Macmillan, London, 2000.
9. Cfr. Ohmae, Kenichi, Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001, p.330.

Bibliografia

Galbraith, John Kenneth, La società opulenta, Edizioni di Comunità, Milano, 1959.
Giddens, Anthony, Sociologia. Un’introduzione critica, Il Mulino, Bologna, 1983.
Marx, Karl, Per una critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma, 1970.
Menger, Carl, Princìpi di economia politica, UTET, Torino, 1976
Noguchi, Yukio, Senkyuhyakuyonjunen taisei, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1995.
Ohmae, Kenichi [Omae Ken'ichi], Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001.
Polanyi, Karl, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974.
Polanyi, Karl, Economie primitive arcaiche e moderne, Einaudi, Torino, 1980.
Ricardo, David, Princìpi dell’economia politica e delle imposte, UTET, Torino, 1954.
Rifkin, Jeremy, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Baldini & Castoldi, Milano, 1997.
Sahlins, Marshall, L’economia dell’età della pietra, Bompiani, Milano, 1980.
Sakakibara, Eisuke, Japan Beyond Capitalism, Keizai Inc., Tokyo, 1990.
Schumpeter, Joseph, Il processo capitalistico, Bollati Boringhieri, Torino, 1977.
Schumpeter, Joseph, Storia dell’analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1990.
Sibilla, Paolo, Introduzione all’antropologia economica, UTET, Torino, 1996.
Tachibanaki, Toshiaki, Nihon no keizai kakusa, Iwanami shoten, Tokyo, 1998.

Capitalismo e democrazia

Articolo sul capitalismo e la politica giapponese pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Shihonshugi.

Shihonshugi
Capitalismo e democrazia giapponese
di Cristiano Martorella

22 gennaio 2002. L'economia giapponese e la politica hanno costituito un binomio osservato con estremo sospetto e diffidenza. Fra gli autori che hanno ritenuto di individuare delle anomalie nei rapporti fra politica ed economia ricordiamo Yanaga Chitoshi(1). Secondo Yanaga gli accordi commerciali sarebbero stati orchestrati dallo establishment. Estremamente polemico, spesso fazioso, Karel van Wolferen che accusa il Giappone di aver costituito un'economia di guerra tramite l'alleanza perversa fra politica e business(2). Da un altro punto di vista, Noguchi Yukio aveva individuato la tipicità del sistema economico giapponese con le sue debolezze e virtù: una politica economica che aveva trasformato il libero mercato in un sistema di mobilitazione nazionale con la priorità della produzione rispetto alla competizione interna(3).Sulla base di questi presupposti, vale la pena indagare sulla vera natura della politica e dell'economia giapponese, prima considerate singolarmente (per evitare ogni pregiudizio) e poi nelle loro relazioni.
Incominciamo dall'economia. La parola giapponese shihonshugi traduce il termine capitalismo senza sostanziali differenze. Shihon è il capitale, mentre shihonka sono i capitalisti o borghesi. La parola shihon è composta da due kanji: shi (risorse) e hon (origine, fondamento). Shugi è il suffisso traducibile come -ismo, il quale indica una dottrina o un principio. Non c'è quindi ragione di dubitare cosa intendano i giapponesi per capitalismo. Piuttosto è utile ricordare l'analisi del capitalismo e la sua definizione secondo gli studi classici di economia.
Il capitalismo è un principio di organizzazione economica caratterizzato dall'applicazione di capitali in investimenti produttivi, ed esso distingue e separa il lavoro e la proprietà. L'obiettivo del capitalismo è la valorizzazione del capitale (ossia la realizzazione del profitto). Il capitale appare nel processo economico come capitale monetario o sotto forma di mezzi di produzione. Nel sistema capitalistico i mezzi di produzione e i beni prodotti appartengono al capitalista e non spettano ai lavoratori che vendono semplicemente il loro lavoro. Chiariti questi punti, già noti a tutti a larghe linee, si può fare un confronto fra capitalismo occidentale e capitalismo giapponese.
Nel 1979 il libro di Ezra Vogel, intitolato Japan as Number One, pose la questione della diversità del sistema economico giapponese. Al testo di Vogel seguirono altre pubblicazioni sul tema con impostazioni diverse, ma tutte riconoscevano le differenze dell'economia giapponese(4). La diversità fu percepita come un pericolo ed ebbe una trasposizione in fiction grazie alla fantasia di Michael Crichton, autore del thriller Rising Sun, condensato di tutti i timori americani. La crisi economica degli Stati Uniti culminata con il crollo delle azioni a Wall Street nel 1987, ebbe l'effetto di enfatizzare i successi economici giapponesi guardati con sempre maggiore sospetto. Iniziò a circolare l'idea che il sistema economico giapponese non fosse di tipo capitalistico, ma se ne distinguesse. Alcune caratteristiche permettevano di avvicinare il modello giapponese a forme di collettivismo. Si poteva pensare che l'economia nipponica come una terza via fra capitalismo e comunismo. Si riteneva che queste caratteristiche fossero la mancanza di individualismo, la partecipazione dei lavoratori alla vita dell'azienda considerata come una famiglia e la cooperazione fra governo e imprese.
In particolare, la collaborazione fra politici e uomini d'affari era considerata antitetica al libero mercato e a un sistema di libera concorrenza. Inoltre si riteneva che il mercato del Giappone, nel periodo preso in considerazione, fosse anomalo a causa di barriere protezionistiche. Questa partecipazione attiva del governo alla vita economica del paese era vista come qualcosa di economicamente e politicamente illiberale che avvicinava il Giappone ai sistemi comunisti. In realtà il Giappone era ben lontano dall'economia comunista, al massimo si trattava di una politica economica keynesiana, così come osservato dagli economisti giapponesi. La divisione non omogenea della proprietà privata, l'esistenza di una classe imprenditoriale e la tendenza al profitto erano tutti fattori tipici del capitalismo. Tuttavia il capitalismo giapponese ha delle caratteristiche che lo definiscono piuttosto come una variante del capitalismo. L'enfasi assunta dal concetto di Qualità Totale (TQC), che ha determinato uno sviluppo industriale atipico e specifico, delinea un'economia particolare.
Nel capitalismo occidentale la finalità della produzione è il profitto, e l'innovazione tecnologica è concepita come abbassamento dei costi (grazie a una razionalizzazione del processo di produzione). L'influsso del buddhismo zen che condanna la ricerca del profitto ed esalta l'attività umana, la disciplina e l'autocontrollo, ha avuto un effetto inaspettato. Nel capitalismo giapponese la produzione è posta come obiettivo e la qualità è considerata una variabile interna al processo di fabbricazione. In conclusione, il capitalismo giapponese è una variante del capitalismo che valorizza il capitale nei suoi aspetti produttivi piuttosto che monetari. Ricordiamo che il capitale è per definizione l'insieme di risorse monetarie e materiali.
Questo aspetto del capitalismo giapponese si è rivelato nelle sue debolezze a partire dal 1991, con l'inizio della grave recessione. Infatti la crisi fu innescata proprio dalle debolezze del sistema finanziario e dal tracollo delle banche. Non è un caso. Si è detto che il capitalismo giapponese valorizza il capitale nei suoi aspetti produttivi, ma trascura l'aspetto monetario.
Passiamo adesso alla politica. Si può affermare che la politica giapponese dell'ultimo decennio sia stata ambigua e altalenante. Mentre in passato erano chiare le direttive del paese, la recente instabilità politica ha impedito qualsiasi tipo di programmazione. Cerchiamo di ricapitolare alcuni eventi dell'ultimo decennio. Nel 1992 esplose il caso di corruzione del leader liberaldemocratico Kanemaru Shin. Si trattava di un finanziamento illegale di 500 milioni di yen del presidente della Sagawa Kyubin che fece avviare le indagini rivelando un immenso sistema nazionale di corruzione. Lo scandalo condusse Kanemaru a ritirarsi dalla Dieta. Ma il successivo arresto e processo segnò un durissimo colpo per il Partito Liberaldemocratico (LDP o Jiyuminshuto). La crisi economica e il nuovo contesto internazionale (fine della guerra fredda, crollo dell'Unione Sovietica) fecero emergere nuove esigenze a cui i politici si dimostrarono incapaci di rispondere. Miyazawa Kiichi si dimise dalla carica di premier il 9 agosto 1993, e le elezioni furono indette per il 18 luglio 1993. Esse furono vinte dagli avversari del Partito Liberaldemocratico. Si formò così una coalizione di sette partiti con a capo Hosokawa Morihiro. Si spezzò infine il dominio incontrastato del Jiyuminshuto, partito fondato nel 1955 dall'unificazione delle forze conservatrici (democratici e liberali). La coalizione di Hosokawa, anti-liberaldemocratica e non comunista, raccoglieva fra le sue file il Nihon shakaito (Partito Socialista), il Komeito, il Nihon shinto (Nuovo Partito del Giappone), il Shinseito e lo Shinto Sakigake. Purtroppo Hosokawa fu costretto a dimettersi l'8 aprile 1994 a causa di un'accusa di presunta corruzione. Hata Tsutomu, leader dello Shinseito, fu nominato capo del governo. I socialisti lasciarono però la coalizione. Ma il debole governo di Hata ebbe vita breve e si concluse nel giugno 1994. Gli successe una coalizione inaudita composta da socialisti, liberaldemocratrici e Shinto Sakigake. Il leader socialista Murayama Tomiichi fu eletto premier. La politica di Murayama fu caratterizzata dal pacifismo e dalla riduzione dei prezzi e delle tasse. Importante il riconoscimento dei crimini di guerra nel secondo conflitto mondiale e la presentazione di scuse ufficiali. Posizioni non sempre condivise dai conservatori e causa di tensioni. Nel 1996 Murayama si dimise e fu eletto premier il leader dei liberaldemocratici Hashimoto Ryutaro. Così il Jiyuminshuto riprendeva le redini del potere grazie all'abilità di Hashimoto che aveva saputo recuperare alleanze e dare credibilità al partito. Il governo Hashimoto riprendeva una linea conservatrice contraria alle riforme e favorevole al nazionalismo. Era previsto il risanamento economico e la riforma fiscale. Quest'ultima vedeva l'innalzamento della tassa sui consumi dal 3% al 5%, una tassa molto impopolare simile all'IVA. Però Hashimoto non fu capace di porre rimedio ai gravi problemi dell'economia, e la sua grande abilità di politico non servì a risolvere le difficoltà concrete, ma a conservare la stabilità politica. Piuttosto che a riforme si assistette a restaurazioni come il ripristino dell'Inno Nazionale (Kimigayo) nelle cerimonie scolastiche (normativa annunciata dal Ministero dell'Istruzione nel maggio 1998).
Insomma, una tendenza a rispondere alla crisi politica ed economica con una riscoperta dei sentimenti nazionali. Dopo la sconfitta elettorale del 12 luglio 1998, ad Hashimoto successe un altro leader liberldemocratico, Obuchi Keizo, che formò una maggioranza rabberciata. Obuchi non soltanto non ebbe incisività, ma mancò anche dell'abilità di Hashimoto che era un brillante statista. Al governo Obuchi sucesse quello di Mori Yoshiro che non fu particolarmente significativo. Dobbiamo attendere l'elezione a premier di Koizumi Jun'ichiro il 26 aprile 2001 per assistere a cambiamenti significativi.
Anche se leader del Jiyuminshuto, Koizumi era ritenuto un deciso riformatore. Qualche segnale era dato anche dalla formazione del governo. Il Ministro degli Esteri era una donna, Tanaka Makiko, così il Ministro della Giustizia, Moriyama Mayumi. Le donne nel governo erano ben cinque, aspetto non trascurabile se si considerano le polemiche italiana sulla partecipazione femminile nelle istituzioni.La politica economica di Koizumi è liberale e riformista. Egli intende eliminare i vecchi clientelismi, abbattere i privilegi e favorire il libero mercato. Ma alla politica economica riformatrice corrisponde una politica estera conservatrice e nazionalista. Fra i consiglieri di Koizumi figurano Okamoto Yukio, favorevole a una maggiore partecipazione delle forze armate in missione di peacekeeping, e Kitaoka Shin'ichi, esponente della corrente neoconservatrice che si ispira alla linea di Kishi Nobusuke.
Dal 1957 al 1960 Kishi Nobusuke fu premier e cercò di attuare un ambizioso programma di politica estera che riassunse in tre principi: centralità dell'ONU, rapporti armoniosi con il mondo, importanza delle relazioni con l'Asia (panasianismo). Kitaoka ritiene che questi principi debbano essere ripresi e aggiornati. Egli suggerisce una più intensa collaborazione economica fra il Giappone e i paesi asiatici, e una maggiore partecipazione a garanzia della sicurezza asiatica. Quest'ultimo punto significa un riarmo del Giappone, ma anche una maggiore influenza nella politica internazionale. Dopo queste analisi condotte separatamente su politica ed economia, possiamo ricomporre il quadro. Il Giappone è un paese pienamente democratico nonostante quello che possano dire i suoi detrattori. I partiti e le istituzioni sono determinati dalla volontà dei cittadini tramite le elezioni. I diversi fronti politici (liberaldemocratico, socialdemocratico, comunista, etc.) sono rappresentati nella Dieta. La credenza che l'economia giapponese sia prosperata grazie a un sistema autoritario non corrisponde a un'analisi più profonda dei fatti. Sono state le riforme in senso democratico a favorire l'economia giapponese, a partire dalla Meiji ishin (Riforma Meiji, 1868) fino allo smembramento dei gruppi zaibatsu avvenuto nel dopoguerra. Gli studiosi più attenti hanno riconosciuto questa tendenza del Giappone che lo distingueva da paesi realmente autoritari come la Repubblica Popolare Cinese (stato illiberale e antidemocratico lodato e corteggiato da più parti esclusivamente per i suoi risultati economici e l'apertura del mercato). E non sono caduti nell'errore di confondere facilmente l'individualismo con la democrazia. La posizione più autorevole in tal senso è quella di Ralf Dahrendorf, politologo, economista e sociologo di fama internazionale, che non ritiene corretto inserire il Giappone nel modello autoritario asiatico seguito da nazioni come la Cina, la Malesia, Singapore, etc.(5)
Il Giappone sta pagando a caro prezzo il suo assetto democratico. Il protrarsi della crisi economica è dovuta anche alla difesa delle conquiste democratiche e dall'accettazione di un sistema capitalistico. Le crisi cicliche (ciclo di Kitchin, ciclo di Juglar, ciclo di Kondratiev) fanno parte dell'economia capitalista. Soltanto sistemi autoritari e illiberali possono garantire una crescita forzata e costante senza oscillazioni. Non dimentichiamo come Adolf Hitler nel 1936 si vantasse di aver risanato l'economia tedesca. Ma a quale prezzo? Eppure sembra che molti abbiano dimenticato le lezioni del passato. Il capitalismo e la democrazia non sono necessariamente antitetici, ma misurare la democrazia con i valori economici è un errore madornale.

Note

1. Yanaga, Chitoshi, Big Business in Japanese Politics, Yale University Press, New Haven and London, 1969.
2. Van Wolferen, Karel, The Enigma of Japanese Power, Macmillan, London, 1989 (trad. it. Van Wolferen, Karel, Nelle mani del Giappone, Sperling & Kupfer, Milano, 1990).
3. Noguchi, Yukio, Senkyuhyakuyonjunen taisei, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1995.
4. Ricordiamo alcuni testi del periodo: Vogel, Ezra, Japan as Number One: Lessons for America, Harvard University Press, Cambrige, 1979; Dore, Ronald, Taking Japan Seriously: A Confucian Perspective on Leading Economic Issues, Stanford University Press, Stanford, 1987 (trad. it. Dore, Ronald, Bisogna prendere il Giappone sul serio. Saggio sulla varietà dei capitalismi, Bologna, il Mulino, 1990); Tatsuno, Sheridan, Created in Japan: From Imitators to World-Class Innovators, Harper & Row, New York, 1990.
5. Cfr. Dahrendorf, Ralf, Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica, Laterza, Bari-Roma, 2000, pp. 80-81.

Bibliografia

Collotti Pischel, Enrica (a cura di), Capire il Giappone, Franco Angeli, Milano, 1999.
Ito, Takatoshi, L'economia giapponese, Egea, Milano, 1995.
Beonio Brocchieri, Paolo, Storia del Giappone, Mondadori, Milano, 1996.
Beasley, William Gerald, Storia del Giappone moderno, Einaudi, Torino, 1975.
Caliccia, Sandra, Economia politica, Edisu, Napoli, 1992.
Sakakibara, Eisuke, Bunmei to shite no Nihongata shihonshugi, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1993.
Weber, Max, Storia economica, Donzelli, Roma, 1997.

sabato 29 agosto 2009

La domanda e l'offerta

Articolo sull'economia globale secondo Ohmae Kenichi [Omae Ken'ichi] pubblicato dal sito Nipponico.com. L'articolo punta l'attenzione sulle diverse teorie circa la domanda e l'offerta e i cambiamenti internazionali dei mercati.

Juyokyokyu. Domanda e offerta Il mercato postcapitalista e le nuove regole economiche
di Cristiano Martorella

19 gennaio 2003. Nel linguaggio economico si indica con la domanda e l'offerta il meccanismo che regolerebbe la formazione dei prezzi in un libero mercato. La domanda, in giapponese juyo e in inglese demand, è la quantità di merce che un individuo è disposto a comprare a un determinato prezzo. L'offerta, in giapponese kyokyu e in inglese supply, è la quantità di beni o servizi posta sul mercato per essere venduta a un determinato prezzo. La teoria della domanda e offerta (juyokyokyu) è centrale poiché costituisce il presupposto per la rappresentazione del mercato ideale utilizzato nell'analisi economica. Eppure, come si vedrà più avanti, essa comincia a vacillare sotto i colpi della critica e dei sostenitori dell'economia postcapitalista. In particolare, alcune osservazioni dell'economista giapponese Ohmae Kenichi (trascritto anche Omae Ken'ichi) hanno recentemente ridimensionato questa teoria ormai inadeguata al contesto internazionale e alla globalizzazione.La teoria della domanda e dell'offerta ebbe il suo momento d'oro con il successo della scuola economica dei marginalisti negli anni '70 del XIX secolo. Questo mutamento di indirizzo che si opponeva alla precedente scuola classica, fu portato avanti dal lavoro di William Stanley Jevons (1835-1882), Carl Menger (1840-1921) e Léon Walras (1834-1910). I marginalisti contestavano la teoria del valore lavoro che era stata la base dell'analisi economica. Essi sostenevano che il lavoro speso nella produzione di una merce è cosa passata che non può avere alcuna influenza sul valore della merce. Perciò ignorarono il costo di produzione espresso in ore di lavoro, considerando esclusivamente il valore d'uso. Dunque l'utilità di un bene divenne la determinante specifica del valore stesso, ossia il suo costo. Si aggiungeva a ciò l'interpretazione soggettiva del valore che diede appunto il nome alla teoria soggettiva del valore. Ricapitolando, i marginalisti affermano che i prezzi dei beni si formano in un mercato dove i singoli individui ne richiedono una quantità sulla spinta dell'esigenza soggettiva. Questa impostazione psicologista pone come centrali le preferenze del consumatore e il suo comportamento sul mercato, e fa emergere la domanda e l'offerta come fondamentale criterio di autoregolazione dell'economia. In teoria, il meccanismo dell'equilibrio fra domanda e offerta funziona in questo modo: quando c'è un eccesso di offerta il prezzo diminuisce finché la quantità domandata si adegua a quella offerta, se c'è un eccesso di domanda il prezzo sale finché la quantità domandata si riduce a quella offerta. Il valore soggettivo è considerato in funzione della quantità disponibile del bene e misurato alla soddisfazione resa possibile dall'ultima dose del bene stesso. A questa soddisfazione minima gli economisti marginalisti danno il nome di utilità marginale.Ma la teoria soggettiva del valore conteneva i presupposti per la completa eliminazione di qualsiasi teoria del valore dalla scienza economica. Infatti questa impostazione rende inutile ogni considerazione dei fattori psicologici. Gustav Cassel esprime bene questa posizione.

"La teoria economica è essenzialmente una teoria dei prezzi. Il suo compito principale consiste nella spiegazione dell'intero processo attraverso il quale i prezzi si fissano ai loro effettivi livelli. È perciò naturale che, fin dal suo stesso inizio, la teoria debba essere basata sul concetto di prezzo. Non è necessario, come i vecchi economisti usavano fare, sviluppare dapprima una speciale teoria del valore e rimandare a una fase successiva l'introduzione del concetto di prezzo."(1)

Si comprende come la teoria della domanda e dell'offerta, eliminata la teoria del valore, sia oggi divenuta centrale nella scienza economica assumendo il ruolo precedentemente svolto da altri concetti. Eppure, come stiamo scoprendo, la domanda e l'offerta erano soltanto meccanismi dell'economia che svolgevano un ruolo secondario e subordinato prima della svolta teorica della scuola marginalista. Tornando indietro si rivela che perfino David Ricardo (1772-1823), economista classico, aveva messo in dubbio la fondatezza della teoria della domanda e dell'offerta.

"In definitiva, il costo di produzione - non già, come spesso si è affermato, il rapporto tra offerta e domanda - regola necessariamente il prezzo delle merci. Per un certo tratto di tempo il rapporto che intercede tra offerta e domanda può certo influire sul valore di mercato di una data merce, fin che più o meno abbondante non ne divenga l'offerta a seconda che la domanda sia aumentata o diminuita: effetto questo, per altro, solo di breve durata. L'idea che i prezzi delle merci dipendano esclusivamente dal rapporto che intercede tra offerta e domanda e tra domanda e offerta, divenuta quasi un assioma dell'economia politica, è stata fonte di parecchi errori nell'ambito di tale scienza. [...] Il valore d'ogni merce aumenta sempre in ragione diretta della domanda e in ragione inversa dell'offerta [secondo Jean-Baptiste Say, ndr]. [...] Affermazioni queste, esatte per quanto attiene alle merci monopolizzate ed anche per quel che concerne il prezzo di mercato d'ogni altra merce per un periodo di tempo limitato. Se si raddoppia la domanda di cappelli, ne aumenta immediatamente il prezzo: l'aumento è però puramente temporaneo se non aumenta il costo di produzione dei cappelli, cioè il loro prezzo naturale. Se un'importante scoperta scientifica nell'ambito dell'agricoltura adduce a una diminuzione del 50 per cento del prezzo del pane, non per ciò si determina un ingente aumento di domanda, nessuno desiderandone una quantità maggiore di quel che occorra per soddisfare i propri bisogni; non aumentando la domanda non aumenta neppure l'offerta: una merce viene infatti offerta, non per il semplice fatto che è possibile produrla, ma perché viene richiesta."(2)

Con una semplicità disarmante David Ricardo mostra che la teoria della domanda e dell'offerta è soltanto un'ipotesi che trova scarse conferme nella pratica.L'incertezza della teoria della domanda e dell'offerta viene addirittura scavalcata dall'economista giapponese di orientamento liberista Ohmae Kenichi che propone d'abbandonarla in favore di un'analisi empirica della nuova economia fondata sul lavoro intellettuale, la rete virtuale di Internet, la cibernetica e la globalizzazione. Ohmae afferma che il prezzo non è fissato dalla legge della domanda e dell'offerta.

"Nel nuovo continente [il mondo virtuale in cui agisce l'economia contemporanea, ndr] il valore è quasi completamente indipendente dal costo. Il valore di Microsoft Windows, come quello di una Lexus o di Final Fantasy (un videogioco di successo), dipende dalla sensazione che il software produce nell'utente. Se costa poco, è affidabile e compatibile con altri programmi e computer, il suo valore cresce. Queste caratteristiche non sono tutte collegate al costo dello sviluppo del software. E il prezzo di 98 dollari non è fissato dalla legge della domanda e dell'offerta. A ben vedere, il prezzo di Windows deriva dal suo rango di piattaforma, e dalle sue possibilità di conservare questo status. A 400 dollari, il prezzo sarebbe stato abbastanza elevato da attrarre altri concorrenti sul mercato e minacciare la piattaforma. A 20 dollari, il prezzo sarebbe risultato abbastanza basso da convincere i concorrenti di poter produrre un'alternativa in grado di offrire un margine più elevato, e quindi ancora una volta, di minacciare la piattaforma. Bill Gates ha scelto 98 dollari perché è un prezzo abbastanza basso per scoraggiare i concorrenti nel produrre prodotti alternativi più economici, e abbastanza alto per generare margini e da convincere gli utenti che vale la pena di comprarlo. D'ora in avanti i prezzi di beni e servizi dipenderanno dalla capacità di sfruttare la concorrenza. Chi continua a fissare il prezzo dei propri beni con un metro di giudizio da vecchio mondo, basato sul costo, prenderà decisioni sbagliate."(3)

Ohmae Kenichi reintroduce il concetto di valore e di costo di produzione riconoscendo implicitamente che la teoria del valore lavoro era in linea di massima corretta nel vecchio mondo. Ma aggiunge che essa non possa tenere in considerazione i cambiamenti avvenuti nel sistema economico contemporaneo. Egli sostiene che la formazione del prezzo non possa avvenire secondo le propensioni soggettive degli individui, piuttosto sia fissato dalle organizzazioni economiche più forti (aziende, multinazionali, istituti finanziari, etc.). Si passa dunque da una teoria soggettiva del valore a una teoria globale del valore. Il prezzo viene stabilito dalla concorrenza fra le aziende e dalla loro capacità di gestire fette sempre più ampie di mercato. Questa considerazione sposta l'attenzione da un contesto formale che ritiene liberi gli individui posti nel mercato a un contesto storico che pone in primo piano il potere delle organizzazioni aziendali e le loro ramificazioni nel tessuto sociale.Anche se Ohmae Kenichi è un sostenitore estremo del liberismo economico, le sue analisi forniscono ottimi argomenti per comprendere storicamente lo sviluppo economico. Invece di opporre le differenti teorie, possiamo convenire che la teoria del valore lavoro è adatta alla descrizione di una società industriale, la teoria soggettiva del valore è in parte adeguata a spiegare la società dei consumi di massa, e la teoria globale del valore è indispensabile per comprendere la società dei servizi e dell'informazione. La teoria globale del valore, secondo la quale il valore è indipendente dal costo ed è fissato dalle organizzazioni aziendali, contraddice e rende superflua la teoria della domanda e dell'offerta. Eppure se ci fermassimo qui non avremmo nemmeno sfiorato la questione principale sollevata da queste osservazioni. Un sistema economico dove il lavoro non ha più un valore, il prezzo e il profitto non sono collegati alla produzione, e il mercato non è regolato dalla legge della domanda e offerta, non può dirsi capitalista. Infatti sono le definizioni stesse del capitalismo che inequivocabilmente contraddicono ogni tentativo di riportare questa realtà al vecchio schema industriale basato sul capitale (possesso dei beni e dei mezzi di produzione). La gestione della produzione con la tecnica informatica ha introdotto un elemento virtuale e la smaterializzazione del lavoro. L'elettronica e la cibernetica hanno svuotato di senso il lavoro materiale. Il lavoro materiale era prima misurato in ore, l'attuale lavoro intellettuale viene considerato come una prestazione misurata sull'obiettivo. Viene pagato il servizio offerto o l'informazione, ciò indipendentemente dai costi. Però la tecnica informatica rompe la dicotomia fra lavoratore e mezzi di produzione. Con l'informatica il lavoratore può essere anche il proprietario dei mezzi di produzione (computer e periferiche). La stessa rete informatica non ha proprietari ed è condivisa dagli utilizzatori che ne garantiscono l'esistenza attraverso il loro hardware.L'economia postcapitalista permette alle grandi aziende una maggiore penetrazione e pervasività nel mercato attraverso la globalizzazione, eppure quest'ultima costringe a una estensione della partecipazione che nessuna multinazionale può controllare. Cade l'opposizione fra chi produce e chi consuma, in conclusione, fra offerta e domanda.

Note

1. Citato da Claudio Napoleoni. Cfr. Napoleoni, Claudio, Dizionario di economia politica, Edizioni di Comunità, Milano, 1956, p. 1710. Quest'opera di Napoleoni, a cui collaborarono anche Paolo Sylos Labini, Federico Caffè, Maurice Dobb ed altri, merita un particolare plauso per la chiarezza, la precisione e la documentazione sempre pertinente e approfondita.
2. Ricardo, David, Principi dell'economia politica e delle imposte, UTET, Torino, 1948, pp. 291-292. Si tratta del capitolo 30 intitolato "Dell'influenza della domanda e dell'offerta sui prezzi". Questo duro attacco alla teoria della domanda e dell'offerta viene raramente ricordato nei manuali di economia che la presentano invece come un dato di fatto, mentre si tratta soltanto di una ipotesi spesso in contrasto con i fenomeni dell'economia reale.
3. Ohmae, Kenichi, Il continente invisibile. Oltre la fine degli stati-nazione: quattro imperativi strategici nell'era della Rete e della globalizzazione, Fazi Editore, Roma, 2001, p. 330.

Bibliografia

Campanella, Francesco e Donzelli, Franco e Saltari, Enrico, Dizionario di economia politica. Prezzo, profitto, salario, Boringhieri, Torino, 1986.
Currò, Franco (a cura di), L'economia dalla a alla z, Sperling & Kupfer, Milano, 1992.
Drucker, Peter, La società post-capitalistica, Sperling & Kupfer, Milano, 1993.
Hammer, Michael e Champy, James, Ripensare l'azienda, Sperling & Kupfer, Milano, 1994.
Jenkins, Clive e Sherman, Barrie, The Collapse of Work, Eyre Methuen, London, 1979.
Ito, Makoto, The World Economic Crisis and Japanese Capitalism, Macmillan, London, 2000.
Moreau, Maurice, L'économie du Japon, Presses Universitaires de France, Paris, 1959.
Napoleoni, Claudio (a cura di), Dizionario di economia politica, Edizioni di Comunità, Milano, 1956.
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Ohmae, Kenichi, Il continente invisibile. Oltre la fine degli stati-nazione: quattro imperativi strategici nell'era della Rete e della globalizzazione, Fazi Editore, Roma, 2001.
Ohmae, Kenichi, Il mondo senza confini: lezione di management nella nuova logica del mercato globale, Il Sole 24 Ore, Milano, 1991.
Rifkin, Jeremy, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l'avvento dell'era post-mercato, Arnoldo Mondadori, Milano, 2002.
Tachibanaki, Toshiaki, Nihon no keizai kakusa, Iwanami shoten, Tokyo, 1998.
Takahashi, Makoto, Toyota breaks new ground with cost-cutting system, in "The Nikkei Weekly", 23 settembre 2002, p. 10.
Teulon, Frédéric, Vocabulaire économique, Presses Universitaires de France, Paris, 1993.

venerdì 14 agosto 2009

Burujoa, la borghesia giapponese

Articolo dedicato alla borghesia e allo sviluppo economico del Giappone pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Burujoa.

Burujoa. La borghesia giapponese
Storiografia, ideologia e interpretazione
di Cristiano Martorella

24 luglio 2005. La parola giapponese burujoa è un gairaigo (termine d’origine straniera) derivata dal francese bourgeios e introdotto attraverso la saggistica socialista all’inizio del Novecento (1). Nella storiografia occidentale la borghesia giapponese è stata vittima di fraintendimenti e dissimulazioni che ancora oggi fanno sentire il loro peso. Addirittura la classe media (chusankaikyu) sembra sparita dai libri di storia per dare spazio a valorosi, quanto mai mitici, samurai. Per ripulire la narrazione degli eventi dalle mistificazioni che affliggono la storiografia, bisogna comprendere innanzitutto il pregiudizio ideologico che vizia ogni considerazione. L’idea di fondo è che il Giappone potesse imitare l’Occidente, pur senza possederne le strutture sociali, soltanto se ciò fosse stato imposto dai politici dall’alto. Insomma, questo è il teorema dello sviluppo dall’alto propugnato dalle classi politiche che ignora completamente la borghesia giapponese e la sua storia. Questo teorema risulta estremamente fuorviante quando applicato alla storia dell’economia del Giappone. Economia che non è nata dalla mente dei politici, come vorrebbero far credere alcuni manuali scolastici, ma è il risultato dell’opera di milioni di lavoratori, del loro ingegno e del loro spirito imprenditoriale. Al contrario, dal 1925 al 1945, la classe dirigente ha ritardato lo sviluppo dell’economia del Giappone concentrando le risorse sull’industria pesante e militare, cercando di ottenere le fonti di approvvigionamento attraverso le conquiste coloniali al posto del commercio, trascinando il paese in guerre impossibili da vincere. Dal 1993 al 2001 è stata la classe dirigente che ha preso provvedimenti tali da inasprire la crisi economica, aumentando il debito pubblico e peggiorando i debiti delle banche, oltre a rendersi protagonista di scandali per corruzione. Attribuire meriti a politici capaci di ogni ignominia richiede uno sforzo di immaginazione davvero disumano. Eppure la storiografia ufficiale abbonda di simili voli della fantasia. Il caso più famoso e significativo è rappresentato da Franco Mazzei, autorevole storico e docente dell’Università di Napoli. Nel XII volume de La storia (2) edito dal quotidiano "La Repubblica", egli ripresenta la consueta teoria dello sviluppo dall’alto attraverso il confucianesimo aristocratico, rigettando l’importanza del ruolo svolto dalla borghesia mercantile (chonin). Franco Mazzei nega il ruolo predominante della borghesia commerciale nello sviluppo capitalistico, insistendo sulla funzione dirigistica del governo Meiji, considerato il vero ispiratore della rivoluzione borghese e principale artefice del decollo dell’economia del Giappone nel XIX secolo (3).
In effetti manca da parte di Franco Mazzei la discussione delle differenti teorie, propendendo a favore della tesi dello sviluppo dall’alto soltanto in base a una preferenza personale. La quantità degli studi contro la teoria dello sviluppo giapponese diretto dall’alto è però enorme, e mina la credibilità di molti storici tuttora ancorati a vetuste narrazioni e interpretazioni fittizie. Sicuramente il più fiero oppositore alla concezione della rivoluzione borghese guidata dal governo è stato Claudio Zanier, autore di un volume fondamentale (4) che mostra e smonta gli errori dei colleghi. Eppure il suo lavoro, come tanti altri, è stato occultato e dimenticato perché troppo scomodo.
Claudio Zanier ricorda le importanti riforme politiche ed economiche avvenute durante il periodo Edo (1603-1867) che furono una efficiente opera di razionalizzazione (5). I governi Tokugawa, molto prima della riforma Meiji, avviarono un processo che permise la formazione di una struttura sociale borghese e del capitalismo mercantilista. Le riforme fondamentali dell’epoca Edo furono la formazione di un catasto nazionale, la riforma fiscale e il disarmo dei contadini. Inoltre si attuarono le condizioni per far prosperare l’economia di mercato attraverso due secoli di pace continua e il commercio. Questo processo si sviluppò spontaneamente perché non era affatto intenzione dei governanti Tokugawa di favorire la borghesia e gettare le basi per la nascita del capitalismo, forma economica completamente ignota ed estranea alla mentalità degli shogun. Eppure fu proprio in queste condizioni che la borghesia giapponese trovò l’ambiente adatto allo sviluppo. Ciò che si verificò, per molti versi, era in contrasto con le intenzioni dei Tokugawa. Essi si adoperarono per la netta divisione in quattro classi (shimin) costituite da guerrieri, contadini, artigiani e commercianti (shi, no, ko, sho). Tuttavia l’epoca Edo conobbe una notevole mobilità sociale, e la crescente importanza e influenza dei chonin (commercianti) convinse molti samurai a cambiare classe, scegliendo la vita del mondo degli affari. Caso emblematico fu Mitsui Takatoshi (1622-1694), fondatore dei negozi Mitsui, famoso per essere stato tra i primi a rinunciare al rango di samurai per diventare commerciante. Sicuramente rappresentò l’evento più importante, ma non era un caso isolato, al contrario era abbastanza frequente.
Questa mobilità sociale insieme al dinamismo dei commercianti che costituirono un’autentica cultura (Genroku bunka) alimentata da attori di teatro, musicisti, poeti e scrittori, fornisce la negazione assoluta dell’idea dello sviluppo dall’alto. Soprattutto è l’affermazione del valore e del ruolo della borghesia mercantile giapponese, divenuta poi borghesia imprenditoriale nel XIX secolo.
L’economia del Giappone dell’epoca Edo (1603-1867) attuò l’accumulazione di capitali e risorse necessari al decollo (take off) dello sviluppo nei secoli successivi. Ovviamente furono i commercianti ad essere protagonisti in questa fase. Piuttosto fu nell’era Meiji (1868-1912) che si evidenziarono le debolezze dell’economia del Giappone causate da una cronica mancanza di capitali. Questo problema del capitalismo senza capitale, era provocato anche dall’indebolimento della borghesia a favore dell’esercito, autentico antagonista e avversario del capitalismo, sostenitore e difensore della concezione rurale della società. La produzione fu concentrata a fini militari, e il commercio limitato escludendo i manufatti inutilizzabili per il conflitto. L’indebolimento della borghesia favorì l’accentramento di potere e la formazione di cricche economiche che impedirono il libero mercato e la concorrenza. Le guerre nascosero la distorsione dell’economia del Giappone, favorendo nello stesso tempo i discorsi di chi sosteneva l’unità nazionale per il conseguimento degli obiettivi militari. Da questa anomalia il Giappone uscì grazie a una radicale sconfitta che eliminò l’esercito e le sue pretese di controllo sulla società. Nelle condizioni di equilibrio e libero commercio del dopoguerra, la borghesia giapponese ebbe la possibilità di incentivare una sana attività imprenditoriale, contribuendo alla straordinaria crescita del Giappone, economia ormai liberata dai ceppi dell’isolamento e delle costrizioni militariste.
Questa lettura fa emergere quanto sia pericoloso sostenere l’idea di uno sviluppo guidato dall’alto dalla classe dirigente politica che è stata, in realtà, l’artefice delle distorsioni e disgrazie del Giappone. Mentre l’artefice della crescita economica, la classe media (chusankaikyu) o borghesia media, viene ignorata dalla storiografia.
Un’interpretazione altrettanto fittizia è quella di Vittorio Volpi (6) che sostiene l’esistenza di una crisi di identità del Giappone. Però a quale identità si riferisce Vittorio Volpi? Al Giappone dei samurai e delle geisha? Questa interpretazione del Giappone tradizionale non tiene presente dell’esistenza di una classe borghese fin dall’epoca Edo, ignorando completamente la storia. Credere che la cultura giapponese sia soltanto una cultura aristocratica è un errore madornale. Incredibile è che ancora in tanti continuino a sostenerlo.

Note

1. La traduzione del Manifesto Comunista (Kyosanto sengen) apparve nel 1904, ad opera di Sakai Toshihiko e Kotoku Shusui. La parola francese bourgeois deriva a sua volta da bourg (borgo), così come la parola giapponese chonin (commerciante) da cho (quartiere).
2. Cfr. Franco Mazzei. Le riforme Meiji in Giappone, in La storia, vol.XII, par. XII, La Biblioteca di Repubblica, UTET, Torino e De Agostini Editore, Novara, 2004, pp.509-541.
3. Ibidem, pp.540-541.
4. Cfr. Claudio Zanier, Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Einaudi, Torino, 1975.
5. Ibidem, p.55.
6. Cfr. Vittorio Volpi, Giappone. L’identità perduta, Sperling & Kupfer, Milano, 2002.

Bibliografia

Ike, Nobutaka, The Development of Capitalism in Japan, in "Pacific Affairs", vol.XXII, 1949.
Martorella, Cristiano, Il concetto giapponese di economia: le implicazioni sociologiche e metodologiche, Atti del XXV Convegno di Studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002.
Miyamoto, Mataji, The Merchants of Osaka, in "Osaka Economic Papers", n.1, vol. VII, 1958.
Molteni, Corrado, Debito pubblico e politiche economiche, in Il Giappone che cambia, Atti del XXVII convegno di studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2004.
Smith, Thomas, The Agrarian Origins of Modern Japan, Stanford University Press, Stanford, 1959.
Smith, Thomas, Political Change and Industrial Development in Japan, Stanford University Press, Stanford, 1955.
Takahashi, Masao, Modern Japanese Economy since the Meiji Restoration, KBS, Tokyo, 1967.
Takekoshi, Yosaburo, The Economic Aspects of the History of the Civilization of Japan, Allen and Unwin, London, 1930.
Volpi, Vittorio, Giappone. L’identità perduta, Sperling & Kupfer, Milano, 2002.
Zanier, Claudio, Accumulazione e sviluppo economico in Giappone, Einaudi, Torino, 1975.