Articolo pubblicato dal sito Nipponico.com.
Kenkyu. Ricerca scientifica e tecnologia
di Cristiano Martorella
20 ottobre 2003. Ricerca scientifica in giapponese si dice kenkyu, parola usata genericamente per indicare uno studio o indagine intellettuale. Attività di ricerca è tradotto kenkyu katsudo, ricerca e sviluppo è kenkyu kaihatsu, mentre istituto di ricerca è kenkyujo. L’argomento è cruciale per l’economia poiché la ricerca scientifica costituisce il volano per l’innovazione, quindi per la razionalizzazione, l’ottimizzazione e lo sviluppo delle imprese. Inoltre in un sistema capitalistico, come spiegato da Joseph Schumpeter, l’innovazione tecnologica è il fattore che permette l’aumento della produzione a costi minori consentendo il profitto. Senza innovazione tecnologica l’azienda è destinata all’usura e all’obsolescenza. Mantenere una produzione industriale usando le stesse macchine e gli stessi materiali è economicamente svantaggioso. Altre scuole di economisti mettono in luce proprio ciò. Secondo la teoria marginalista la produttività si accresce all’inizio del ciclo fino a raggiungere un massimo per poi decrescere (postulato della produttività marginale decrescente). Perciò è necessario un cambiamento che permetta di superare questa tendenza negativa. Nel sistema industriale è l’innovazione tecnologica che garantisce ciò (fu Joseph Schumpeter, come prima anticipato, che studiò e analizzò gli aspetti e i ruoli cruciali delle tecniche applicate nell’economia).
Dopo una simile premessa si comprende perché vi sia tanto interesse per la ricerca scientifica in Giappone. Ronald Dore e Sako Mari furono gli autori del libro più noto sull’argomento (1). In Dentro il Giappone, essi svolgono un’analisi dettagliata e documentata mostrando aspetti ignorati. Ciò che gli autori mettono in risalto, è l’investimento considerevole delle imprese giapponesi per la formazione dei lavoratori. Il sistema educativo ha unicamente il ruolo di fornire una buona preparazione di base e conoscenze generali. La scuola non ha collaborazioni con l’industria e rimane relativamente indipendente. Viceversa le aziende si assumono una forte responsabilità nella formazione dei lavoratori. L’idea di fondo è che la scuola non possa preparare adeguatamente al lavoro essendo troppo teorica. Piuttosto che far perdere tempo agli studenti per acquisire competenze che non useranno mai realmente, si preferisce fornire una preparazione generale. La specializzazione può avvenire soltanto in azienda tramite il lavoro. Pensare di imparare un lavoro attraverso la teoria appresa sui banchi di scuola è decisamente utopico. Invece di costringere la scuola a fare ciò che le è impossibile, meglio scegliere una strada diversa. Questa alternativa è la formazione all’interno dell’azienda. Però questi corsi non sono affidati a specialisti della formazione esterni alla ditta. Piuttosto un ruolo importante è svolto dai colleghi. Soprattutto avviene che si ricorra a sistemi autonomi di verifica gestiti in modo indipendente, insomma un miglioramento autogestito. Secondo Dore e Sako, l’orgoglio di fare bene il proprio lavoro è spesso la più forte delle motivazioni. In conclusione, i successi del Giappone sarebbero stati ottenuti operando in contrasto con quelle che sono ritenute le linee di condotta ideali. Spontaneità e iniziativa individuale avrebbero più importanza della pianificazione. Si tratta di una interpretazione di Dore e Sako oppure si può estendere questo concetto alla intera economia giapponese? I fatti danno ragione ai due autori. Le vicende di Morita Akio, presidente e fondatore della Sony, sono la dimostrazione di questo atteggiamento. Anche la Toyota, il gigante industriale dell’automobile, ha seguito maggiormente le indicazioni della spontaneità e dell’iniziativa individuale teorizzate da manager come Ono Taiichi, Toyoda Kichiro, Ishikawa Kaoru, Imai Masaaki e Tanaka Minoru.
Un testo italiano che si occupa della ricerca scientifica in Giappone è l’opera (2) del bravo Andrea Tenneriello. L’autore, a cui va il merito di aver colmato le tante lacune della disciplina nipponistica nostrana, svolge un’analisi che parte da una precisa ricostruzione storica dal XVI secolo ai tempi odierni. Dopo aver individuato un motivo dello sviluppo nel processo di razionalizzazione operato dai Tokugawa, egli passa allo studio delle politiche che avrebbero favorito la diffusione di scienza e tecnologia. Un ruolo importante fu svolto nel dopoguerra dal Ministry of International Trade and Industry (MITI), in giapponese Tsuho Sangyosho, costituito nel 1949 e divenuto immediatamente determinante (3). Il MITI controllò praticamente le transizioni favorendo le grandi aziende nell’acquisizioni di macchinari e tecnologie dall’estero. Questa situazione permetteva alle imprese giapponesi di fissare obiettivi a lungo periodo, caratteristica che ha influenzato l’economia giapponese verso notevoli investimenti in progetti spesso futuribili e avveniristici. Nel 1996 fu istituita la Japan Science and Technology Corporation (JST), in giapponese Kagaku Gijutsu Shinko Jigyodan, organismo che faceva parte della Science and Technology Agency (Kagaku Gijutsu Cho). Gli obiettivi erano la promozione della ricerca di base, la cooperazione e lo scambio fra enti del governo, le università, l’industria privata e le istituzioni straniere, la diffusione dell’informazione, e infine la divulgazione. Fra i progetti più innovativi ricordiamo gli studi sulle nanomacchine, il vetro superliquido, le neuroscienze, la quantistica, i superconduttori (4).
Secondo Andrea Tenneriello la legislazione per la scienza e la tecnologia del 1995 (Legge n. 130, 15 novembre 1995) avrebbe spinto il Giappone a una profonda riforma degli enti pubblici e delle università a favore di una maggiore flessibilità, apertura e competitività. Ciò dovrebbe portare all’abbandono delle modalità operative del passato.
Vorremmo concludere con alcune considerazioni che allarghino il quadro finora fornito. Nonostante gli investimenti di risorse nella ricerca scientifica, il Giappone risente negativamente delle condizioni internazionali. Innanzitutto c’è da tenere presente che investire solo in ciò che si crede capace di produrre profitto è controproducente. Non si può conoscere qualcosa se prima non lo si studia. Anche in Giappone si assiste a una tendenza nel privilegiare il profitto rispetto alla conoscenza pura. D’altronde l’utilitarismo della scienza giapponese è ben noto ed ha anche avuto vantaggi notevoli evitando sprechi in indagini prive di valore.
L’altro effetto negativo è quello indicato da molti studiosi, fra cui l’economista Paul Krugman, che individuano in un eccesso si informazione l’immobilismo e il blocco dello sviluppo, e quindi (secondo le premesse esposte all’inizio) la recessione economica. Un eccesso di informazioni impedisce di fare una scelta, cioè agire. Questo fenomeno contemporaneo è talmente drammatico che è anche stato la causa del fallimento dell’intelligence americana che avrebbe dovuto sventare gli attacchi terroristici dell’undici settembre 2001. La crisi economica che già si era manifestata prima dell’attacco aveva le stesse cause. Il crollo della new economy fu provocato da investimenti sbagliati in settori scarsamente produttivi. La new economy che doveva creare una industria dell’informazione, non aveva gli strumenti informativi per valutare la validità di un progetto. Per quale motivo? L’eccesso di informazioni non permetteva alcuna valutazione. Questo sbilanciamento non permette il passaggio completo a un’economia dell’informazione e dei servizi che integri l’industria e spinga lo sviluppo. Così si rimane in una fase di transizione con aspetti regressivi e negativi. Ciò che serve è lo sviluppo di strumenti scientifici capaci di ordinare e selezionare l’informazione così da guidare la ricerca. Nemmeno i dirigenti giapponesi si rendono conto di quanto sia grave il problema dell’eccesso di informazioni che è anche causa della disoccupazione dei lavoratori del terziario (in proposito si considerino le ricerche dell’economista Jeremy Rifkin). Però il Giappone ha una speranza. In passato i maggiori risultati sono stati raggiunti spontaneamente dall’iniziativa individuale che ha trascinato interi settori. L’intraprendenza e la fantasia dei giapponesi non vanno sottovalutate. Esse valgono più dei programmi ministeriali.
Note
1. Dore, Ronald e Sako, Mari, Dentro il Giappone. Scuola. Formazione professionale. Lavoro, Armando Editore, Roma, 1994. Sako Mari tenne lezioni sull’impresa giapponese alla School of Economics di Londra, mentre Ronald Dore è stato l’autore di celebri saggi sull’economia giapponese e visiting professor all’università di Harvard.
2. Tenneriello, Andrea, La legislazione per la scienza e la tecnologia nel Giappone moderno, Unicopli, Milano, 2001. La prefazione è del giurista Mario Losano che valorizza il ricco testo dotato anche di un adeguato glossario in giapponese. Si veda anche Losano, Mario, Il diritto economico giapponese, Unicopli, Milano, 1984.
3. Si consulti per quanto riguarda il MITI il seguente testo: Johnson, Chalmers, MITI and Japanese miracle, Stanford University Press, Stanford, 1982.
4. Informazioni a livello divulgativo possono essere reperite sulla rivista "Look Japan".
Bibliografia
Dore, Ronald e Sako, Mari, Dentro il Giappone. Scuola. Formazione professionale. Lavoro, Armando Editore, Roma, 1994.
Dore, Ronald, Bisogna prendere il Giappone sul serio, Il Mulino, Bologna, 1990.
Martorella, Cristiano, Il concetto giapponese di economia: le implicazioni sociologiche e metodologiche, Atti del XXV convegno di studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002.
Momigliano, Franco, Economia industriale e teoria dell’impresa. Il Mulino, Bologna, 1975.
Nakayama, Shigeru. 1991. Science, technology and society in postwar Japan, Kegan, New York, 1991.
Schumpeter, Joseph, Il processo capitalistico, Boringhieri, Torino, 1977.
Schumpeter, Joseph, Storia dell’analisi economica, Boringhieri, Torino, 1990.
Tenneriello, Andrea, La legislazione per la scienza e la tecnologia nel Giappone moderno, Unicopli, Milano, 2001.
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giovedì 13 agosto 2009
Shigoto, il lavoro
Articolo sulle trasformazioni nell'organizzazione del lavoro pubblicato dal sito Nipponico.com.
Shigoto. Lavoro, qualità totale e rivoluzione industriale giapponese
di Cristiano Martorella
8 dicembre 2002. Si è scritto molto, forse troppo e in modo confuso, sulla qualità totale inserendo questo concetto in contesti spesso inopportuni (ad esempio la scuola) e mancando la comprensione del fenomeno autentico e affidandosi alla sua rappresentazione. Alcuni hanno sostenuto che i giapponesi avrebbero copiato come al solito dagli occidentali, ovvero dalle idee di Edwards Deming, il primo teorico della qualità totale. Questo è falso perché le intuizioni di Deming sono state accolte dai giapponesi e sviluppate in un modo che l’autore non avrebbe mai immaginato. Inoltre la qualità totale è divenuta nelle aziende giapponesi qualcosa di assolutamente contestualizzato alla situazione storica e culturale del paese, tanto da essere ancora oggetto di studio. E ciò risulta vero dall’osservazione delle difficoltà occidentali nell’imitare le tecniche giapponesi (1). Infatti i giapponesi usano il termine autoctono kaizen (miglioramento) in sostituzione del termine qualità totale, così da caratterizzare meglio la novità da loro apportata. E vedremo di quale rivoluzione si tratta.
Shigoto significa in giapponese lavoro. Ed è appunto il cambiamento nelle condizioni e nell’organizzazione del lavoro ad aver segnato lo sviluppo industriale e l’ascesa del capitalismo. Nella storia economica si indicano due rivoluzioni industriali avvenute in Europa. La prima avvenuta intorno al 1760 vide il passaggio dall’industria domestica alla fabbrica attraverso l’introduzione di nuovi macchinari (filatoio meccanico, macchina a vapore, laminatoio, etc.) e maturò nel periodo dal 1815 al 1840 grazie allo sfruttamento dell’energia termica ricavata dal carbone. La seconda rivoluzione industriale incominciò intorno al 1890 e fu favorita da una serie di innovazioni tecnologiche (il motore a combustione interna, il motore elettrico, etc.) e lo sfruttamento dell’energia elettrica e dell’energia termica ricavata dagli idrocarburi, indispensabili anche nella chimica. L’industria subì un’ulteriore trasformazione con l’introduzione della produzione a catena di montaggio di tipo fordista.
Fin qui abbiamo tracciato il quadro descritto nei libri di storia, ma esiste una storia che non è ancora ufficiale nonostante sia stata registrata da molti studiosi: la rivoluzione industriale giapponese.
La terza rivoluzione industriale avvenne intorno al 1974 con l’introduzione della produzione just in time e della qualità totale di tipo Toyota, e maturò grazie allo sfruttamento dell’informatica e delle tecnologie dei semiconduttori. La rivoluzione industriale giapponese segna anche il passaggio dalla società industriale alla società dell’informazione poiché integra i processi produttivi nel nuovo sistema sociale.
Così come le prime due rivoluzioni industriali avvennero per rispondere ai gravi periodi di crisi economica, anche la terza fu la risposta a una seria crisi, quella petrolifera del 1973. All’epoca il Giappone, a differenza degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, non aveva nemmeno risorse petrolifere sul proprio territorio ed era in balìa dei rifornimenti stranieri. Non potendo eliminare questa dipendenza, gli industriali nipponici sollecitarono una ristrutturazione che permettesse la produzione anche in periodo di crisi. Il modello americano sul tipo di Henry Ford (1863-1947) fu abbandonato a favore del modello giapponese di Toyoda Kiichiro. Il concetto di lavoro (shigoto) fu rivisitato completamente.
Cominciamo con ordine stabilendo alcuni punti fondamentali per inquadrare quest’ultima rivoluzione industriale. Sono due i punti essenziali da ponderare:
- il rovesciamento della logica del marketing;
- la trasformazione dell’industria in un sistema informatico.
I sociologi hanno colto meglio il significato della rivoluzione industriale giapponese che era soprattutto concentrata nell’organizzazione del lavoro, e perciò sensibilmente trascurata dagli economisti attenti ai dati macroeconomici e dagli storici interessati alla cronaca. La comprensione riguardava piuttosto la psicologia sociale e le scienze sociali (2). I sociologi hanno dunque indicato quei cambiamenti nel lavoro che essi definiscono come avvento del postfordismo (altri chiamano questo nuovo modo di produrre come toyotismo, dal nome dell’azienda giapponese Toyota che lo introdusse per prima). Questi cambiamenti si articolano in diverse tecniche dell’organizzazione del lavoro. La qualità totale sostituisce la produzione in linea, basata sulla catena di montaggio, con le isole di produzione o circoli di qualità. I singoli lavoratori non sono specializzati in poche ed elementari mansioni ma hanno più mansioni e una capacità di controllo sul processo produttivo. Il controllo è infatti interno e autogestito dai lavoratori. Nell’organizzazione taylorista (3) del lavoro, il controllo era esterno e basato sulla divisione tra chi lavora e chi controlla il lavoratore. L’azienda diventa una rete. L’azienda rete si differenzia dall’azienda piramide perché privilegia la fase di vendita rispetto alla fase di produzione. I contatti diretti con la clientela assumono un ruolo preminente e l’innovazione proviene da chi lavora operativamente. L’innovazione è proposta dalla base, e non c’è un vertice che pianifica il lavoro. L’informazione e le comunicazioni sono orizzontali piuttosto che verticali. La produzione just in time (nel tempo opportuno) tiene presenti le richieste dei compratori e basa la produzione, per quantità e qualità, sulla domanda del mercato. Vengono abolite le scorte di magazzino e introdotta la flessibilità dei processi lavorativi.
Complessivamente queste innovazioni sono integrate in un sistema che rende possibile sia il rovesciamento della logica del marketing sia la trasformazione dell’industria in un sistema informatico. E ciò avviene necessariamente insieme perché soltanto una gestione integrata dell’informazione può permettere la soddisfazione dei requisiti della qualità totale prima enunciati. Il rovesciamento della logica del marketing significa porre la soddisfazione del cliente come primaria. Invece di tentare di convincere gli acquirenti, bisogna venire incontro alle loro esigenze e abbandonare la concezione della produzione di massa standardizzata. Ogni processo produttivo deve essere flessibile e capace di apportare cambiamenti e miglioramenti (kaizen). Questo può avvenire soltanto in una fabbrica capace di comunicare istantaneamente le informazioni sui processi e le condizioni della produzione. Gli strumenti per far ciò sono il kanban (cartello) e lo andon (pannello). Si tratta di mezzi molto semplici ed elementari che hanno dimostrato quanto l’organizzazione del lavoro fosse importante, e semplici innovazioni basate sulla comunicazione divenissero determinanti. L’introduzione delle nuove macchine informatiche elettroniche esalta e accelera questa tendenza abbattendo le vecchie logiche e i vecchi dispositivi.
La rivoluzione industriale giapponese ha così trasformato la fabbrica in un sistema informatico ed ha liberato l’uomo dal lavoro meccanico, trasformandolo in un supervisore dei processi produttivi. Ciò avviene in un periodo storico che vede il passaggio dalla società industriale alla società post-industriale. Questa svolta epocale sarà ben compresa quando il passaggio alla società dei servizi e dell’informazione sarà completato.
Note
1. Si è arrivati addirittura a negare i successi giapponesi attribuendo il merito alle metodologie occidentali presumibilmente copiate. Eclatante il caso di un articolo di "Business Week" decisamente propagandistico e falso. Cfr. Dawson, Chester et alii, The Americanization of a Japanese Icon, in "Business Week", 15 aprile 2002, pp.26-30.
2. Recentemente molti manuali di sociologia hanno inserito paragrafi sulle innovazioni imprenditoriali giapponesi. Cfr. Ungaro, Daniele, Capire la società contemporanea, Carocci, Roma, 2001, pp.50-61.
3. Cfr. Taylor, Frederick, L’organizzazione scientifica del lavoro, Edizioni di Comunità, Milano, 1952.
Bibliografia
Deming, Edwards, What Top Management Must Do, in "Business Week", 20 luglio 1981, pp.19-21.
Drucker, Peter, Getting Control of Corporate Staff Work, in "The Wall Street Journal", 28 aprile 1981, p.24.
Imai, Masaaki, Kaizen. La strategia giapponese del miglioramento, Il Sole 24 Ore, Milano, 1986.
Ishikawa, Kaoru, Guide to Quality Control, Asian Productivity Organization, Tokyo, 1972.
Ishikawa, Kaoru, Che cos’è la qualità totale, Il Sole 24 Ore, Milano, 1992.
Ohno, Taiichi [Ono, Taiichi], Lo spirito Toyota. Il modello giapponese della qualità totale, Einaudi, Torino, 1993.
Pollard, Sidney, La conquista pacifica. L’industrializzazione in Europa dal 1760 al 1970, Il Mulino, Bologna, 1989.
Rifkin, Jeremy, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Arnoldo Mondadori, Milano, 2002.
Taguchi, Genichi, Introduzione alle tecniche per la qualità, Franco Angeli, Milano, 1991.
Tanaka, Minoru, Il segreto del kaizen, Franco Angeli, Milano, 1998.
Shigoto. Lavoro, qualità totale e rivoluzione industriale giapponese
di Cristiano Martorella
8 dicembre 2002. Si è scritto molto, forse troppo e in modo confuso, sulla qualità totale inserendo questo concetto in contesti spesso inopportuni (ad esempio la scuola) e mancando la comprensione del fenomeno autentico e affidandosi alla sua rappresentazione. Alcuni hanno sostenuto che i giapponesi avrebbero copiato come al solito dagli occidentali, ovvero dalle idee di Edwards Deming, il primo teorico della qualità totale. Questo è falso perché le intuizioni di Deming sono state accolte dai giapponesi e sviluppate in un modo che l’autore non avrebbe mai immaginato. Inoltre la qualità totale è divenuta nelle aziende giapponesi qualcosa di assolutamente contestualizzato alla situazione storica e culturale del paese, tanto da essere ancora oggetto di studio. E ciò risulta vero dall’osservazione delle difficoltà occidentali nell’imitare le tecniche giapponesi (1). Infatti i giapponesi usano il termine autoctono kaizen (miglioramento) in sostituzione del termine qualità totale, così da caratterizzare meglio la novità da loro apportata. E vedremo di quale rivoluzione si tratta.
Shigoto significa in giapponese lavoro. Ed è appunto il cambiamento nelle condizioni e nell’organizzazione del lavoro ad aver segnato lo sviluppo industriale e l’ascesa del capitalismo. Nella storia economica si indicano due rivoluzioni industriali avvenute in Europa. La prima avvenuta intorno al 1760 vide il passaggio dall’industria domestica alla fabbrica attraverso l’introduzione di nuovi macchinari (filatoio meccanico, macchina a vapore, laminatoio, etc.) e maturò nel periodo dal 1815 al 1840 grazie allo sfruttamento dell’energia termica ricavata dal carbone. La seconda rivoluzione industriale incominciò intorno al 1890 e fu favorita da una serie di innovazioni tecnologiche (il motore a combustione interna, il motore elettrico, etc.) e lo sfruttamento dell’energia elettrica e dell’energia termica ricavata dagli idrocarburi, indispensabili anche nella chimica. L’industria subì un’ulteriore trasformazione con l’introduzione della produzione a catena di montaggio di tipo fordista.
Fin qui abbiamo tracciato il quadro descritto nei libri di storia, ma esiste una storia che non è ancora ufficiale nonostante sia stata registrata da molti studiosi: la rivoluzione industriale giapponese.
La terza rivoluzione industriale avvenne intorno al 1974 con l’introduzione della produzione just in time e della qualità totale di tipo Toyota, e maturò grazie allo sfruttamento dell’informatica e delle tecnologie dei semiconduttori. La rivoluzione industriale giapponese segna anche il passaggio dalla società industriale alla società dell’informazione poiché integra i processi produttivi nel nuovo sistema sociale.
Così come le prime due rivoluzioni industriali avvennero per rispondere ai gravi periodi di crisi economica, anche la terza fu la risposta a una seria crisi, quella petrolifera del 1973. All’epoca il Giappone, a differenza degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, non aveva nemmeno risorse petrolifere sul proprio territorio ed era in balìa dei rifornimenti stranieri. Non potendo eliminare questa dipendenza, gli industriali nipponici sollecitarono una ristrutturazione che permettesse la produzione anche in periodo di crisi. Il modello americano sul tipo di Henry Ford (1863-1947) fu abbandonato a favore del modello giapponese di Toyoda Kiichiro. Il concetto di lavoro (shigoto) fu rivisitato completamente.
Cominciamo con ordine stabilendo alcuni punti fondamentali per inquadrare quest’ultima rivoluzione industriale. Sono due i punti essenziali da ponderare:
- il rovesciamento della logica del marketing;
- la trasformazione dell’industria in un sistema informatico.
I sociologi hanno colto meglio il significato della rivoluzione industriale giapponese che era soprattutto concentrata nell’organizzazione del lavoro, e perciò sensibilmente trascurata dagli economisti attenti ai dati macroeconomici e dagli storici interessati alla cronaca. La comprensione riguardava piuttosto la psicologia sociale e le scienze sociali (2). I sociologi hanno dunque indicato quei cambiamenti nel lavoro che essi definiscono come avvento del postfordismo (altri chiamano questo nuovo modo di produrre come toyotismo, dal nome dell’azienda giapponese Toyota che lo introdusse per prima). Questi cambiamenti si articolano in diverse tecniche dell’organizzazione del lavoro. La qualità totale sostituisce la produzione in linea, basata sulla catena di montaggio, con le isole di produzione o circoli di qualità. I singoli lavoratori non sono specializzati in poche ed elementari mansioni ma hanno più mansioni e una capacità di controllo sul processo produttivo. Il controllo è infatti interno e autogestito dai lavoratori. Nell’organizzazione taylorista (3) del lavoro, il controllo era esterno e basato sulla divisione tra chi lavora e chi controlla il lavoratore. L’azienda diventa una rete. L’azienda rete si differenzia dall’azienda piramide perché privilegia la fase di vendita rispetto alla fase di produzione. I contatti diretti con la clientela assumono un ruolo preminente e l’innovazione proviene da chi lavora operativamente. L’innovazione è proposta dalla base, e non c’è un vertice che pianifica il lavoro. L’informazione e le comunicazioni sono orizzontali piuttosto che verticali. La produzione just in time (nel tempo opportuno) tiene presenti le richieste dei compratori e basa la produzione, per quantità e qualità, sulla domanda del mercato. Vengono abolite le scorte di magazzino e introdotta la flessibilità dei processi lavorativi.
Complessivamente queste innovazioni sono integrate in un sistema che rende possibile sia il rovesciamento della logica del marketing sia la trasformazione dell’industria in un sistema informatico. E ciò avviene necessariamente insieme perché soltanto una gestione integrata dell’informazione può permettere la soddisfazione dei requisiti della qualità totale prima enunciati. Il rovesciamento della logica del marketing significa porre la soddisfazione del cliente come primaria. Invece di tentare di convincere gli acquirenti, bisogna venire incontro alle loro esigenze e abbandonare la concezione della produzione di massa standardizzata. Ogni processo produttivo deve essere flessibile e capace di apportare cambiamenti e miglioramenti (kaizen). Questo può avvenire soltanto in una fabbrica capace di comunicare istantaneamente le informazioni sui processi e le condizioni della produzione. Gli strumenti per far ciò sono il kanban (cartello) e lo andon (pannello). Si tratta di mezzi molto semplici ed elementari che hanno dimostrato quanto l’organizzazione del lavoro fosse importante, e semplici innovazioni basate sulla comunicazione divenissero determinanti. L’introduzione delle nuove macchine informatiche elettroniche esalta e accelera questa tendenza abbattendo le vecchie logiche e i vecchi dispositivi.
La rivoluzione industriale giapponese ha così trasformato la fabbrica in un sistema informatico ed ha liberato l’uomo dal lavoro meccanico, trasformandolo in un supervisore dei processi produttivi. Ciò avviene in un periodo storico che vede il passaggio dalla società industriale alla società post-industriale. Questa svolta epocale sarà ben compresa quando il passaggio alla società dei servizi e dell’informazione sarà completato.
Note
1. Si è arrivati addirittura a negare i successi giapponesi attribuendo il merito alle metodologie occidentali presumibilmente copiate. Eclatante il caso di un articolo di "Business Week" decisamente propagandistico e falso. Cfr. Dawson, Chester et alii, The Americanization of a Japanese Icon, in "Business Week", 15 aprile 2002, pp.26-30.
2. Recentemente molti manuali di sociologia hanno inserito paragrafi sulle innovazioni imprenditoriali giapponesi. Cfr. Ungaro, Daniele, Capire la società contemporanea, Carocci, Roma, 2001, pp.50-61.
3. Cfr. Taylor, Frederick, L’organizzazione scientifica del lavoro, Edizioni di Comunità, Milano, 1952.
Bibliografia
Deming, Edwards, What Top Management Must Do, in "Business Week", 20 luglio 1981, pp.19-21.
Drucker, Peter, Getting Control of Corporate Staff Work, in "The Wall Street Journal", 28 aprile 1981, p.24.
Imai, Masaaki, Kaizen. La strategia giapponese del miglioramento, Il Sole 24 Ore, Milano, 1986.
Ishikawa, Kaoru, Guide to Quality Control, Asian Productivity Organization, Tokyo, 1972.
Ishikawa, Kaoru, Che cos’è la qualità totale, Il Sole 24 Ore, Milano, 1992.
Ohno, Taiichi [Ono, Taiichi], Lo spirito Toyota. Il modello giapponese della qualità totale, Einaudi, Torino, 1993.
Pollard, Sidney, La conquista pacifica. L’industrializzazione in Europa dal 1760 al 1970, Il Mulino, Bologna, 1989.
Rifkin, Jeremy, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Arnoldo Mondadori, Milano, 2002.
Taguchi, Genichi, Introduzione alle tecniche per la qualità, Franco Angeli, Milano, 1991.
Tanaka, Minoru, Il segreto del kaizen, Franco Angeli, Milano, 1998.
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