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domenica 16 agosto 2009

Il liberalismo giapponese

Articolo sul liberalismo giapponese pubblicato dal sito Nipponico.com.

Jiyushugi. Il liberalismo illuminista giapponese
di Cristiano Martorella
8 aprile 2002. La parola jiyushugi è composta da jiyu (libertà) e shugi (principio), dunque una traduzione letterale di liberalismo. La corrispondenza non è solo nella parola, ma anche nei concetti.
Nonostante ciò l’argomento del liberalismo giapponese è decisamente ignorato dagli occidentali che si compiacciono di una serie di stereotipi orientati a fornire un’immagine autoritaria della società e politica giapponese. Questo desiderio di cristallizzare la vita giapponese in una rappresentazione astrusa si ribella quando si presenta un quadro storico che contraddice qualsiasi dogma preconcetto. Allora si esclude la riflessione e l’analisi dei fatti appellandosi alla specificità culturale. Ma l’uso di questo argomento è mal posto, poiché invece di favorire un confronto lo esclude a priori invocando l’incommensurabilità. Soltanto un uso rigido e strumentale della logica dualistica occidentale può fornire supporto all’idea che qualcosa di diverso debba essere necessariamente sempre opposto e contrario. Viceversa, la logica orientale, come quella del filosofo Nishida Kitaro, partendo dal principio di realtà che presenta le cose come relazioni e non come opposti, afferma l’identità dei contrari (mujunteki doitsu) dissolvendo la contrapposizione. Questa premessa ci permette di comprendere come i giapponesi possano concepire la propria società come fusione (yugo) di istituti e tecniche occidentali con sentimenti e tradizioni autoctone. Al contrario di quanto si pensa, ciò non è considerata contraddittorio e conflittuale, ma come un naturale processo di miglioramento (shinpo).
Il liberalismo è uno degli elementi fondamentali che sono entrati a far parte della cultura giapponese. Un elemento che è decisamente ignorato per favorire quell’immagine stereotipata di cui si è parlato prima.
Nella seconda metà del XVIII secolo gli studiosi giapponesi delle scienze occidentali, detti rangakusha, non si limitarono alle discipline tecniche (medicina, botanica, fisica, astronomia, etc.) ma estesero i loro interessi anche alle istituzioni e alle idee politiche. Il rapporto privilegiato con l’Olanda, paese che si distingueva per la tolleranza e la garanzia delle libertà, facilitò l’acquisizione di tali conoscenze. In seguito ci si rivolse alla Gran Bretagna, assunta come modello principale (ma è anche la patria del liberalismo, il paese di John Locke e David Hume).
Nella prima metà del XIX secolo nuovi studiosi sostennero il rinnovamento del pensiero politico giapponese. Fra questi spiccarono Takano Choei (1804-1850), Watanabe Kazan (1793-1841), Sakuma Shozan (1811-1864) e Oshio Heihachiro (1794-1837), quest’ultimo capeggiò perfino un’insurrezione ad Osaka nel 1837. In questa fase le idee politiche liberali erano limitate a una élite di intellettuali e non avevano vasta diffusione. I contadini (nomin) erano impegnati in rivolte e richieste dell’abbassamento delle tasse, i mercanti (chonin) vedevano accrescere il loro potere economico e culturale ma senza possibilità d’influenza politica, i guerrieri (bushi) tentarono di inserirsi nel nuovo ordine sociale come amministratori. Ma la necessità di un nuovo ordine sociale spingeva alla ricerca di innovative soluzioni che si stavano effettivamente presentando, anche se ancora timidamente.
Yamagata Banto (1748-1821), autore di Yume no shiro, sostenne in modo originale il relativismo culturale e l’ateismo.

"Ogni dottrina predomina in certi luoghi ed è caratteristica di paesi diversi. […] Fondamentalmente non esistono leggi stabili nel mondo." (Yume no shiro, epilogo e 2,23)

Egli riconobbe che sebbene ogni paese fosse in possesso di leggi, non esistevano né leggi naturali né leggi universali, né punizioni divine né premi divini. Si può confrontare questa posizione a quella contemporanea di Voltaire esposta in Micromega e Candido, oppure di Jonathan Swift ne I viaggi di Gulliver, o anche di David Hume nel Trattato sulla natura umana. Questi pensatori, come Yamagata Banto, separavano l’etica dalla religione riportandola nell’arbitrio umano e nella sua sfera di libertà. La libertà della persona era l’unico principio universale che potesse essere sostenuto. Inoltre condannavano severamente la superstizione. Così scriveva Yamagata Banto:

Jigoku nashi
gokuraku mo nashi
ware mo nashi
tada aru mono wa
hito to banbutsu.
Kami hotoke
bakemono mo nashi
yo no naka ni
kimyo fushigi no
koto wa nao nashi.

Né inferno né paradiso né io,
tutto quanto esiste è l’uomo
e la moltitudine delle cose.
Né dei né Buddha né mostri,
tanto meno a questo mondo cose
strane e misteriose.

Ma se il liberalismo era ancora a un livello primordiale e rudimentale nella generazione dei rangakusha, esso divenne un tema centrale e fondamentale dopo la riforma Meiji (Meiji ishin, 1868). Studiosi giapponesi si recarono in Europa e riportarono con sé le idee politiche che animavano il vecchio continente.
Nakae Chomin (1847-1901) apprese il cinese e il francese, fu l’interprete dell’inviato Léon Roche e fece parte della missione Iwakura del 1871 trascorrendo due anni e mezzo in Francia. Divenne editorialista pubblicando sul "Toyo jiyu shinbun" (Libero Oriente), sullo "Shinonome shinbun" (L’Aurora) e sul "Rikken jiyu shinbun" (Libertà costituzionale). Nakae Chomin riteneva che i moderni valori politici e sociali del liberalismo fossero universali e trascendessero le diversità culturali. Egli tradusse il Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau esaltandone il valore. Dichiarò di averlo tradotto perché affermava apertamente che la gente aveva dei diritti, e Rousseau era l’autore più importante nel dibattito sui diritti civili.

"Rousseau era nel vero quando affermava che l’uomo privo di libertà e diritti non è un uomo. […] Un governo dispotico, diceva Montesquieu, è quello che abbatte l’albero per cogliere il frutto. Come è vero! Se si considerano le cose da questo punto di vista, la soppressione dei diritti civili da parte dei governanti è esasperante." (Nakae Chomin, "Toyo jiyu shinbun", n.1, 18 marzo 1881)

Autentico paladino del liberalismo giapponese fu Fukuzawa Yukichi (1834-1901). Anche Fukuzawa si recò all’estero (nel 1860, 1862 e 1867) convincendosi della necessità di aprire il Giappone al sapere e al sistema educativo occidentale. Pubblicò nel 1866 il Seiyo jijo (Lo stato delle cose in Occidente) che ebbe notevole successo, e nel 1872 il Gakumon no susume (Incoraggiamento al sapere). Nel 1873 fondò con Nishi Amane e Mori Arinori la Meirokusha (Società del sesto anno Meiji) e la rivista "Meiroku zasshi". A partire dal 1882 pubblicò un suo quotidiano intitolato "Jiji shinpo" (Notizie dei tempi). Gli articoli delle riviste e giornali curati da Fukuzawa trattavano temi di politica, economia, legge ed educazione, contenevano sferzanti critiche al governo e alle istituzioni, difendevano la libertà di stampa.
I valori sostenuti da Fukuzawa Yukichi erano la libertà individuale, l’uguaglianza tra gli uomini, la parità tra gli stati, la civiltà e l’istruzione. In particolare, riprendendo la lezione di John Locke, egli esaltava il ruolo della libertà individuale nella costituzione dello stato. Nel suo Gakumon no susume, egli esordisce affermando:

"Si dice che il cielo non crei alcun uomo al di sopra di un altro, e nessun uomo al di sotto di un altro."

Il principio della libertà individuale è quindi indispensabile secondo Fukuzawa come fondamento della società e dello stato democratico.

"Colui che non si batte per la propria libertà, non si sentirà mai del tutto coinvolto per quella del suo paese. […] Colui che non è in grado di avere la sua indipendenza nel proprio paese non potrà mai difendere i propri diritti e quelli del suo paese […]"

Parole che inseriscono Fukuzawa Yukichi fra i pensatori liberali più sinceri e autentici del XIX secolo.
Per concludere, una semplice osservazione. Il liberalismo occidentale è definito come un movimento politico e culturale a sostegno della libertà individuale, del riconoscimento dei diritti della persona e dell’uguaglianza di fronte alla legge. Si può affermare, senza alcun dubbio e dopo quanto considerato, che il liberalismo era presente anche in Giappone già nel XIX secolo. Il liberalismo fu una scelta spontanea e volontaria degli intellettuali giapponesi. La penetrazione del liberalismo fu più modesta nei ceti popolari, ma non si può negare che avvenne anche se in tempi lunghi. La tesi della democrazia come dono delle nazioni occidentali al Giappone è dunque insostenibile. Al contrario, la comunanza dell’eredità liberale dovrebbe far rigettare quel desiderio di distinguere le sorti del popolo giapponese dalle nostre. Il liberalismo è autentico quando afferma l’universalità dei diritti umani. Nessuna diversità culturale può costituire una scusante per negare gli interessi comuni dell’umanità.

Bibliografia

AA.VV., Nihon zenshi, Daigaku Shuppankai, Tokyo, 1958.
AA.VV., Nihon no rekishi, Yomiuri Shinbunsha, Tokyo, 1960.
AA.VV., Nihon no rekishi, Chuo Koron Sha, Tokyo, 1967.
Beasley, William Gerald, Storia del Giappone moderno, Einaudi, Torino, 1975.
Beonio Brocchieri, Paolo et alii, Capire il Giappone, Franco Angeli, Milano, 1999.
Beonio Brocchieri, Paolo, Storia del Giappone, Arnoldo Mondadori, Milano, 1996.
Corradini, Piero, Il Giappone e la sua storia, Bulzoni Editore, Roma, 1999.
Kato, Shuichi, Storia della letteratura giapponese, Marsilio, Venezia, 1996.
Kerr, Alex, Il Giappone e la gloria, Feltrinelli, Milano, 1999.
Reischauer, Edwin, Storia del Giappone, Bompiani, Milano, 1998.
Sansom, George Bailey, A History of Japan, Stanford University Press, Stanford, 1963.
Takeshita, Toshiaki, Il Giappone e la sua civiltà: profilo storico, Clueb, Bologna, 1996.

Il socialismo giapponese

Articolo sul socialismo giapponese pubblicato dal sito Nipponico.com.

Shakaishugi. Il socialismo utopico giapponese
di Cristiano Martorella

30 maggio 2002. Se si può dire che le tematiche socialiste siano state quasi un tabù in Giappone, a maggior ragione si può affermare che in Occidente si è volutamente ignorata la storia del socialismo giapponese. In effetti si può capovolgere la questione e mettere in luce come e quanto si sia voluto nascondere in Occidente. Spesso si è considerata la politica giapponese come una semplice emanazione di un supposto spirito autoritario che non incontrava opposizione grazie a un’attitudine collaborativa di matrice confuciana. Purtroppo o per fortuna, secondo i casi, questo modello non corrisponde agli eventi storici.
Curiosamente perfino la sinistra italiana ha misconosciuto le lotte e le aspirazioni dei socialisti giapponesi. Così abbiamo potuto leggere sulle pagine de "Il Manifesto" i numerosi articoli di Pio d’Emilia che denunciavano l’arretratezza culturale dei giapponesi descritti come un popolo politicamente disimpegnato. Ma anche questi interventi, seppure meritevoli di occuparsi della questione, erano lontani da una corretta conoscenza della storia politica giapponese. Ed è questo il punto che invece vogliamo considerare.
La parola shakaishugi traduce letteralmente socialismo, essendo composta da shakai (società) e shugi (principio, dottrina, -ismo). Il termine apparve in Giappone intorno al 1880. In quel periodo esisteva già un movimento liberale che si batteva per i diritti civili, l’eguaglianza, la libertà e il suffragio universale. Nel 1882 fu fondato il Toyo shakaito (Partito Socialista dell’Oriente) con un programma antiautoritario ispirato ai populisti russi. Il partito fu immediatamente sciolto, ma nel 1883 fu fondato lo Shakaito (Partito Socialista) che organizzò proteste e manifestazioni di notevole intensità. Agli inizi degli anni Novanta alcuni intellettuali della sinistra liberale si orientarono verso le idee del socialismo moderno. Nel 1893 venne fondata la Minyusha (Società degli amici del popolo) che costituì sia una casa editrice sia un’associazione. Nel 1893 pubblicò Genji no shakaishugi (Il socialismo attuale), e nel 1894 la rivista diretta da Tokutomi Iichiro intitolata "Kokumin no tomo" (L’amico della nazione). Nel 1894 venne pubblicato anche Shinkyu shakaishugi (Socialismo vecchio e nuovo), traduzione di Socialism New and Old (Londra, 1890) di William Graham. Ciò a conferma dell’attenzione che i socialisti giapponesi avevano nei confronti del panorama internazionale. In questo contesto avvennero i contatti fra socialisti americani e giapponesi. Il giornalista Takano Fusataro strinse contatti con i numerosi operai emigrati negli Stati Uniti, e così anche Katayama Sen, laureatosi in America.
Nel 1897 Takano Fusataro pubblicò Shokko shokun ni yokosu (Appello ai compagni lavoratori) in cui denunciava lo sfruttamento e le ingiustizie del capitalismo. Come altri intellettuali giapponesi, era però dubbioso delle possibilità di una lotta rivoluzionaria. Nel 1897 Katayama Sen e Takano Fusataro fondarono un forte sindacato giapponese (Sindacato dei lavoratori metallurgici) sul modello dei sindacati americani. Katayama dirigerà anche un bimestrale intitolato "Rodo sekai" (Mondo del lavoro).
Circa i sindacati, il primo fu quello costituito nel 1883 dai conducenti di risciò contro l’introduzione delle carrozze a cavalli. Nel 1894 apparve quello dei tipografi. Ma erano ancora privi di una forte organizzazione, aspetto che fu invece curato nel 1897. Nel 1898 vi fu lo sciopero dei macchinisti della società ferroviaria Nippon tetsudo, i quali rivendicavano una migliore posizione sociale e stipendi più alti.
La repressione non si fece attendere. Nel 1900 il governo promulgò una legge di polizia sulla sicurezza pubblica (chian keisatsu ho) che proibiva qualsiasi attività operaia e sindacale. La censura proibì la traduzione in giapponese di molti autori come Sombart, Zola, Engels, Marx e Tolstoj. Il divieto rimase fino al 1914. Ovviamente i socialisti trovarono qualsiasi espediente per aggirare i divieti. I sindacati poterono agire come "società di mutuo soccorso" e molte pubblicazioni apparvero con la copertura dell’utilizzo a fini di studio. Infatti la legge prevedeva che si potessero pubblicare scritti con finalità di studio se questi non recavano disturbo all’ordine pubblico. Così apparve nel 1906 la traduzione del Manifesto del Partito Comunista sulle pagine dello "Shakaishugi kenkyu" (Studi socialisti).
Ma l’atmosfera era tutt’altro che tranquilla. Nel settembre 1905 vi furono i moti di Tokyo nati da una manifestazione nel parco di Hibiya per protestare contro le clausole dell’accordo di Portsmouth fra il Giappone e la Russia. Gli scontri furono durissimi, perirono 17 civili sotto i colpi delle spade della polizia e furono distrutti più della metà dei presidi della polizia. Fu proclamata la legge marziale. Il Primo Ministro Katsura Taro fu costretto a dimettersi e fu sostituito dal Principe Saionji. Nel 1906 una serie di scioperi partiti dal cantiere navale di Ishikawajima (febbraio 1906) si estesero all’arsenale civile di Kure, all’arsenale militare di Tokyo (agosto 1906), all’arsenale di Osaka (dicembre 1906), al cantiere navale di Nagasaki (febbraio 1907) e al porto militare di Yokosuka (maggio 1907). A questi scioperi si aggiunsero quelli delle miniere (Ashio, Horonai, Besshi e Ikuno). Il governo reagì con una riorganizzazione industriale e una feroce repressione. Quando Katsura Taro ritornò al potere (luglio 1908) la repressione divenne ancora più brutale. Katsura decise di eliminare definitivamente la sinistra militante.
I socialisti giapponesi avevano però reagito bene ai tentativi di soppressione. Nel 1898 Katayama Sen, Abe Isoo, Kawakami Kiyoshi e altri fondarono lo Shakaishugi kenkyukai (Associazione per lo studio del socialismo) e nel 1900 la Shakaishugi kyokai (Associazione socialista). Il 20 maggio 1901 venne fondato lo Shakai minshuto (Partito Socialdemocratico). Le proposte dei fondatori comprendevano il suffragio universale, il disarmo, la nazionalizzazione delle terre, dei capitali e dei trasporti, e l’istruzione pubblica a carico dello stato. Il partito venne sciolto dopo due giorni per volontà del governo.
I socialisti non si arresero. Nel febbraio 1906, approfittando del governo liberale di Saionji Kinmochi, fondarono il Nihon shakaito (Partito Socialista del Giappone). Il congresso di Tokyo (17 febbraio 1907) del Nihon shakaito vide due mozioni contrapposte. Kotoku Shusui sostenne l’azione diretta, mentre Tazoe Tetsuji appoggiò una tattica parlamentare e legalitaria. L’assemblea congressuale votò a maggioranza una terza mozione di compromesso presentata da Sakai Toshihiko. Ma Katsura Taro attendeva solo un pretesto per soffocare nel sangue il movimento socialista. Avvenne l’episodio delle "bandiere rosse" (22 giugno 1908) causato dalle incomprensioni fra le due fazioni socialiste. La fazione dell’azione diretta, ispirata alla tendenza anarchica, era capeggiata da Kotoku Shusui, Arahata Kanson e Osugi Sakae. L’altra fazione, la corrente parlamentare e moderata, era sostenuta da Tazoe Tetsuji, Ishikawa Sanshiro, Sakai Toshihiko e Yamakawa Hitoshi. L’episodio vide i manifestanti della fazione più radicale agitare le bandiere rosse provocatoriamente. La polizia reagì violentemente.
Nel maggio 1910 avvenne l’episodio gravissimo del "taigyaku jiken" (il caso di alto tradimento). Furono arrestati numerosi militanti socialisti, tra cui Kotoku Shusui, accusati di aver complottato l’assassinio dell’Imperatore. L’accusa era falsa e pretestuosa, ma trovò nelle parole a favore dell’azione diretta un indizio per essere sostenuta. In realtà la corrente più intransigente dei socialisti non era mai andata oltre il livello teorico nell’adesione all’anarchismo.
Tokutomi Roka (1868-1927) commentò così l’episodio:

"Sono chiamati ribelli e traditori, ma non erano dei ribelli ordinari, erano uomini dagli alti ideali […] che si sono sacrificati per un sogno, quello di un nuovo mondo di libertà e uguaglianza, uomini che desideravano fare del loro meglio per l’umanità. […] Kotoku e gli altri furono considerati dei ribelli dal governo e uccisi. Ma voi non dovete temere i ribelli. Non temete i ribelli. Non temete di diventare ribelli voi stessi. Tutto ciò che è nuovo è ribellione." (Bozza di una conferenza, 1911)

Dodici dei socialisti arrestati furono condannati a morte e impiccati. Fra di loro c’erano Kotoku Shusui e Kanno Sugako. Quest’ultima era stata giornalista, fidanzata di Arahata Kanson, convivente e amante di Kotoku, e aveva partecipato all’episodio delle "bandiere rosse". Le donne giapponesi ebbero un ruolo straordinario nella storia del movimento socialista. Ingiustamente trascurate dai testi occidentali, le donne giapponesi svolsero un’attività intensa che produsse i maggiori cambiamenti a livello sociale lottando per i diritti fondamentali (emancipazione, parità dei sessi, istruzione, suffragio universale). Inoltre aggiunsero nuove motivazioni e istanze alle rivendicazioni dei socialisti, contribuendo ad armonizzare le riforme e l’esistenza umana.
Contemporanea di Kanno Sugako fu Hiratsuka Raicho (1886-1971). Ella portò avanti il movimento di emancipazione femminile raccoltosi intorno alla rivista "Seito" (Calze blu, dal nome di un circolo femminile del XVIII secolo, blue stocking). In tempi recenti, la tradizione femminile socialista ebbe fra gli esponenti più significativi la signora Doi Takako che guidò il Nihon shakaito (Partito Socialista del Giappone) all’opposizione e a numerosi successi elettorali (in particolare nel 1989).
Si può così affermare che ogni epoca del Giappone vide l’impegno delle donne nel cambiamento sociale. L’emancipazione femminile avvenne in tempi così rapidi che sarebbe difficile spiegarla come un semplice riflesso dell’Occidente. In realtà le donne giapponesi avevano sempre avuto un’importanza fondamentale nella società giapponese. E questo avvenne anche per quanto riguarda il movimento socialista.
Higuchi Ichiyo (1872-1896) fu la più importante scrittrice del periodo Meiji, autrice di Takekurabe (Gara d’altezza, 1895) compose circa tremila tanka. Ella fu autodidatta e dimostrò la possibilità di emancipazione delle donne e delle classi modeste attraverso la diffusione della cultura e dell’istruzione.
Yosano Akiko (1878-1942) rappresentò un altro caso di donna emancipata e disinibita. Insistendo sulla necessità di liberare le donne dalle convenzioni, usò la poesia tradizionale (tanka) come mezzo di riscatto sociale. La donna raffigurata da Yosano Akiko era indipendente, consapevole delle sue scelte e dei suoi desideri. La poetessa non mancò di concretizzare nella sua esistenza questi ideali, dimostrandone la possibilità di realizzazione.
Hiratsuka Haruko (1886-1971), attivista socialista conosciuta con lo pseudonimo di Raichou, era chiamata "la donna della nuova era". Fra i suoi articoli ricordiamo Genshi josei wa taiyo de atta (Nei primordi la donna era il sole). Fu amante dello scrittore socialista Morita Yonematsu con il quale tentò il suicidio d’amore (shinju). Morita non comprese le motivazioni di Hiratsuka che desiderava il suicidio per "realizzare il suo ideale di vita, un viaggio solitario, una vittoria dei suoi vent’anni". Egli descrisse però la sua esperienza nel romanzo Fuliggine che divenne documento dello scandalo.
Come è qui emerso, il socialismo non fu soltanto un movimento politico, ma soprattutto un fervore intellettuale e culturale che rinnovò il Giappone. La letteratura giapponese fu profondamente influenzata dal socialismo, sia direttamente (per le tematiche) sia indirettamente (per fornire una risposta alternativa alle domande sollevate dai socialisti). E come tale il socialismo è intensamente e inseparabilmente legato alla storia del Giappone. Una storia mantenuta segreta in Occidente.
Se il socialismo è l’utopia dell’eguaglianza e della giustizia sociale, indipendentemente da ogni realizzazione pratica, sarà sempre immortale come ideale. E nessuna repressione potrà spegnere questa fiamma alimentata proprio dall’ingiustizia che vorrebbe soffocarla.

Bibliografia

AA.VV., Nihon no rekishi, Yomiuri shinbunsha, Tokyo, 1960.
Bravo, Gian Mario, Il Manifesto del Partito Comunista e i suoi interpreti, Editori Riuniti, Roma, 1978.
Engels, Friedrich e Marx, Karl, Manifesto del Partito Comunista, Edizioni Lotta Comunista, Milano, 1998.
Kato, Shuichi, Storia della letteratura giapponese, vol.3, Marsilio, Venezia, 1996.
Sato, Yoshimaru, Meiji nashonarizumu no kenkyu, Fuyo shobo, Tokyo, 1998.
Shiba, Ryotaro, Shiba Ryotaro ga kataru zasshi genron hyakunen, Chuo Koron sha, Tokyo, 1998.

La Prima Guerra Mondiale

Saggio sul Giappone nella Prima Guerra Mondiale pubblicato dal sito Nipponico.com.

Prima Guerra Mondiale
L'impegno dell'Impero del Sol Levante
di Cristiano Martorella

1. Premesse e considerazioni sulla storiografia

17 febbraio 2008. L'intervento del Giappone nella Prima Guerra Mondiale, in giapponese Daiichiji sekai taisen, è poco ricordato nei libri di storia occidentali. Ciò avviene perché politicamente scomodo. Infatti risulta estremamente facile condannare il militarismo giapponese quando è schierato con gli avversari ed è sconfitto, mentre è difficile accusarlo quando è alleato delle nazioni democratiche occidentali ed è vittorioso. In realtà la potenza militare del Sol Levante fu sostenuta e incoraggiata dalle potenze europee quando si opponeva alle nazioni rivali come la Germania e la Russia, mentre divenne invece una insidia quando minacciò gli interessi occidentali nell'Estremo Oriente. Ciò appare evidente con la Prima Guerra Mondiale, quando il Giappone era schierato con la Gran Bretagna e la Francia. Insomma, si trattò di un uso strumentale che non teneva in alcuna considerazione la diffusione dei diritti civili, e non sostenne in modo adeguato la fragile democrazia giapponese aggredita dagli estremismi. Nei libri di storia occidentali si racconta che il Giappone fosse un paese autoritario che divenne democratico solo dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale (1) nel 1945. Curiosamente questo stesso paese era alleato delle potenze occidentali nella Prima Guerra Mondiale, ossia già nel 1914. All'inizio del Novecento l'Impero del Sol Levante divenne una temibile potenza militare con il sostegno dell'Occidente fra il plauso e le lodi di tanti ammiratori, e anche parecchi aiuti materiali (2). Nel Giappone non vi era nulla di corrotto, lo era invece la mentalità dell'epoca che credeva nella forza degli eserciti e nel colonialismo come diffusione della civiltà. Questo saggio vuole raccogliere la descrizione puntuale e puntigliosa di alcuni eventi della Prima Guerra Mondiale ignorati dalla stampa. Ciascuno potrà poi trarne liberamente le dovute conseguenze cercando di conoscere la storia in modo completo e non lacunoso.

2. Il coinvolgimento politico e militare

Il coinvolgimento del Giappone nella Prima Guerra Mondiale fu abbastanza rapido. Ecco la cronologia degli eventi. A causa dell'attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, l'Austria dichiara guerra alla Serbia il 28 luglio. Il giorno 1 agosto 1914, la Germania dichiara guerra alla Russia. Il 3 agosto la Germania dichiara guerra alla Francia, il 4 agosto la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania, e il 12 agosto all'Austria. Il Giappone, su sollecitazione della Gran Bretagna, dichiara guerra alla Germania il 23 agosto 1914, appena tre settimane dopo l'inizio delle ostilità. L'intervento del Giappone fu voluto dalla Gran Bretagna, anche se riluttante e timorosa per l'ascesa della potenza nipponica. D'altronde il ruolo del Giappone nell'Oceano Pacifico era cruciale. La più potente flotta nell'Oceano Pacifico era giapponese. Soltanto i giapponesi potevano bloccare le navi tedesche presenti nelle vicinanze delle colonie, e impedire la minaccia e l'attacco tedesco verso l'India e l'Indocina. La Gran Bretagna aveva firmato già molti trattati d'alleanza con il Giappone. Il trattato anglo-giapponese del 1902 era stato rinnovato nel 1905, eppoi nel 1911. Il Giappone garantiva la protezione dell'India, possedimento britannico, dalle mire espansionistiche di Germania e Russia. Ma gli accordi fra Gran Bretagna e Giappone disturbavano la potenza americana. Gli Stati Uniti volevano espandere la loro influenza anche in Asia, inoltre avevano gravi problemi di politica interna con gli immigrati giapponesi. Essendo ottima manodopera capace di avviare attività imprenditoriali, gli immigrati giapponesi disturbarono i locali cittadini statunitensi e i loro egoistici interessi. Si arrivò addirittura a promulgare aberranti leggi locali contro i giapponesi. I bambini giapponesi erano esclusi dalle scuole col pretesto della mancanza di aule. Col Webb Act votato nello stato di California nel 1913, si vietava ai cittadini giapponesi di possedere terre. Queste angherie accrebbero smisuratamente il senso d'inferiorità e la volontà di riscatto dei giapponesi fermamente decisi a confrontarsi sullo stesso campo di battaglia degli occidentali: lo sviluppo della potenza militare.

3. L'impiego della marina militare

Nel 1914 la Marina imperiale giapponese (Dainihon teikoku kaigun) era la forza navale più potente presente nell'Oceano Pacifico, superiore anche ai contingenti statunitensi e britannici (3). Essa era composta da 22 corazzate, 2 incrociatori da battaglia, 15 incrociatori corazzati, 19 incrociatori protetti, 50 cacciatorpediniere, 40 torpediniere e 13 sommergibili. Le unità (4) più importanti erano le navi da battaglia Kawachi, Settsu, Fuso, Yamashiro e Ise, gli incrociatori Kongo, Hiei, Haruna, Kirishima, Kurama, Izumo, Iwate e Ibuki, gli incrociatori leggeri Chikuma, Hirado, Yahagi e Tone, i cacciatorpediniere Umikaze, Yamakaze, Sakura, Tachibana, Urakaze. Durante il periodo 1914-1918 furono impostate e costruite nuove navi da guerra, più potenti e innovative. Esse erano le navi da battaglia Nagato e Mutsu, gli incrociatori Tatsuta, Kuma, Tama e Yubari, i cacciatorpediniere Kaba, Kaede, Katsura, Kashiwa, Kusunoki, Matsu, Sakaki, Sugi e Ume. Tutte queste navi furono rilevanti e pregevoli, tanto che alcune di esse parteciparono anche alla Seconda Guerra Mondiale. Le corazzate Fuso e Yamashiro, costruite rispettivamente negli arsenali di Kure e Yokosuka nel 1912 e 1913, erano navi dalle linee armoniose, con l'armamento ripartito in due gruppi, e la protezione con una blindatura laterale massima di 305 mm. Entrambe affondarono nella battaglia dello stretto di Surigao il 25 ottobre 1944. Gli incrociatori Kongo, Haruna, Hiei e Kirishima, costruiti nel periodo 1911-1915, parteciparono a entrambi i conflitti mondiali. Al loro ingresso in servizio suscitarono notevole impressione perché imbarcavano un armamento principale che non trovava riscontro su nessun'altra unità similare, con 8 cannoni da 356 mm. La protezione raggiungeva uno spessore di 203 mm. L'apparato motore si componeva di 4 turbine ad accoppiamento diretto, con una potenza di 64000 HP e una velocità di 27,5 nodi. Kirishima e Hiei affondarono nel novembre del 1942 nelle acque di Guadalcanal, il Kongo affondò il 21 novembre 1944 presso Formosa, e l'Haruna fu distrutto dal bombardamento aereo del 27 luglio 1945 sull'arsenale di Kure. Quando apparvero nel 1907, l'Ibuki e il Kuruma furono i più potenti incrociatori corazzati costruiti al mondo. Durante la Prima Guerra Mondiale parteciparono alle operazioni intorno a Tsingtao e alla caccia alla squadra navale di Maximiliam von Spee. L'Ibuki fu la prima nave giapponese a imbarcare un apparato motore a turbina. Ritenuti superati, Ibuki e Kuruma furono smantellati nel 1923. La Marina imperiale giapponese vantò anche un altro primato. Essa fu fra le prime, insieme a quella di Stati Uniti e Gran Bretagna (5), a possedere navi adibite al trasporto di aerei. La Wakamiya Maru era una nave appoggio in grado di trasportare quattro idrovolanti Farman. Varata nel 1913, questa unità era capace di depositare con le sue gru gli aerei in acqua per il decollo, eppoi recuperarli dopo l'ammaraggio. Gli aerei Farman MF.7 erano impiegati come ricognitori e come bombardieri con circa dieci piccole bombe. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la Wakamiya Maru salpò alla volta del porto cinese di Tsingtao, colonia tedesca. Il 5 settembre 1914, due Farman giapponesi sganciarono alcune bombe sulla batteria costiera. Il 13 ottobre ci fu un duello aereo fra un velivolo Taube tedesco e un Farman giapponese. Si trattò del primo scontro fra aeroplani della Prima Guerra Mondiale. In totale, durante l'assedio di Tsingtao, conclusosi con la capitolazione tedesca, gli aerei della Marina imperiale giapponese eseguirono 50 missioni e sganciarono 200 bombe, affondando anche una silurante.
Gli eventi che portarono il Giappone alla guerra contro la Germania furono abbastanza rapidi. Come alleato della Gran Bretagna, il Giappone inviò un ultimatum alla Germania il 15 agosto 1914, esigendo la resa della base tedesca di Tsingtao. Le forze navali germaniche, agli ordini del capitano di vascello Mayer-Waldeck, erano composte dalle cannoniere Jaguar, Tiger, Iltis, e Luchs, dal cacciatorpediniere S 90 e dall'incrociatore protetto austriaco Kaiserin Elisabeth. La squadra navale nipponica era comandata dal viceammiraglio Satou, ed era composta dalle corazzate Suwo, Iwami e Tango, dagli incrociatori corazzati Iwate, Tokiwa e Yakumo, dall'incrociatore protetto Tone, e circa una dozzina di cacciatorpediniere. Le unità impiegate dal Giappone non erano le più importanti e moderne che restavano invece in riserva a difesa del Giappone. Ad esempio, la corazzata Suwo era una vecchia nave russa, la Poltava, catturata a Tsushima. Le navi moderne erano risparmiate e tenute al riparo per l'impiego nelle battaglie strategiche della futura espansione dell'Impero giapponese. Scaduto l'ultimatum, il giorno 23 agosto 1914, i giapponesi incominciarono la guerra. Il primo sbarco avvenne a 150 km a nord di Tsingtao. Il 4 settembre il cacciatorpediniere Shirotaye si incagliò in una roccia e fu perduto. Il 28 settembre iniziò un massiccio fuoco contro le postazioni nemiche dalle corazzate Suwo, Iwanami e Tango, coadiuvate dalle artiglierie di terra. Il cacciatorpediniere tedesco S 90 cercò la fuga, e durante la navigazione si scontrò con l'incrociatore giapponese Takachiho che affondò con tre siluri. Tuttavia l'S 90 fu costretto all'autoaffondamento perché non aveva nessuna base dove ripararsi e rifornirsi. Il 7 novembre 1914 la base tedesca si arrese definitivamente. Le forze giapponesi erano soverchianti e controllavano vaste zone dell'Oceano Pacifico. Queste condizioni furono determinanti allo spostamento delle forze germaniche dall'Oceano Pacifico, un ritiro forzato che costò la perdita di numerose unità. La squadra navale del viceammiraglio Maximilian Johannes von Spee, che schierava gli incrociatori corazzati Scharnhorst e Gneisenau, partì dall'isola di Pagan, raggiunse Tahiti, poi l'isola di Pasqua, e superato lo stretto di Magellano, affrontò nell'Oceano Atlantico le navi britanniche. L'8 dicembre 1914 la squadra di Spee fu distrutta nella battaglia delle Falkland.
La flotta giapponese aveva raggiunto i suoi scopi avendo eliminato le navi tedesche dall'Oceano Pacifico. Essa rimase inattiva fino al 1917, quando fu richiesto il suo intervento nel Mediterraneo. Si creò infatti una condizione inaspettata. I sommergibili tedeschi del tipo U-Boot erano divenuti una minaccia terribile per il traffico marittimo. In particolare la Francia che era impegnata in una vera lotta per la sopravvivenza, col nemico già penetrato oltre i confini nazionali, non era disponibile a temporeggiare. I rifornimenti che raggiungevano la Francia sulle rotte del Mediterraneo erano indispensabili. Così Gran Bretagna e Francia chiesero aiuto al Giappone. Era anche considerata la disponibilità da parte della flotta giapponese di ottimi cacciatorpediniere, fra i più moderni e versatili costruiti in quel periodo. Allora fu composta una squadra navale comandata dal viceammiraglio Satou, costituita dall'incrociatore protetto Akashi e dodici cacciatorpediniere, fra cui ricordiamo il Katsura, il Kusunoki e l'Ume. La squadra navale penetrò in Mediterraneo operando in completa sicurezza e allontanando i sommergibili nemici dalle rotte cruciali. Notevole fu l'impatto politico e morale di questa operazione. La squadra giapponese era la prima flotta asiatica nella storia che penetrava le acque europee per condurvi operazioni militari.
Il contributo bellico del Giappone fu anche rappresentato da importanti rifornimenti militari agli alleati. Nel 1917 il Giappone fornì alla Francia ben dodici cacciatorpediniere del tipo Kaba. Essi costituirono la classe Algerien e restarono in servizio fino al 1936, anno della radiazione e demolizione. Questi successi spinsero le autorità politiche del Giappone a consolidare e rafforzare i piani di potenziamento dell'apparato militare, purtroppo con le conseguenze tragiche che ben conosciamo.

4. Il debutto dell'aeronautica

I giapponesi furono i primi a comprendere l'importanza dell'aeroplano come macchina da guerra (6). L'Impero del Sol Levante aveva intensificato la crescita dell'industria che era pari alle maggiori potenze. Il primo aeroplano a volare era stato un biplano pilotato dal capitano Tokugawa Yoshitoshi, il giorno 19 dicembre 1910. Come ben sanno gli esperti di aeronautica, ciò che è fondamentale nella costituzione di una forza aerea è l'addestramento dei piloti. I giapponesi perseguirono questo scopo raggiungendo straordinari risultati. I successi militari del Giappone furono conseguiti soprattutto grazie alla preparazione e competenza del personale tecnico e dei piloti.
La formazione dell'aviazione giapponese cominciò nel 1909, quando fu formato uno speciale comitato per lo sviluppo dell'aeronautica. Ne facevano parte personalità di spicco sia militari che civili, con forte partecipazione di scienziati e docenti universitari. I piloti erano addestrati nelle scuole straniere, e gli ufficiali inviati in Francia e negli Stati Uniti. In questo ambiente crebbe il capitano ingegnere del genio navale Nakajima Chikuhei (7), un talento dell'aeronautica che congedatosi nel 1917 fondò l'Istituto dell'Aeroplano presso la prefettura di Gunma, eppoi la società Nakajima Hikoki. Nel 1910 era volato il primo aeroplano pilotato da un giapponese. Nel 1911 l'Esercito imperiale disponeva di tre Farman, un Antoinette, un Blériot, e due Wright. Presso l'aeroporto militare di Tokorozawa nella prefettura di Saitama, venne realizzata una fabbrica per la costruzione di aeroplani su disegni originali giapponesi. Così già nel 1912 volavano i due primi aeroplani costruiti in Giappone. Perciò quando i giapponesi attaccarono la colonia tedesca di Tsingtao, fecero un uso intenso degli aerei in loro possesso. Furono utilizzati otto aeroplani, di cui quattro idrovolanti biplani. Con queste macchine furono effettuati numerosi bombardamenti sulle fortificazioni e le imbarcazioni. Gli aerei erano equipaggiati con rastrelliere per il lancio di bombe ottenute da grossi proiettili di artiglieria muniti di dispositivi direzionali. Così fu affondata una nave silurante tedesca dagli abili aviatori nipponici. Inoltre i velivoli giapponesi si scontrarono in combattimento con un monoplano tedesco del tipo Taube.

5. La fine del conflitto e gli accordi internazionali

Nel 1918 la guerra ebbe termine, e il Giappone partecipò come nazione vincitrice alla conferenza di pace di Versailles. L'Impero del Sol Levante aveva ottenuto molti benefici senza gravosi oneri e pochissime perdite. Così gli vennero assegnati i territori germanici dello Shantung, il mandato sulle isole Marshall, Caroline e Marianne (tranne Guam). Ciò irritò terribilmente gli ambienti politici statunitensi ostili all'espansionismo nipponico in Cina e nel Pacifico. D'altronde i piani giapponesi di riarmo erano preoccupanti, e l'occupazione della Cina era un fatto grave non trascurabile. Durante la guerra, il Giappone aveva addirittura inviato una richiesta diplomatica, nota come "le ventun domande", al Presidente della Repubblica cinese Yuan Shih-kai. In questo documento si chiedevano zone di influenza nei territori dello Shantung, Honan e Manciuria. Inoltre si chiedeva di inserire personale giapponese nell'amministrazione pubblica e nella polizia cinesi. Era concretamente un tentativo di trasformare la Cina in un protettorato o colonia del Giappone. Yuan Shih-kai non aveva la forza di reagire e subì l'assalto dell'Impero del Sol Levante. Soltanto gli Stati Uniti si schierarono in difesa della Cina, e cercarono con la diplomazia di limitare le pretese giapponesi. Un compromesso fu raggiunto col trattato di Washington firmato il 6 febbraio 1922. Questo accordo fissava una limitazione negli armamenti navali, e quindi una riduzione della politica espansionistica delle grandi potenze, inclusi Stati Uniti e Giappone. Il contrammiraglio Ueda Yoshitake commentò l'accordo affermando che il Giappone non era ancora pronto a una guerra con gli Stati Uniti, ma non avrebbe sopportato a lungo la prepotenza di chi voleva schiacciarlo. I giapponesi si stavano preparando a combattere per sopravvivere, così almeno credevano. Era convinzione diffusa dell'epoca che i conflitti fra nazioni per il possesso delle risorse economiche fossero inevitabili.
La Prima Guerra Mondiale si concluse senza una effettiva risoluzione dei conflitti. La Germania avrebbe presto ripercorso il cammino che portava allo scontro con la Francia e la Gran Bretagna, mentre il Giappone avrebbe invaso la Cina (8). Come si deduce facilmente, fu la politica di potenza ed espansione a determinare il corso della storia del XX secolo. Il Giappone seguì lo stesso sventurato cammino delle nazioni occidentali. Risulta ingannevole credere che questo percorso sia determinato dalle istituzioni democratiche oppure autoritarie dei paesi in conflitto. In verità, come si è visto, la motivazione che fece agire le nazioni nella Prima Guerra Mondiale fu la volontà di potenza, ossia la loro politica espansionistica e colonialista. Questa politica apparteneva alle democrazie liberali come Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, quanto ai successivi regimi fascisti di Italia, Germania e Giappone. Si evince anche quanto le democrazie accettino facilmente le collaborazioni con i regimi autoritari se utili a perseguire i loro scopi di espansione commerciale ed economica. Il Giappone, non bisogna dimenticarlo mai, fu un alleato di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale. Non si può cancellare questo fatto storico compromettente.
Le cause che scatenano le guerre sono il desiderio di possesso, la brama di potere, l'interesse economico. Le democrazie non sono immuni a questi impulsi, e la storia del colonialismo europeo ne è la dimostrazione più lampante. La Prima Guerra Mondiale è l'apice di questa mentalità che trova espressione nella politica di potenza. Il Giappone, anche se erede della tradizione orientale, condivise con pervicacia la medesima prospettiva, e divenne un artefice del progetto di modernità occidentale tanto da subirne le nefaste conseguenze.

Note

1. Anche Francis Fukuyama, in linea con la versione americana della democrazia esportata in Giappone, espone la stessa distorta visione mal documentata. La democrazia dell'epoca Taisho (1912-1926), basata su un sistema parlamentare eletto dai cittadini, viene completamente ignorata. Cfr. Fukuyama, Francis, La fine della storia e l'ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1996, p.71.
2. Gli aiuti più consistenti vennero dalla Gran Bretagna, la Francia, la Germania e anche l'Italia. Per quanto riguarda l'Italia, ricordiamo che nel 1904 il Giappone aveva in servizio due grossi incrociatori corazzati costruiti in Italia: il Kasuga e il Nishin. Il Kasuga pesava 7628 tonnellate, aveva una potenza di 14800 HP erogata da motori Ansaldo, una velocità di 20 nodi, e il cannone principale di prua era calibro 254 mm, mentre due calibro 203 mm erano a poppa. Kasuga e Nishin furono impiegati nella guerra russo-giapponese (1904-1905). Il Kasuga fu determinante nel bombardamento di Port Arthur con il suo potente cannone, e rilevante nella battaglia di Tsushima.
3. Ma le forze americane erano presenti maggiormente nell'Oceano Atlantico, a protezione delle rotte per l'Europa, e quelle britanniche nell'Oceano Indiano e nel Mediterraneo, per salvaguardare le colonie, e nell'Oceano Atlantico per garantire la difesa della madrepatria. Il Giappone possedeva alcune navi sottratte alla Russia durante la guerra del 1904-1905, e ciò spiega il numero elevato di unità in suo possesso. Però la sua industria non era ancora in grado di competere con gli Stati Uniti, nonostante i buoni risultati raggiunti e l'eccellenza in alcuni casi particolari.
4. La trascrizione dei nomi delle navi giapponesi, qui adottata, segue la convenzione usata dalle pubblicazioni dello Stato Maggiore della Marina italiana. Per evitare equivoci e fraintendimenti si sono conservati i nomi nella vecchia trascrizione già nota ai lettori italiani.
5. La prima nave della U.S. Navy ad essere adattata per il trasporto e decollo di aerei fu la Langley. La Langley era una autentica portaerei con un ponte di volo completo. Gli inglesi ottennero risultati simili con la Argus e la Furious, le prime portaerei della Royal Navy. Il Giappone può però vantare il primato di aver costruito la prima portaerei progettata e realizzata per tale scopo: la Hosho (1921). A differenza delle altre unità, che erano navi modificate e adattate per divenire portaerei, la moderna Hosho era una portaerei costruita appositamente su progetto specifico. Essa partecipò alla guerra cino-giapponese, al conflitto mondiale del 1941-1945, e fu radiata solo nel 1947.
6. Il preciso e puntuale articolo di Pier Francesco Vaccari pubblicato dalla rivista "RID" è esplicativo dello sviluppo dell'aereo da combattimento in Giappone. Cfr. Vaccari, Pier Francesco, La nascita e lo sviluppo delle forze aeree imbarcate giapponesi, in "RID - Rivista Italiana Difesa", n.12, anno XXV, dicembre 2006. I progettisti giapponesi ottennero buoni risultati con gli aerei da caccia e gli aerosiluranti, spesso superiori a quelli corrispettivi occidentali. Eccellenti per per le prestazioni di velocità, qualità aerodinamiche e maneggevolezza, anche gli idrovolanti e i ricognitori. Invece, a causa delle carenze della potenza dei propulsori, furono sempre deficienti i bombardieri pesanti scarsamente protetti e con un carico di bombe insufficiente.
7. Cfr. Sgarlato, Nico, I caccia Nakajima di Koyama e Itokawa, in "Aerei nella Storia", n.50, anno VIII, ottobre-novembre 2006.
8. Il 18 settembre 1931 a causa dell'attentato a Mukden, i giapponesi invasero la Manciuria. Nel 1932 venne creato il Manchukuo, uno stato fantoccio sotto il controllo giapponese. Nel 1933 l'occupazione della Cina settentrionale fu estesa ulteriormente. Il 7 luglio 1937 con l'incidente del ponte Marco Polo iniziò la guerra cino-giapponese su tutto il territorio del paese.

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