Articolo sul tema dei rapporti fra lettura e tecnologia pubblicato dalla rivista "LG Argomenti".
Cfr. Cristiano Martorella, Dokusho. La lettura fra scienza e tecnologia, in "LG Argomenti", n.1, anno XL, gennaio-marzo 2004, pp.20-23.
Dokusho
La lettura fra scienza e tecnologia
di Cristiano Martorella
Dokusho significa lettura in giapponese, e indica l’attività dilettevole del leggere. Quando si tratta questo argomento emerge sempre la connessione fra la lettura e l’ideologia (spesso presentata come pedagogia), così in Giappone come in Italia (1). A Giorgio Bini va il merito di aver sollevato in proposito alcuni dubbi cruciali. Egli ha esposto una domanda tanto semplice quanto ardua nella risposta. Se la tecnologia multimediale ha cambiato il modo di fruire la narrativa, la letteratura giovanile deve adeguarsi con diversi moduli, stili, contenuti e linguaggi? In tal senso, sono cambiate anche le facoltà intellettive dei giovani?
Non si può fornire una risposta se prima non si riconosce l’influenza ideologica sulla letteratura giovanile. Questa influenza è stata opportunamente analizzata per quanto riguarda il passato, mentre è ignorata per il presente. Perché oggi fingiamo che la letteratura si sia liberata da questa influenza quando è vero il contrario? Purtroppo quando si è immersi nell’ideologia è più difficile vederla. L’assetto sociale dei nostri tempi è riconoscibile nell’attitudine economicista della letteratura contemporanea. Il valore di un libro è stabilito dai dati commerciali. Così il libro di un calciatore diventa un best-seller che oscura le opere degli autori contemporanei. La tanto proclamata e vantata liberazione della letteratura dalla pedagogia non è altro che lo spostamento verso un uso puramente commerciale del libro. In passato il libro era il veicolo dell’ideologia, ora è svincolato dai contenuti per rispondere appunto alle esigenze della nuova ideologia. Questa nuova ideologia che chiameremo emporiocrazia, ossia governo del mercato, considera la letteratura un bene di consumo e l’inserisce nel sistema economico che essa stessa sostiene. Insomma, si tratta di un’ideologia più subdola perché priva di contenuti e valori, è l’ideologia del consumismo. Riconosciuto ciò bisogna andare oltre e ottenere una visione complessiva che ci permetta di uscire da questa interpretazione puramente economicista per individuare le prospettive alternative. In tal senso l’esperienza giapponese è molto utile per diversi motivi. Innanzitutto il Giappone è il paese dove la tecnologia è più avanzata, con importanti ripercussioni sia positive sia negative. In secondo luogo, le problematiche riguardanti la letteratura e la tecnica hanno avuto approcci e soluzioni originali in questo paese più avanzato, decisamente ancora sconosciute in Occidente. Soprattutto la questione della tecnica investe il fenomeno degli otaku e della cultura giovanile giapponese (wakamono bunka).
Fin dagli anni ’80 è apparsa prima come una problematica, poi come una risorsa, la cultura giovanile giapponese. Inizialmente il fenomeno era inquadrato nelle categorie della sociologia funzionalista di Robert King Merton, attribuendo il carattere di devianza a ciò che era invece un’autentica innovazione coinvolgente non soltanto i costumi, ma anche i mezzi di produzione e i consumi. Con il termine spregiativo di otaku si intendeva qualcuno che si chiudeva in casa segregandosi per seguire una passione o un hobby in modo fanatico. Questo passatempo (shumi) poteva essere la lettura di fumetti, il modellismo, il collezionismo, etc. Dopo circa un decennio i sociologi si accorsero che il fenomeno non era soltanto passivo e non aveva aspetti unicamente negativi. Gli otaku avevano grande capacità di aggregazione e socialità favorite dalla loro passione, inoltre erano creatori attivi di fanzine (dojinshi), disegnavano, scrivevano, organizzavano raduni. Insomma, erano tutto tranne che asociali e indolenti come erano stati inizialmente descritti. Intanto la sociologia cambiava indirizzo influenzata dal metodo dell’interazionismo simbolico di George Herbert Mead. Così le vecchie analisi erano buttate alle ortiche. In Giappone cominciarono a fiorire studi e considerazioni ben diversi sulla cultura giovanile. Ormai Tokyo era divenuta un laboratorio vivente, specialmente nei quartieri di Harajuku, Shibuya e Akihabara, di questa nuova cultura. La tecnica svolgeva un ruolo importantissimo in questa trasformazione. Le possibilità offerte agli otaku provenivano dal sistema di produzione snella inventato dai manager giapponesi. Con un computer, una stampante, una fotocopiatrice, si poteva realizzare una piccola tipografia casalinga. Questa capacità nasceva negli anni ’80 grazie alla rivoluzione informatica. La comunicazione cambiava tramite internet e telefonia mobile. La televisione era scavalcata e resa obsoleta dal lettore DVD e dal file multimediale. In Giappone ciò fa parte della storia del passato recente, in Italia questo sarà il futuro prossimo.
Qual è dunque l’insegnamento che ci proviene dall’esperienza giapponese? L’aspetto principale che va rimarcato è che i cambiamenti delle tecniche non possono agire da soli sul cambiamento della società, piuttosto è vero il contrario. La richiesta di certe tecniche e il loro successo è dovuto a esigenze sociali. La televisione, così come è ancora concepita, è destinata all’obsolescenza poiché la società del futuro non può tollerare un uso così passivo di un mezzo di comunicazione. Attualmente c’è il tentativo di rendere la televisione interattiva, ma è soltanto un trucco che non inganna le nuove generazioni già avvezze alla navigazione in internet. L’altro insegnamento dell’esperienza giapponese riguarda la cultura e il linguaggio. Gli otaku hanno sfruttato le risorse tecnologiche ripiegandosi sulla cultura autoctona di matrice pagana e buddhista. Questo deve far sospettare che una spinta forte verso l’uso della tecnologia comporta come compensazione un recupero della cultura antica depositaria dell’equilibrio delle pulsioni irrazionali. La risposta sociale alla razionalità della tecnica è una virulenta irrazionalità controllabile soltanto da nuovi schemi simbolici e semiotici. Come diceva Martin Heidegger, citando Hölderlin, dov’è il pericolo cresce anche ciò che salva. Perciò Giorgio Bini può stare davvero tranquillo sulla sorte della letteratura. Il futuro non vedrà affatto nuovi paradigmi logici, piuttosto risorgerà la saggezza dell’antichità capace di dare senso alla realtà irrazionale dell’essere. Non sarà la tecnica a creare un nuovo essere. Non esiste un essere digitale autonomo e separato dall’essere. La tecnica è un sostegno (Gestell), capacità di creare una realtà artificiale piegando la natura alla volontà dell’uomo. Però ciò che è solo tecnica non giunge mai all’essenza della tecnica. La tecnica ha una sua essenza che prescinde dall’uomo. Così come l’essenza dell’uomo non è la sua opera, così l’essenza della tecnica non è opera dell’uomo. La tecnica si separa e vive di vita propria indipendente dall’uomo perché l’essenza della tecnica è l’essere stesso. Non un nuovo essere, ma l’essere. Insomma, l’uomo non crea la realtà con le sue macchine, egli interagisce e le macchine sono protagoniste di un mondo complesso dove l’idea di controllo e creatore si disfa. Il pericolo è che l’essenza dell’uomo passi la mano all’essenza della tecnica. Dunque l’errore sarebbe quello di vedere un problema tecnico lì dove il problema è umano. I mali dell’uomo non vanno imputati alla tecnica, ma a un rapporto instabile causato dall’uomo moderno incapace di ritrovare se stesso. Un uomo che spesso è impegnato a cercare se stesso nelle macchine che ha creato senza ritrovarsi. L’essenza dell’uomo non è la sua opera. Purtroppo questo equivoco è la causa dell’incapacità di porre attenzione all’essenza della tecnica, e della confusione fra tecnica ed essenza, fra uso e vita. La svolta avviene quando si guarda dentro ciò che è, scoprendo che chi guarda ha lo sguardo rivolto verso se stesso. La ricerca della tecnica era ricerca dell’uomo. Dimenticato l’uomo, la tecnica diviene incapace di vedere. La letteratura giovanile sarà veramente emancipata quando vedrà il pericolo della tecnica come salvezza dell’uomo, perché dov’è il pericolo cresce ciò che salva. L’idea che la lettura sia un bene da salvaguardare è illusoria. Ciò che va tutelato è il soggetto pensante. Tutte le parole spese in Italia a favore della promozione della lettura si sono rivelate vacue e soprattutto inutili. Non poteva essere altrimenti. Gli studiosi giapponesi ci insegnano che la lettura è un’attività spontanea che non può essere pianificata dalla didattica. Ogni attività rivolta alla formalizzazione e razionalizzazione della lettura si distingue per essere controproducente e dannosa. Per questo motivo le biblioteche familiari (bunko) che hanno un approccio informale ed emotivo hanno tanto successo in Giappone. La lettura ha bisogno di essere liberata dalle ricette dei sedicenti esperti, dalle formule della lettura per piacere, dalla confusione del sensualismo pasticcione. I libri si leggono, se si leggono, perché interessano. Tutto il resto è vaneggiamento. L’interesse è un processo del soggetto su cui non si può agire tramite il libro che è soltanto un mezzo o meglio un medium. Non esistono ricette per scrivere bei libri. Non esiste un esperto della letteratura capace di convincere a leggere. Quando avremo compreso ciò potremo guardare alla questione della lettura come ciò che realmente è, un sottoproblema della sociologia che può essere trattato seriamente solo in un ambito più ampio.
La pedagogia e la critica giapponese hanno capito ciò da un bel po’ di tempo. Quando si emanciperà anche la critica letteraria italiana?
Note
1. Per la problematica in Giappone si consulti la rivista "Nihon jidobungaku" dedicata alla letteratura per l'infanzia.
Bibliografia
Drake, William, The New Information Infrastructure, Twentieth Century Fund Press, New York, 1995.
Drucker, Peter, Post-Capitalist Society, Harper Collins, New York, 1993.
Eagleton, Terry, Le illusioni del postmodernismo, Editori Riuniti, Roma, 1998.
Ferretti, Gian Carlo, Il mercato delle lettere, Einaudi, Torino, 1979.
Fukuyama, Francis, La Grande Distruzione. La natura umana e la ricostruzione di un nuovo ordine sociale, Baldini & Castoldi, Milano, 1999.
Hardt, Michael e Negri, Antonio, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2001.
Martorella, Cristiano, Affinità fra il buddhismo zen e la filosofia di Wittgenstein, in “Quaderni Asiatici”, n.61, marzo 2003.
Martorella, Cristiano, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese, in “LG Argomenti”, n.1, anno XXXIX, gennaio-marzo 2003.
Martorella, Cristiano, Il concetto giapponese di economia: le implicazioni sociologiche e metodologiche, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002.
Martorella, Cristiano, La rivoluzione invisibile, in “Sushi”, n.3, ottobre 1996.
Masuda, Yoneji, The Information Society as Post-Industrial Society, World Future Society, Washington, 1981.
Morikawa, Kaichiro, Learning from Akihabara. The Birth of a Personapolis, Gentosha, Tokyo, 2003.
Rifkin, Jeremy, La fine del lavoro, Arnoldo Mondadori, Milano, 2002.
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domenica 22 novembre 2009
mercoledì 21 ottobre 2009
Otaku pazzi
Articolo sugli otaku pubblicato dal sito Nipponico.com.
Otakkuru
Pazzi per i fumetti
di Cristiano Martorella
3 marzo 2005. Otakkuru è un neologismo giapponese coniato unendo la parola otaku e il verbo kuruu. Un'altra forma di otakkuru è anche otakuru, a volte usato perfino come verbo, inoltre c'è l'espressione otakuppoi, usato come aggettivo, tutte con valenze simili. Otaku è l'appassionato in maniera un po' fissata di qualcosa, specialmente inerente a manga e anime, mentre kuruu è il verbo impazzire. Quindi otakkuru significherebbe otaku pazzo, indicando quei rari casi patologici di fissazione e perdita di distinzione fra la fiction e la realtà. L'espressione nasce dalla necessità di distinguere l'otaku innocuo dall'otaku malato. Infatti la parola otaku, inizialmente usata soltanto con senso negativo e dispregiativo, ha assunto anche in Giappone un significato positivo. Per merito di artisti come Nara Yoshitomo o Murakami Takashi si è introdotto anche il concetto di cultura otaku per definire le nuove tendenze dell'arte contemporanea giapponese.
Una breve ricostruzione storica è indubbiamente utile prima di qualsiasi considerazione critica. Il termine otaku significa genericamente fissato, utilizzando la parola casa (taku) per indicare chi si chiudeva in camera per dedicarsi fanaticamente a un hobby (collezionismo, modellismo, cinema, fumetto, etc.). Poi la parola otaku fu usata per indicare particolarmente gli appassionati di fumetto e animazione. Questo utilizzo del termine fu merito del giornalista Nakamori Akio che nel 1983 pubblicò con successo un articolo intitolato Otaku no kenkyu (Studio dell'otaku) nella rivista "Manga Burikko", concentrando l'attenzione sulla figura dell'otaku. Così si ebbe una grande diffusione della parola finché un episodio di cronaca nera determinò una nuova e più negativa visione dell'otaku considerandolo un maniaco. Nel 1989 Miyazaki Tsutomu seviziò e uccise orribilmente quattro bambine. La polizia ritrovò nell'appartamento del maniaco un immenso deposito di videocassette pornografiche. Soprattutto ciò che impressionò gli investigatori fu il comportamento psicotico di Miyazaki Tsutomu che filmando gli omicidi con una videocamera ricostruì nel montaggio i film che collezionava. Egli non era in grado di distinguere la realtà dalla fiction. I giornali misero in evidenza la frequentazione del Comiket (o Komiketto, contrazione di Comics Market), il più importante raduno di otaku, da parte di Miyazaki Tsutomu, e lo identificarono così con la figura dell'otaku. Le esagerazioni della stampa scandalistica portarono a considerare tutti gli otaku come maniaci potenzialmente pericolosi. Così manga e anime, da sempre abbondanti di contenuti erotici, furono messi sotto accusa. In particolare i generi bishojo ed hentai, apparentemente riconducibili alle peggiori perversioni sessuali, e i dojinshi, fumetti amatoriali e parodie a sfondo erotico. Col tempo queste associazioni fra otaku e maniaci si rivelarono indebite e infondate. Era evidente che i criminali non avevano bisogno di ispirarsi a manga e anime per commettere i loro misfatti. D'altronde i casi di otaku coinvolti in crimini erano statisticamente irrilevanti, tanto da escludere una diretta correlazione di manga e anime con i comportamenti criminali. Eppure l'idea dell'otaku maniaco è ancora resistente al passare del tempo, nonostante ciò il significato della parola otaku ha assunto anche in Giappone delle valenze positive.
Murakami Takashi è stato l'artista che maggiormente ha difeso gli otaku appassionati di fumetto e animazione (1). Egli obiettò che il disprezzo per le forme popolari delle espressioni artistiche degli otaku mostrava platealmente il rifiuto e l'incomprensione ipocrita e perbenista. Egli fece propri gli eccessi di quelle forme d'arte e coniò il termine poku unendo le parole pop e otaku, e quindi inventò la poku culture. Fra le opere di Murakami Takashi, ricordiamo Hiropon che rappresenta la figura più vicina all'hentai. Hiropon è l'immagine di una ragazza in stile manga con due immensi seni che spruzzano latte.
Intanto il fenomeno otaku non poteva più dirsi limitato all'arcipelago nipponico. Già nel 1996 gli otaku erano definiti multietnici e presenti a livello mondiale (2) in un articolo della rivista "Sushi", fra i primi esempi italiani di fanzine per otaku. Però il successo internazionale di anime e manga trascinava con sé le stesse problematiche nate in Giappone alcuni anni prima. Si è addirittura coniato il termine Wapanese (Western Japanese) per indicare gli occidentali appassionati di tutto ciò che è giapponese, dallo stile di vita all'arte, dal cinema alla musica, dalle arti marziali ai cartoni animati. Ovviamente questi aspetti assolutamente innocui furono interpretati da molti, forse troppi, con inquietudine e sospetto. Si tentò allora di operare una differenziazione fra otaku italiani e otaku giapponesi tramite distinzioni che però erano difficilmente sostenibili considerando la sostanziale identità del fenomeno. Il termine otaku restava ambiguo e il significato dipendeva esclusivamente dall'uso che ne faceva chi lo utilizzava.
Nel 2000 Michele Scozzai pubblicava su "Focus", rivista di divulgazione scientifica, un intervento che rispolverava i vecchi stereotipi sugli otaku, concentrandosi sui contenuti erotici di manga e anime, sul presunto isolamento dei consumatori di questi prodotti, e sul pericolo potenziale delle tribù metropolitane di otaku. In effetti l'espressione otakuzoku (tribù otaku) fu molto diffusa proprio in Giappone per caratterizzare ulteriormente gli otaku. L'idea di tribù ricorda forme comunitarie arcaiche fondate su sentimenti condivisi e forti legami emotivi. La rappresentazione, anche se volutamente sprezzante, è indicativa dei caratteri autentici degli otaku. Gli otaku traggono spunto dalla cultura tradizionale giapponese, mutuandone forme e aspetti, e recuperando una sensibilità primordiale offuscata dalla modernità del modello americano.
L'otaku mostro, chiamato otakkuru o otakuru, sembra invece la rappresentazione deformata di una irrazionalità incomprensibile e deviante. La nascita e l'uso del termine otakkuru sembra però essere dettata più da motivi comici e ironici, piuttosto che da intenti di seriosa condanna. Infatti Nagai Go ha fatto ampio uso della parola otakkuru, in un episodio del manga Cutie Honey (3) per indicare un folle dinamitardo pazzamente innamorato della sua eroina televisiva preferita. L'episodio si conclude con l'intervento vittorioso di Cutie Honey, la più coraggiosa kawaikochan dei fumetti giapponesi.
Dobbiamo credere che saranno gli stessi anime e manga a salvarci dalla follia degli otaku? Con un po' di ironia la risposta è affermativa. L'otakkuru è uno spauracchio, una minaccia fantasmagorica dell'immaginazione paurosa. I manga e gli anime non hanno mai prodotto personalità criminali. Se si dovesse usare la stessa logica distorta, i registi di Hollywood dovrebbero essere condannati per istigazione all'omicidio considerando le trame dei film americani. Ciò non è possibile, quindi gli stessi criteri di giudizio usati per il cinema americano vanno adottati per l'animazione giapponese, altrimenti assisteremmo a una discriminazione intollerabile.
Siamo sicuri che i pazzi siano gli otakkuru? Qualche volta leggendo ciò che i giornalisti scrivono a riguardo della società giapponese, in particolare circa manga e anime, nasce il dubbio che si debbano coniare molti altri vocaboli come otakkuru per altri generi di eccessi ed esagerazioni. Comunque le preoccupazioni sono inutili. Se si è un otakkuru, un otaku pazzo, si può sempre sperare di farsi curare da Tatase Ruko, l'infermiera più sexy della storia dei manga (4). Ciò che non è serio va trattato senza serietà.
Note
1. Fra le tante e importanti manifestazioni che hanno ospitato le opere di Murakami Takashi, va ricordata l'esposizione alla Fondation Cartier di Parigi nell'ottobre 2002.
2. Cfr. Martorella, Cristiano, La rivoluzione invisibile, in "Sushi", anno II, n. 3, ottobre 1996, p. 64.
3. Cfr. Nagai, Go, Cutie Honey '21, vol.1, D/visual, Tokyo, 2004, p. 90. Il testo recita così: "Ah, quell'otakkuru!!", "Che cos'è un otakkuru?", "Un otaku fuori di testa!", "Ah, da kuruu di impazzire?".
4. Ci riferiamo al personaggio di Tatase Ruko inventato da Inui Haruka (pseudonimo di Nakasono Toshifumi) e protagonista del fumetto Ogenki Clinic (traduzione italiana La clinica dell'amore, News Market, Roma, 1993; edizione originale Ogenki Kurinikku, Akita Shoten, Tokyo, 1987).
Bibliografia
Bornoff, Nicholas, Pink Samurai. The Pursuit and Politics of Sex in Japan, Harper Collins, London, 1994.
Greenfeld, Karl Taro, Baburu. I figli della grande bolla, Instar Libri, Torino, 1995.
Greenfeld, Karl Taro, Deviazioni standard, Instar, Torino, 2004.
Griner, Massimiliano e Furnari, Rosa Isabella, Otaku. I giovani perduti del Sol Levante, Castelvecchi, Roma, 1999.
Martorella, Cristiano, Il kawaii prima del kawaii, in Pellitteri, Marco (a cura di), Anatomia di Pokémon. Cultura di massa ed estetica dell'effimero fra pedagogia e globalizzazione, Seam, Roma, 2002.
Martorella, Cristiano, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese, in "LG Argomenti", anno XXXIX, n. 1, gennaio-marzo 2003.
Martorella, Cristiano, Dokusho. La lettura fra scienza e tecnologia, in "LG Argomenti", anno XL, n. 1, gennaio-marzo 2004.
Martorella, Cristiano, Yokuatsu. Repressione e giovani, in "LG Argomenti", anno XL, n. 2, aprile-giugno 2004.
Martorella, Cristiano, La rivoluzione invisibile, in "Sushi", anno II, n. 3, ottobre 1996.
Martorella, Cristiano, Il Giappone inquieto, in "Sushi", nuova serie, anno III, settembre 1997.
Martorella, Cristiano, I fumetti del ciliegio in fiore, in "Il Golfo. Quotidiano dell'area sorrentina e Capri", anno VI, 1 marzo 1996.
Morikawa, Kaichiro, Learning from Akihabara. The Birth of a Personapolis, Gentosha, Tokyo, 2003.
Scozzai, Michele, La strana tribù del Giappone, in "Focus", n. 95, settembre 2000.
Otakkuru
Pazzi per i fumetti
di Cristiano Martorella
3 marzo 2005. Otakkuru è un neologismo giapponese coniato unendo la parola otaku e il verbo kuruu. Un'altra forma di otakkuru è anche otakuru, a volte usato perfino come verbo, inoltre c'è l'espressione otakuppoi, usato come aggettivo, tutte con valenze simili. Otaku è l'appassionato in maniera un po' fissata di qualcosa, specialmente inerente a manga e anime, mentre kuruu è il verbo impazzire. Quindi otakkuru significherebbe otaku pazzo, indicando quei rari casi patologici di fissazione e perdita di distinzione fra la fiction e la realtà. L'espressione nasce dalla necessità di distinguere l'otaku innocuo dall'otaku malato. Infatti la parola otaku, inizialmente usata soltanto con senso negativo e dispregiativo, ha assunto anche in Giappone un significato positivo. Per merito di artisti come Nara Yoshitomo o Murakami Takashi si è introdotto anche il concetto di cultura otaku per definire le nuove tendenze dell'arte contemporanea giapponese.
Una breve ricostruzione storica è indubbiamente utile prima di qualsiasi considerazione critica. Il termine otaku significa genericamente fissato, utilizzando la parola casa (taku) per indicare chi si chiudeva in camera per dedicarsi fanaticamente a un hobby (collezionismo, modellismo, cinema, fumetto, etc.). Poi la parola otaku fu usata per indicare particolarmente gli appassionati di fumetto e animazione. Questo utilizzo del termine fu merito del giornalista Nakamori Akio che nel 1983 pubblicò con successo un articolo intitolato Otaku no kenkyu (Studio dell'otaku) nella rivista "Manga Burikko", concentrando l'attenzione sulla figura dell'otaku. Così si ebbe una grande diffusione della parola finché un episodio di cronaca nera determinò una nuova e più negativa visione dell'otaku considerandolo un maniaco. Nel 1989 Miyazaki Tsutomu seviziò e uccise orribilmente quattro bambine. La polizia ritrovò nell'appartamento del maniaco un immenso deposito di videocassette pornografiche. Soprattutto ciò che impressionò gli investigatori fu il comportamento psicotico di Miyazaki Tsutomu che filmando gli omicidi con una videocamera ricostruì nel montaggio i film che collezionava. Egli non era in grado di distinguere la realtà dalla fiction. I giornali misero in evidenza la frequentazione del Comiket (o Komiketto, contrazione di Comics Market), il più importante raduno di otaku, da parte di Miyazaki Tsutomu, e lo identificarono così con la figura dell'otaku. Le esagerazioni della stampa scandalistica portarono a considerare tutti gli otaku come maniaci potenzialmente pericolosi. Così manga e anime, da sempre abbondanti di contenuti erotici, furono messi sotto accusa. In particolare i generi bishojo ed hentai, apparentemente riconducibili alle peggiori perversioni sessuali, e i dojinshi, fumetti amatoriali e parodie a sfondo erotico. Col tempo queste associazioni fra otaku e maniaci si rivelarono indebite e infondate. Era evidente che i criminali non avevano bisogno di ispirarsi a manga e anime per commettere i loro misfatti. D'altronde i casi di otaku coinvolti in crimini erano statisticamente irrilevanti, tanto da escludere una diretta correlazione di manga e anime con i comportamenti criminali. Eppure l'idea dell'otaku maniaco è ancora resistente al passare del tempo, nonostante ciò il significato della parola otaku ha assunto anche in Giappone delle valenze positive.
Murakami Takashi è stato l'artista che maggiormente ha difeso gli otaku appassionati di fumetto e animazione (1). Egli obiettò che il disprezzo per le forme popolari delle espressioni artistiche degli otaku mostrava platealmente il rifiuto e l'incomprensione ipocrita e perbenista. Egli fece propri gli eccessi di quelle forme d'arte e coniò il termine poku unendo le parole pop e otaku, e quindi inventò la poku culture. Fra le opere di Murakami Takashi, ricordiamo Hiropon che rappresenta la figura più vicina all'hentai. Hiropon è l'immagine di una ragazza in stile manga con due immensi seni che spruzzano latte.
Intanto il fenomeno otaku non poteva più dirsi limitato all'arcipelago nipponico. Già nel 1996 gli otaku erano definiti multietnici e presenti a livello mondiale (2) in un articolo della rivista "Sushi", fra i primi esempi italiani di fanzine per otaku. Però il successo internazionale di anime e manga trascinava con sé le stesse problematiche nate in Giappone alcuni anni prima. Si è addirittura coniato il termine Wapanese (Western Japanese) per indicare gli occidentali appassionati di tutto ciò che è giapponese, dallo stile di vita all'arte, dal cinema alla musica, dalle arti marziali ai cartoni animati. Ovviamente questi aspetti assolutamente innocui furono interpretati da molti, forse troppi, con inquietudine e sospetto. Si tentò allora di operare una differenziazione fra otaku italiani e otaku giapponesi tramite distinzioni che però erano difficilmente sostenibili considerando la sostanziale identità del fenomeno. Il termine otaku restava ambiguo e il significato dipendeva esclusivamente dall'uso che ne faceva chi lo utilizzava.
Nel 2000 Michele Scozzai pubblicava su "Focus", rivista di divulgazione scientifica, un intervento che rispolverava i vecchi stereotipi sugli otaku, concentrandosi sui contenuti erotici di manga e anime, sul presunto isolamento dei consumatori di questi prodotti, e sul pericolo potenziale delle tribù metropolitane di otaku. In effetti l'espressione otakuzoku (tribù otaku) fu molto diffusa proprio in Giappone per caratterizzare ulteriormente gli otaku. L'idea di tribù ricorda forme comunitarie arcaiche fondate su sentimenti condivisi e forti legami emotivi. La rappresentazione, anche se volutamente sprezzante, è indicativa dei caratteri autentici degli otaku. Gli otaku traggono spunto dalla cultura tradizionale giapponese, mutuandone forme e aspetti, e recuperando una sensibilità primordiale offuscata dalla modernità del modello americano.
L'otaku mostro, chiamato otakkuru o otakuru, sembra invece la rappresentazione deformata di una irrazionalità incomprensibile e deviante. La nascita e l'uso del termine otakkuru sembra però essere dettata più da motivi comici e ironici, piuttosto che da intenti di seriosa condanna. Infatti Nagai Go ha fatto ampio uso della parola otakkuru, in un episodio del manga Cutie Honey (3) per indicare un folle dinamitardo pazzamente innamorato della sua eroina televisiva preferita. L'episodio si conclude con l'intervento vittorioso di Cutie Honey, la più coraggiosa kawaikochan dei fumetti giapponesi.
Dobbiamo credere che saranno gli stessi anime e manga a salvarci dalla follia degli otaku? Con un po' di ironia la risposta è affermativa. L'otakkuru è uno spauracchio, una minaccia fantasmagorica dell'immaginazione paurosa. I manga e gli anime non hanno mai prodotto personalità criminali. Se si dovesse usare la stessa logica distorta, i registi di Hollywood dovrebbero essere condannati per istigazione all'omicidio considerando le trame dei film americani. Ciò non è possibile, quindi gli stessi criteri di giudizio usati per il cinema americano vanno adottati per l'animazione giapponese, altrimenti assisteremmo a una discriminazione intollerabile.
Siamo sicuri che i pazzi siano gli otakkuru? Qualche volta leggendo ciò che i giornalisti scrivono a riguardo della società giapponese, in particolare circa manga e anime, nasce il dubbio che si debbano coniare molti altri vocaboli come otakkuru per altri generi di eccessi ed esagerazioni. Comunque le preoccupazioni sono inutili. Se si è un otakkuru, un otaku pazzo, si può sempre sperare di farsi curare da Tatase Ruko, l'infermiera più sexy della storia dei manga (4). Ciò che non è serio va trattato senza serietà.
Note
1. Fra le tante e importanti manifestazioni che hanno ospitato le opere di Murakami Takashi, va ricordata l'esposizione alla Fondation Cartier di Parigi nell'ottobre 2002.
2. Cfr. Martorella, Cristiano, La rivoluzione invisibile, in "Sushi", anno II, n. 3, ottobre 1996, p. 64.
3. Cfr. Nagai, Go, Cutie Honey '21, vol.1, D/visual, Tokyo, 2004, p. 90. Il testo recita così: "Ah, quell'otakkuru!!", "Che cos'è un otakkuru?", "Un otaku fuori di testa!", "Ah, da kuruu di impazzire?".
4. Ci riferiamo al personaggio di Tatase Ruko inventato da Inui Haruka (pseudonimo di Nakasono Toshifumi) e protagonista del fumetto Ogenki Clinic (traduzione italiana La clinica dell'amore, News Market, Roma, 1993; edizione originale Ogenki Kurinikku, Akita Shoten, Tokyo, 1987).
Bibliografia
Bornoff, Nicholas, Pink Samurai. The Pursuit and Politics of Sex in Japan, Harper Collins, London, 1994.
Greenfeld, Karl Taro, Baburu. I figli della grande bolla, Instar Libri, Torino, 1995.
Greenfeld, Karl Taro, Deviazioni standard, Instar, Torino, 2004.
Griner, Massimiliano e Furnari, Rosa Isabella, Otaku. I giovani perduti del Sol Levante, Castelvecchi, Roma, 1999.
Martorella, Cristiano, Il kawaii prima del kawaii, in Pellitteri, Marco (a cura di), Anatomia di Pokémon. Cultura di massa ed estetica dell'effimero fra pedagogia e globalizzazione, Seam, Roma, 2002.
Martorella, Cristiano, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese, in "LG Argomenti", anno XXXIX, n. 1, gennaio-marzo 2003.
Martorella, Cristiano, Dokusho. La lettura fra scienza e tecnologia, in "LG Argomenti", anno XL, n. 1, gennaio-marzo 2004.
Martorella, Cristiano, Yokuatsu. Repressione e giovani, in "LG Argomenti", anno XL, n. 2, aprile-giugno 2004.
Martorella, Cristiano, La rivoluzione invisibile, in "Sushi", anno II, n. 3, ottobre 1996.
Martorella, Cristiano, Il Giappone inquieto, in "Sushi", nuova serie, anno III, settembre 1997.
Martorella, Cristiano, I fumetti del ciliegio in fiore, in "Il Golfo. Quotidiano dell'area sorrentina e Capri", anno VI, 1 marzo 1996.
Morikawa, Kaichiro, Learning from Akihabara. The Birth of a Personapolis, Gentosha, Tokyo, 2003.
Scozzai, Michele, La strana tribù del Giappone, in "Focus", n. 95, settembre 2000.
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